Il gioco intellettuale di Mercurio Loi e la malinconia de “L’infelice”

La singolarità di Mercurio Loi, la sua indubbia originalità, perlomeno in ambito bonelliano, deriva anche da una oggettiva difficoltà di inquadramento. È difficile, se non impossibile, iscriverlo entro un genere narrativo preciso. Sono passati i tempi dei titoli identificativi o ‘emblematici’ di un dato genere (Tex frequenta quasi ogni forma dell’immaginario western; Martin Mystère si occupa – nomen omen – di enigmi&misteri; Dylan Dog è legato all’orrore; Nick Raider e Julia si identificano con il giallo; Nathan Never con la fantascienza; fino al più recente Dragonero, fantasy).

Mercurio Loi, invece, non è assimilabile a nessun genere preciso. Certo, il personaggio prende forma nel solco di predecessori illustri come Sherlock Holmes e talvolta ricorda (persino fisicamente, con quelle lunghe orecchie che spuntano dalla testa), in compagnia del suo seguace Ottone, una sorta di duo Batman e Robin in salsa capitolina. Ma si tratta di suggestioni vaghe, utili a stabilire coordinate in cui collocare il personaggio, incapaci però di inquadrarlo del tutto.

Nella tradizione bonelliana, Mercurio Loi appartiene semmai alla categoria dei personaggi strettamente legati alla personalità del loro autore: dallo Zagor di Nolitta (immaginario letterario e filmico in un contesto fantastico) al Mister No dello stesso autore (il suo alter-ego amazzonico), al Ken Parker di Berardi, che descrive le speranze e le amarezze di un italiano di sinistra post-sessantottino (mi si perdoni la semplificazione) in uno scenario da western revisionista, fino ancora al Dylan Dog di Sclavi, straordinaria eccezione capace di esprimere tutti i topoi del genere horror all’interno delle private angosce e delle viscerali inquietudini del suo autore.

Così anche Mercurio Loi, vanitoso, saccente investigatore dilettante nella Roma dei primi dell’Ottocento, è senza dubbio un’invenzione originale di Alessandro Bilotta che ha voluto, come probabilmente mai prima d’ora, infondere nel personaggio un certo numero di sue personali suggestioni e manie, con il preciso intento di sfuggire a ogni facile classificazione.

mercurio loi 5

Anche all’interno del linguaggio bonelliano (dove per linguaggio non si intenda solo la struttura della tavola e dei personaggi, ma anche i codici del racconto e le caratteristiche tipiche delle sue pubblicazioni) Mercurio Loi tende a uno scarto laterale, a un’anarchica, pervicace indecifrabilità. Arrivati alla quinta storia (in realtà la sesta, se includiamo lo speciale introduttivo apparso per la collana Le Storie), abbiamo ancora la sensazione che ciò che ci sfugge sia più di quanto abbiamo compreso di lui. Almeno finora.

Ciononostante, il personaggio ha acquisito fin da subito una precisa identità, una sua forza non solo grafica (il viso da scimmia, le orecchie esageratamente sporgenti: anche in questo caso, non proprio il prototipo di un character da fumetto nazional popolare), ma anche per via di un temperamento niente affatto scontato. Sicuro di sé al limite del presuntuoso, vanesio e sottilmente inquieto, eppure profondo e sfaccettato, sulle orme dei protagonisti di certe serie tv contemporanee nelle quali la personalità è talmente caratterizzante da determinare lo sviluppo e la risoluzione della trama (si pensi alle diagnosi fantasmagoriche del Dottor House).

Ecco allora che Mercurio si colloca in una posizione sottilmente eversiva all’interno del panorama bonelliano, al punto da quasi svelarne gli elementi tipici, guidando così la storia (e il lettore) verso direzioni inconsuete. Da bravo situazionista, anarchico guastatore della banalità, potremmo dire che Mercurio in qualche modo “nega” lo spettacolo bonelliano. Fin dal primo numero, Roma dei pazzi, il gioco spettacolare viene ad essere smascherato e depotenziato: il suo arcinemico Tarcisio compare per la prima volta con una maschera, ammettendo la propria natura di personaggio.

Tutto è spettacolo, in Mercurio Loi, ma di un altro tipo rispetto al consueto. Tutto è consapevolmente rappresentato in modo che Mercurio possa teatralmente rompere il meccanismo e rivelare (talvolta, purtroppo, in modo eccessivamente didascalico) al lettore la sua propria verità.
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Compito di Mercurio Loi, infatti, non è tanto vincere contro i suoi eterni nemici, ma semplicemente, scientemente rivelare la natura del gioco mentre lo sta giocando. Scoprire i meccanismi del reale e, di conseguenza, interrompere lo “spettacolo” con la propria azione individuale. Mercurio si prende gioco dei Carabinieri che vengono a censire la sua libreria. Si prende gioco della futura moglie, confessandole sottilmente il proprio disinteresse per lei. Si prende gioco dei suoi numerosi seguaci ed estimatori, spacciandosi per un investigatore infallibile. Si prende gioco, infine, anche del lettore bonelliano, al quale non concede nessuno spettacolo, almeno nel senso tradizionalmente ‘avventuroso’, lasciando l’azione e talvolta anche l’emozione fuori dal racconto.

Non si era mai vista, in casa Bonelli, una così palese assenza di conflitto. Persino nelle operazioni più autoriali (si pensi alla recente miniserie Ut di Roi e Barbato) o nelle serie più intellettuali (la classica Un uomo, un’avventura) non era mai mancato un ruolo di primo piano per l’azione, un fulcro della trama che ne pre-determina la conclusione e che coincide con l’occasione, per i protagonisti, di “menare le mani”.

Qui l’azione è invece messa consapevolmente all’angolo. Le scene in cui Mercurio e il suo socio Ottone possono finalmente sfogare le proprie doti fisiche contro i loro improbabili avversari, degni villain da comics americani trasportati nella Roma papalina, sono in realtà narrate “distrattamente”, quasi fossero per i personaggi noiose parentesi, episodi di passaggio nel corso di vicende che volgono verso altre direzioni. L’azione, se esiste, non ha rilievo drammatico.

Il conflitto c’è, naturalmente, ma è sempre altrove o, meglio, è più alluso che messo in scena. Persino il lutto, tipico strumento nelle narrazioni di intrattenimento, specie seriali, per tenere desta l’attenzione, viene lasciato volutamente fuori quadro. Il pianto di Mercurio Loi nel primo episodio, ad esempio, viene riconosciuto solo dagli altri attori sul palcoscenico, ma espunto – consapevolmente – dalla rappresentazione.

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Non sempre l’effetto risulta efficace. In alcuni casi si ha la sensazione che il peso del gioco intellettuale sacrifichi lo sviluppo di una tensione narrativa, e/o ne indebolisca l’effetto drammatico. Ma l’approccio della serie – e del personaggio, che benissimo la incarna – non vuole essere emotivo, quanto filosofico, speculativo e al contempo onesto nel suo tentativo di comprensione del mondo (e delle regole del racconto). Uno dei battibecchi tipici tra Mercurio e il suo socio Ottone, non a caso, riguarda il modo con il quale Ottone reagisce ‘emotivamente’ alla vita. Per Ottone la verità è guidata dall’emozione, come per Mercurio dalla ragione.

Ottone è infatti un uomo d’azione, un avventuriero istintivo, un animo romantico e sognatore, un idealista capace di sacrificare se stesso in nome dei propri ideali libertari. Per Mercurio invece tutto è segno, è portatore di significato e attivatore di un’indagine. L’indagine è il modo con cui Mercurio scompone l’esperienza nelle sue componenti fondamentali per affrontarla in profondità. Anche disquisire degli ingredienti contenuti in un piatto di trippa al sugo particolarmente gustoso (il tema del numero 4, Il cuoco mascherato) può diventare così lo spunto per un racconto.

In questa serie, l’analisi del mondo, intesa come l’interpretazione del reale a partire dai suoi elementi costitutivi, è l’approccio con cui esso si manifesta come spettacolo. Nell’episodio numero 5 è la malinconia ad essere presa in esame. La tristezza è un corpo fisico che si trasmette in piccoli episodi da un personaggio all’altro, provocando a lungo andare immani catastrofi, secondo una logica che richiama l’effetto farfalla della Teoria del Caos. A propugnare questa teoria e renderla reale, un villain filosofo chiamato “Infelice”, che il lettore nerd non potrà che ricondurre specularmente al Joker, con quella cicatrice sulla faccia che gli regala un’espressione di perenne tristezza.

Tutto si regge in un delicato equilibrio che l’Infelice si sforza di rispettare attraverso gesti, insignificanti, in grado di produrre una condizione di generale infelicità. La storia si sviluppa così in un susseguirsi di piccoli eventi apparentemente casuali che rimandano ad altri, fino al minuscolo evento primario. Che è l’origine della tristezza e la risoluzione dell’indagine.

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Particolarmente espressivi si rivelano i disegni di Andrea Borgioli, che mantengono alto lo standard grafico della serie. Borgioli, già all’attivo in Bonelli su serie di ambientazione contemporanea come Jan Dix, Cassidy e Lukas, propone un’attenta caratterizzazione dei tanti personaggi della storia e dà nerbo all’antagonista dell’episodio, a partire dai suoi occhi intrisi di perenne tristezza e resi, in una soluzione davvero felice, come cerchi allucinati nel buio.

I colori di Francesca Piscitelli contribuiscono a dare un’impronta visiva riconoscibile alla serie, e qui si evidenziano soprattutto nella prima parte, nelle pagine più cupe e depressive, anche se ancora si fatica a riconoscere nel colore un vero valore aggiunto alla narrazione.

Dopo cinque numeri e sei episodi complessivi, Mercurio Loi si conferma comunque un titolo originale e ricco di inventiva, costantemente teso a spiazzare il lettore rifuggendo facili soluzioni e spiazzando molte aspettative del lettore. Bilotta ha costruito una serie carismatica e coraggiosa, sospesa tra il gioco intellettuale e l’avventura supereroistica. Un delicato equilibrio che da un lato permette di giocare con le invenzioni, la sceneggiatura e la costruzione dell’intreccio, dall’altra rischia talvolta di incepparsi, di scivolare sotto il peso delle sue stesse ambizioni, quando la smania intellettuale soffoca la freschezza del racconto.

Rimane tuttavia un titolo carico di aspettative, non banale nei pregi come nei difetti. E sebbene le sue potenzialità non sono forse state ancora del tutto espresse – una manciata di episodi, al solito, non basta – le promesse che porta con sé meritano ampia fiducia.

Mercurio Loi n. 5
di Alessandro Bilotta e Andrea Borgioli
Sergio Bonelli Editore, 2017
Brossurato, 96 pp a colori, € 4,90

  • Claudio Romeo

    Leggere Mercurio Loi è un piacere ancora prima di aprire l’albo.
    Mi piace mettermi nella disposizione d’animo del lasciarmi condurre senza avere aspettative, perché so che mi stupirà in un modo che non avrei potuto prevedere.
    Non c’è azione fine a sé stessa (emmenomale!).
    Non ci sono prediche moraliste (solo scambi di battute tra visioni della vita diverse).
    Ma quel che mi fa impazzire è ‘sta commistione tra Sherlock Holmes e il Marchese del Grillo, da cui scaturiscono situazione improbabili e godibili.
    Mi piace star lì a fissare non vignetta per vignetta, ma tutta la pagina, immaginando come lo sceneggiatore sia arrivato a concepirla proprio così. Aveva davvero intenzione di comunicare ciò che sta comunicando a me?
    Viva Mercurio Loi! Viva Alessandro Bilotta!

  • Irene

    Un’ottima analisi del personaggio di Mercurio Loi, apprezzabile la cura e la ricerca dei dettagli da parte dell’autore, anche se trovo che questa seconda serie sia meno avvincente rispetto alla prima. Per adesso non mi convince ancora appieno, ma Bilotta con Mercurio Loi ha dimostrato di avere un potenziale alto, da sua fan resto in attesa di nuove e più sorprendenti avventure.

  • Irene

    Ovviamente mi riferisco al singolo episodio presente nelle storie di Bonelli.