Nancy Drew: l’hard boiled americano di Werther Dell’Edera

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

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Personaggi dalla lunghissima vita editoriale e precursori del filone young adult, Nancy Drew e gli Hardy Boys sono nati in romanzi pubblicati dal 1927 (Nancy è apparsa per la prima volta nel 1930) e hanno già vissuto varie trasposizioni in altri media, ma nessuna come questa. Nancy Drew and the Hardy Boys: The Big Lie è una miniserie di sei numeri pubblicata da Dynamite Entertainment che offre una versione più adulta e hard boiled dei protagonisti, con ombre, violenza e voci narranti.

I testi sono dell’autore di Kill Shakespeare, Anthony Del Col, che fa un lavoro ingegnoso nell’incastrare le prospettive dei tre protagonisti e il loro rapporto con i genitori, dove viene operato il principale rinnovamento della serie. L’incipit infatti vede i due fratelli Hardy interrogati da due diversi detective per l’omicidio di loro padre, poliziotto che scopriamo essere caduto in disgrazia e accusato di corruzione. Nancy invece racconta di aver vissuto serenamente con suo padre, ma è presto piuttosto chiaro che qualcosa nel suo racconto non torna. Il genitore infatti si rivelerà essere una figura controversa, oltre che cruciale nella vicenda.

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A rendere il tutto memorabile non è però la storia che, per quanto ben congegnata nei vari capitoli, nel finale sembra purtroppo scadere in una serie eccessiva di entrate in scena a effetto, bensì il comparto grafico tutto italiano composto da Werther Dell’Edera con i colori di Stefano Simeone. Dell’Edera gestisce perfettamente sia l’atmosfera noir degli interrogatori e delle scene thriller, sia i più solari flashback tinti di nostalgia per i giorni più felici nella fittizia e pittoresca cittadina di Bayport, definita un luogo da cartolina un po’ come la Riverdale di Archie.

Soprattutto, però, il disegnatore rende altamente d’impatto le scene d’azione, che non sono numerose visto che non si tratta di un fumetto action e che proprio per questo hanno soprattutto un peso drammatico. Quando per esempio i due fratelli si azzuffano i colpi hanno una loro pesantezza anche di significato, così come il rumore degli spari che irrompe in grandi onomatopee spezza la quiete di un racconto altrimenti relativamente tranquillo e più cerebrale che non di tensione. Non che manchino tesi confronti, ed è un piacevole cambio di passo il terzo episodio, quasi interamente dedicato a una irruzione in una stazione di polizia, in cui i personaggi seguono al millimetro un piano meticoloso e dove comunque non mancano sorprese.

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Se già di per sé The Big Lie è un fumetto di qualità, a renderlo ancora più inatteso è il livello medio – spesso sconfortante – delle pubblicazioni Dynamite, oltre alla difficoltà di rendere moderni personaggi nati per il giovane pubblico degli anni Trenta.

Sembra di capire dagli editoriali in coda ai vari albi che l’operazione sia stata un successo e non c’è alcun dubbio che procederà con una seconda miniserie da sei numeri, anche perché il progetto è sempre stato da 12 e la conclusione di The Big Lie introduce una nuova e più difficile indagine.

Bonus: World Reader

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Si conclude con il sesto numero la miniserie Aftershock World Reader, scritta da Jeff Loveness e disegnata e colorata da Juan Doe (approfittiamo per un’errata corrige: i colori sono di Doe e non di Rachel Deering, che è invece letterista, a differenza di quanto avevamo detto all’uscita del primo numero). Il risultato è purtroppo inferiore alle aspettative: se Doe fa un ottimo lavoro, soprattutto cromatico, Loveness riesce a mantenere i dialoghi brillanti, ma quando cerca di farsi profondo o politico risolve le cose in modo troppo schematico e didascalico.

La protagonista, che può vedere i fantasmi di pianeti ormai disabitati, scopre che un’entità si aggira a raccogliere le anime di questi mondi, ma quello che pensa essere un mostro si rivela tutt’altra cosa, così come la reale natura della spedizione di esplorazione terrestre non è affatto quella che crede. Da una parte si apprezza l’insolita disperazione di un fumetto come questo, ma dall’altra è difficile non vedere una certa ripetitività e una narrazione che si risolve in spiegoni, come se Loveness non avesse raffinato le sue idee in un racconto più compiuto e si fosse accontentato della loro forma grezza.

Bonus 2: Kingsman: The Red Diamond

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Con il secondo capitolo cinematografico alle porte non poteva che tornare anche il fumetto di Kingsman, ma questo The Red Diamond – oltre a non aver nulla a che fare con Kingsman: The Golden Circle – somiglia poco pure al fumetto che l’ha preceduto. A scriverlo non è infatti più Mark Millar bensì Rob Williams, così come a disegnarlo non è più Dave Gibbons, sostituito da Simon Fraser. Un’operazione dunque poco genuina persino per gli standard di Millar, e volta soprattutto a catturare il pubblico meno informato, cosa alla quale contribuisce la copertina di Quitely dove il protagonista è ricalcato – nemmeno troppo bene – sulle fattezze di quello del film.

Detto questo, il fumetto fa subito in modo di ripristinare lo status quo del primo Kingsman, riportando la famiglia del protagonista a South London e obbligandolo a così a chiedersi se non è diventato uno snob che rinnega le sue radici. Nel mentre viene salvato il principe Filippo da terroristi ignorantissimi e solo sul finire dell’albo è introdotto un nuovo villain, con fissazioni da nerd cinefilo e dalle idee socialiste portate all’estremo.

Bonus 3: Scales & Scoundrels

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Tra i numeri uno della settimana – che comprendono anche un college dove dilaga una piaga in Lazaretto e una poliziotta erede di Frankestein che si dà al vigilantismo in Made Men – spicca Scales & Scoundrels, pubblicato da Image Comics. Scritta da Sebastian Griner, più noto come editor, e disegnata e colorata dall’esordiente Galaad, Scales & Scoundrels ha avuto una lunga gestazione ma è pronta a lunga vita e a una storia epica, comica e tragica, come si legge negli editoriali. L’inizio è sicuramente divertente, con un personaggio femminile che non si fa mettere i piedi in testa ma che per i suoi poteri è anche una reietta.
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I disegni alternano uno storytelling più semplice e quasi umoristico a tavole invece più elaborate, dettagliate e spettacolari, in una buona amalgama con i testi. Se poi la storia, presentata con un target all-ages, davvero troverà personaggi capaci di crescere e momenti drammatici questo rimane tutto da vedere. Fin qui il fumetto sembra più che altro una felice parodia dei luoghi comuni del fantasy post-Magic the Gathering.