Recensioni Novità "Atomahawk", il fumetto più metallaro del mondo

“Atomahawk”, il fumetto più metallaro del mondo

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

Atomahawk

Per festeggiare il cinquantesimo appuntamento con questa rubrica parliamo di una serie al cui confronto Dark Nights: Metal, dove i metalli della DC Comics aprono le porte a un universo Dark con tanto di Batman oscuri, non è nemmeno hard rock. Si tratta di Atomahawk, che fin dal nome evoca un’energia devastante e sovrumana ma allo stesso tempo primordiale.

Atomahawk ha per protagonista un cyberzerker coperto di metallo pesante, che con un’ascia si apre la strada tra eserciti di avversari e in mezzo alla battaglia fa riflessioni come questa: “Ci sono così tanti nemici, disposti in file ordinate, sono circondato… di cadaveri”.

Impugna un’arma, l’Atomahawk del titolo, che lo trasforma in un guerriero inarrestabile ma lo fa per i propri fini, e come per la Tempestosa di Elric i suoi non sono fini benevoli. Scopriremo infatti che l’Atomahawk ha squarciato in passato un intero universo, mentre era impugnata da un Dio ora imprigionato. Ed è questo stesso Dio che il cyberzerker lotta per liberare combattendo contro schiere innumerevoli ma incapaci di arrestarlo. Il suo Dio, Torq, ha aperto il cosmo a metà e si dice che il suo ritorno potrebbe distruggerlo definitivamente, ma questo non solo non turba il cyberzerker: lo esalta.

atomahawk

C’è in Atomahawk il nichilismo di una foga guerriera che si esalta nella battaglia per la battaglia, che non cerca di portare la pace ma solo la gloria di ulteriori battaglie. Una gloria per altro del tutto solipsistica, visto che il cyberzerker diventa quasi subito un guerriero solitario, il cui unico scopo è offrire i propri avversari alla sua Atomahawk.

Tutto questo delirio riprende un immaginario di guerre e forze ancestrali alla Druillet, ma senza ambizioni poetiche e piuttosto vicino a un’epica da disco dei Manowar. Una tale moltiplicazione di violenza, che nasconde anche omaggi a celebri copertine di album metal, nasce dalla mente del disegnatore Ian Bederman.

I personaggi della saga sono stati infatti ideati come figure da tatuare, il gusto grafico è dunque marcatamente bidimensionale e per questo, tra il primo e il secondo capitolo, sono incluse nell’albo foto di tatuaggi dei personaggi di Atomahawk. Inoltre Bederman spiega che è proprio il partire dai tatuaggi a ispirare il suo layout, dove molto spesso la tavola ruota intorno a una vignetta centrale rotonda, questo perché le figure triangolari e circolari sono più adatte di quelle quadrate o rettangolari per essere disegnate sul corpo umano.

atomahawk

I primi tre capitoli di Atomahawk sono stati pubblicati originariamente su Heavy Metal (mai collocazione fu più appropriata), sotto la direzione di Grant Morrison, che presenta così la serie: «Atomahawk è un feedback di un urlante buco nero che grida di vorticante energia kirbykozmika death metal sparata contro la corteccia prefrontale».

Ora i primi tre episodi sono ristampati in questo numero zero di Atomahawk da Image, visto che la serie prosegue sull’antologico Image+. La narrazione per immagini di Bederman, non manca di passaggi satirici come il secondo capitolo, ambientato nell’Inter-Net, tra porno e iperviolenza, dove l’atto di hackerare viene preso alla lettera e si pratica a colpi d’ascia (il verbo to hack significa infatti tagliare, fare a pezzi).

I dialoghi e le didascalie sono firmate da Donny Cates, che già scriveva di dèi e guerrieri in God Country e che qui può scatenare ancora di più tutta la sua anima metallara. Ne vengono passaggi memorabili come l’incipit: «Le ossa si separano contro la lama. E i miei nemici urlano le loro canzoni di morte al mio Dio imprigionato. Le loro canzoni sono troppo brevi. Il mio Dio ne sarà dispiaciuto». O come la storia del Dio Torq, che tra le altre cose: «Domò il cavallo da guerra conosciuto come Galacticorn e con lui galoppò senza freni né sconfitta attraverso migliaia di terre, ora sterili e annerite».

atomahawk

La pubblicazione in brevi capitoli da dieci pagine circa è il formato giusto per una storia così iperbolica e così graficamente densa ed esagerata, a suo modo sicuramente “ignorante” e irresponsabile, eppure tanto febbricitante nei toni e nelle immagini da costituire un irresistibile guilty pleasure.

Bonus: God Complex

God Complex

Ispirato da una linea di action figure commercializzate da Glitch, ma con alla base una sorta di operazione di worldbuilding – almeno per quanto ne abbiamo capito – God Complex è un fumetto Image-Top Cow scritto da Paul Jenkins e disegnato da Hendy Prasetya, fin qui all’opera per lo più sulle serie dei Power Rangers.

L’idea originale invece è di Brian Lie, che ha immaginato un mondo futuro dove la tecnologia informatica ha enorme importanza ed è dominata dai rulers: figure semi-divine che infatti hanno i nomi degli dèi dell’antica Grecia. Qui, nella metropoli di Delphi, un triplice omicidio sembra essere un diversivo dei seguaci della Trinità, che credono in un unico Dio, per infiltrare la rete dei rulers.

god complex

Indaga su tutto questo un giovane detective che ha fatto parte della Chiesa della Trinità e in cui Hermes sembra riporre molte speranze, ammesso che invece non stia solamente cercando di manipolarlo. Difficile interpretare i disegni degli dèi e il comparto grafico non invoglia ad approfondire, nonostante le idee abbiano un certo fascino.

Bonus 2: The Wildstorm – Michael Cray

Michael Cray

Seconda serie del rilancio Wildstorm curato da Warren Ellis, The Wildstorm – Michael Cray, della durata prevista di 12 numeri, è sceneggiata dall’autore di Postal Bryan Edward Hill, disegnata da Steven Harris, inchiostrata da Dexter Vines e colorata da Stee Buccellato.

E per la seconda volta su due, la scelta del disegnatore è deludente. Del resto si tratta di un artista pescato dalla Scout Comics e dalla serie di Voltron, che fa un lavoro tutto sommato dignitoso ma piuttosto piatto, buono più che altro nello storytelling dettato dalla sceneggiatura, ma poco convincente nella recitazione dei volti a fronte di numerosi e lunghi dialoghi. Come alla DC abbiano deciso di affidargli l’eredità di quello che una volta era noto come Deathblow – e che ricordiamo soprattutto per i tentativi milleriani di un Jim Lee al top della forma, poi seguito da Tim Sale – è davvero cosa poco comprensibile.

michael cray wildstorm

Non va molto meglio con la storia, che non trova un’idea più brillante del presentare una versione psicopatica di Oliver Queen e farne il bersaglio di Cray. Il protagonista dovrà controvoglia mettere in piedi una squadra, cosa cui comunque si dedicherà nei prossimi numeri, visto che la decompressione regna sovrana…

Bonus 3: Youngblood

Youngblood

Si è concluso con il sesto episodio il primo arco della nuova Youngblood (e noi non proseguiremo nella lettura), scritta da Chad Bower, disegnata da Jim Towe, inchiostrata da Shelby Robertson e colorata da Juanmar.

Si tratta di un reboot allo stesso tempo infantile e iperviolento, sovrappopolato di personaggi e sottotrame, ma senza un’idea forte che sia una e anzi ricco di cadute improbabili, a partire da Diehard diventato presidente degli Usa e ottuso come pochi.

Youngblood

Quel che è peggio è che pure graficamente si assiste a una versione scialba e con poca personalità dello stile supereroico, insomma un totale tradimento allo spirito originale che faceva dei disegni aggressivi, ipertrofici e spesso inguardabili di Rob Liefeld il suo tratto distintivo. Se ne poteva dire – e con ragione – tutto il male possibile, ma di certo hanno lasciato il segno, cosa che Towe e gli altri non provano nemmeno a fare.

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