Infinity 8, la serie ‘high concept’ della nuova fantascienza francese

Proprio nell’anno in cui Luc Besson fa riscoprire a un’intera generazione di giovani spettatori una pietra miliare come Valérian, il fumetto di fantascienza made in France si guadagna l’attenzione di pubblico e critica con la serie Infinity 8, pubblicata dall’editore Rue de Sèvres e giunta ormai al suo quarto capitolo (degli otto previsti). Un progetto che coniuga una vocazione commerciale a un approccio decisamente autoriale, risultato dell’inattesa ma riuscita alchimia tra due figure di spicco della bande dessinée: Olivier Vatine e Lewis Trondheim.

Ed è da questa insolita collaborazione che dobbiamo partire per inquadrare Infinity 8, perché mai come in questo caso il processo creativo è parte integrante del prodotto finale. Olivier Vatine, iniziatore del progetto, è noto principalmente per i suoi fumetti di fantasy e fantascienza. Oltre alla fortunata serie Aquablue, ricordiamo il suo contributo all’Expanded Universe di Star Wars, con l’adattamento a fumetti della trilogia di Thrawn. Dal 2007 si occupa inoltre della sua etichetta editoriale Comix Buro, che alla pubblicazione di fumetti unisce anche la produzione di prodotti derivati.

infinity 8

Infinity 8 sembrava in un primo momento destinata a inscriversi naturalmente in questa produzione, come intrattenimento di qualità senza troppe velleità: un tributo alle atmosfere retrò della fantascienza anni Settanta, con ragazze formose in tuta aderente che vivono avventure nello spazio. A complicare questo pur nobile disegno è però intervenuto il genio squinternato di Lewis Trondheim, cofondatore della casa editrice L’Association e dell’OuBaPo, creatore della ormai famosa mascotte del festival di Angoulême e autore tra i più importanti del fumetto francese degli ultimi 20 anni, spesso al confine tra progetti sperimentali e opere più tradizionali, da Lapinot a Spirou. Nella sua controproposta a Vatine, Trondheim conserva le premesse grafiche e tematiche dell’idea originale, integrandovi però la sua passione per gli esperimenti letterari.

Le avventure delle nostre astronaute sexy, tanto per cominciare, da sequenza lineare di vicende sono divenute, con il contributo di Trondheim, un susseguirsi in loop del medesimo arco temporale, della durata di 8 ore. La giustificazione narrativa di questa ripetizione suona deliziosamente arbitraria e poco credibile, in linea con l’atmosfera da fantascienza di serie B di Infinity 8: la crociera spaziale dell’astronave omonima (il cui logo è ovviamente il caratteristico 8 rovesciato, la cui velocità è ovviamente warp 88 , e i cui passeggeri sono ovviamente 880.000) viene bruscamente interrotta quando un enorme agglomerato di tombe e cadaveri, provenienti dai quattro angoli della galassia, appare misteriosamente sulla rotta del vascello.

infinity 8

Fortunatamente, si da il caso che il capitano dell’Infinity 8 sia un alieno dotato di un potere alquanto peculiare, particolarmente utile in questa fastidiosa circostanza: dopo aver vissuto una trama temporale per 8 ore egli può decidere, fino ad un massimo di 8 volte consecutive, se proseguirla o ritornare all’inizio, essendo il solo a conservare i ricordi delle trame precedenti. Questo permetterà alle affascinanti agenti dell’Infinity 8 di uscire in esplorazione, e di scoprire da dove questo immenso cimitero ambulante sia saltato fuori, e chi o cosa si nasconda dietro questo incidente misterioso. Il tutto senza dover perdere troppo tempo sulla tabella di marcia della nave.

Gli autori sembrano essersi divertirsi ad introdurre delle premesse narrative inverosimili e quasi forzate, chiaramente concepite ad hoc per giustificare le regole del gioco oubapiano che Trondheim ha in mente per la serie: affidare ciascun capitolo ad una coppia di autori diversa (tra cui Zep, Kris, Balez, Killoffer, Trystram e altri nomi illustri del fumetto francofono), al fine di ottenere 8 differenti esercizi stilistici, 8 declinazioni di un medesimo universo, 8 differenti evoluzioni a partire da un identico punto di partenza.

Ciascun autore è stato lasciato libero di trarre ispirazione dai suoi classici preferiti, attingendo alla ricchissima tradizione della science-fiction, non solo francese: il già ricordato Valérian, ma anche Bilal, Moebius e ovviamente Jack Kirby.

infinity 8

Al fine di assicurare l’unitarietà, anche grafica, di un prodotto così eterogeneo, Trondheim e Vatine stabiliscono un insieme di elementi strutturali e ricorrenti di fondo: una “bibbia” preparata da Vatine definisce il design dell’astronave e della sala di comando, così come quello delle uniformi, degli equipaggiamenti e dei due personaggi ricorrenti, il capitano dell’Infinity 8 e il luogotenente Reffo. A questa onnipresenza di Vatine si fa del resto scherzosamente allusione proprio nei tratti del malizioso Reffo, che richiamano esplicitamente quelli del disegnatore. Trondheim, dal canto suo, oltre ad aver riservato per sé il capitolo finale della saga, è sempre coautore e cofirmatario delle sceneggiature, garantendo la continuità e la coerenza dell’insieme.

Tutti questi elementi fanno di Infinity 8 un progetto editoriale e artistico senz’altro interessante. Più difficile è astrarre da queste preponderanti premesse, separare il prodotto finale dall’originale processo creativo che lo ha portato ad essere, e valutarne l’effettiva riuscita negli episodi specifici. La stessa difficoltà, del resto, si incontra con tutte le opere sperimentali: come valutare La scomparsa di Perec o gli Esercizi di stile di Queneau, per non parlare dei fumetti dello stesso Trondheim e degli altri membri dell’OuBaPo, prescindendo dal gioco “enigmistico” alla loro origine? Qualcuno potrebbe persino contestare che una valutazione di questo tipo abbia senso. Eppure, Infinity 8 ibrida a tal punto sperimentazione e intrattenimento, che qualche rapida considerazione sulla pura e semplice godibilità di queste avventure spaziali non sembra fuori posto.

infinity 8

Si dovrà allora riconoscere un certo squilibrio tra la serie considerata nel suo insieme e i singoli capitoli. In questo bizzarro incontro tra esperimento letterario e lettura di svago, possiamo dire che il primo fagocita almeno in parte la seconda, risultandone un fumetto che brilla, forse suo malgrado, per arguzia più che per adrenalina, per la varietà dell’insieme più che per le singole storie, per il piacere che si prova a riconoscere in ciascuna delle protagoniste l’ennesima, inconsapevole variazione sul tema dell’eroina sexy più che per l’investimento emotivo su una qualsiasi di esse. Insomma, i momenti migliori di Infinity 8 rimangono quelli che solo una lettura (e rilettura) trasversale dell’opera riesce a fare emergere.

Uno di questi è legato, per esempio, al fatto di riconoscere le fugaci apparizioni dei personaggi di un capitolo precedente o successivo, completamente ignari (a differenza del lettore) della vicenda che li ha visti o li vedrà protagonisti, i loro ricordi essendo cancellati ad ogni reboot. Il fatto che tutti gli intrecci prendano le mosse dal ritrovamento del cimitero spaziale, inoltre, si traduce in una connessione tematica, trasformando il susseguirsi delle avventure in una serie di variazioni, e quindi in una sorta di riflessione corale, sul tema della morte e della tomba: occasione di banchetto per i mostruosi alieni necrofagi del capitolo I, preziosa reliquia nelle diversissime storie dei capitoli II e IV, documento storico imprescindibile nell’avvincente ricerca della verità al centro del capitolo III, L’évangile selon Emma.

infinity 8

Con Olivier Balez ai disegni e Fabien Vehlmann alla sceneggiatura, il capitolo III è il più cupo e originale tra gli episodi visti finora, e supera brillantemente il test della lettura isolata. Lo stesso non si può dire per gli altri, benché non manchino elementi di interesse in ciascuno di essi, nello stile come nella scrittura. Penso alla divertente ciclicità delle avventure, e alla cura dei dettagli mostrata nel ripetere alla fine della storia quanto già mostrato in apertura; o al tono nostalgico del capitolo I, firmato Bertail e Zep; la curiosa scelta di Vatine (che si riserva il capitolo II) di fare della sua eroina una fanatica dei selfie dalla dubbia moralità e dalla indubbia stupidità; infine, alla più classica declinazione della fantascienza come critica del presente nei capitoli II e IV.

Al netto di questi (ed altri) pregi, rimane evidente che l’avvicendarsi di vari autori e l’originalità del processo creativo garantiscono alla serie nel suo insieme una varietà e un interesse, stilistico e scenaristico, che nessuna delle le singole prove presa individualmente riesce ad eguagliare. Tenendo a mente questa premessa, e aspettando i prossimi sviluppi di una trama ancora avvolta nel mistero, si può senz’altro raccomandare la lettura (integrale) di Infinity 8, che pur riuscendo solo in parte come avventura fantascientifica rimane un ambizioso esperimento metafumettistico, e un interessantissimo tentativo di sintetizzare, in bilico tra mainstream e innovazione, due delle più caratteristiche anime del fumetto francese.

  • Anders Ge (f.k.a.”usagisan”)

    La sto prendendo in volumi e devo dire che si tratta di una serie decisamente ottima. Magari la vedremo anche da noi…