Un giorno nello studio di Frank Quitely

Lo studio di Frank Quitely è in un bell’edificio in centro a Glasgow, fra George Square e il fiume Clyde. L’incontro è fissato per l’ora di pranzo durante uno dei primi giorni del marzo scozzese. Nella breve passeggiata fra il mio appartamento e lo studio il meteo fa in tempo a cambiare cinque volte, mettendo in scena un ping-pong impazzito fra scrosci d’acqua improvvisi e incerte prove di primavera.

«Welcome to Scotland!», mi dice ridendo Frank, guardando i miei vestiti fradici e poi il pallido sole senza nuvole nel cielo di Glasgow, prima di portarmi nel suo studio, una stanza illuminata da grandi finestre e condivisa con altri due artisti, una pittrice polacca e un designer scozzese. «Vuoi una tisana allo zenzero?» mi chiede spostando torri di libri e fogli (Mazzucchelli, Otomo, Chipp Kidd, tavole originali di Paul Pope) per far spazio al bollitore.

Quando entrambi abbiamo in mano la nostra tazza, Quitely posiziona con cura sulla sedia il suo cuscino home-made di Akira (“Regalo di un amico disegnatore”) e si sistema alla sua postazione di lavoro, composta da un computer e una tavoletta grafica, pronto a disegnare.

frank quitely intervista studio

È una pagina da Jupiter’s Legacy vol. 2 quella che stai disegnando?

Sì, anzi, in realtà sono due pagine: è una spread. Siccome sono indietro sulla deadline [ridacchia], sto disegnando la doppia pagina come se fosse una sola. Vedi [indica un cumulo di fogli alla sua sinistra], di solito questa è la misura di una pagina singola.

In effetti sei noto da tempo per essere un disegnatore lento. Pensi che sia vero?

Sì, assolutamente. Per la maggior parte della mia carriera sono stato in grado di disegnare due pagine a settimana, al massimo. Negli ultimi quattro anni, però, ho iniziato a fare al massimo una pagina a settimana. Anche se negli ultimi tempi sono più o meno riuscito a tornare a due pagine alla settimana. La serie era comunque già molto in ritardo e in più ho avuto qualche problema di salute. Stavo lavorando al quarto numero della seconda serie e ho avuto un’infezione virale, un problema che torna spesso e mi ha rimesso in ritardo sulle mie deadline, di nuovo. Quindi al momento ho ancora circa 6 pagine per finire il numero.

Sei settimane, dai.

Beh, spero sia meno di sei settimane [ride].

Quando hai iniziato a disegnare in digitale?

Probabilmente dopo We3 (2004) o forse dopo All Star Superman (2008). Principalmente in digitale disegno il sottotraccia, che prima facevo con una matita blu, mentre adesso lavoro in digitale e poi stampo in blu. In realtà ho usato il digitale per colorare per un sacco di anni, prima ancora di iniziare a usarlo per il sottodisegno.

Aspetta, fammi capire: quindi hai diminuito il numero di pagine settimanali disegnate da quando usi il digitale? Mi hai appena detto che fino a qualche anno fa ne facevi due e adesso una…

Sì, ma non per colpa del digitale. Anche quando ho iniziato a fare il sottodisegno in digitale, sono riuscito a disegnare due pagine alla settimana. Il vero motivo che mi rallenta è che, nel corso degli anni, ho continuato a esplorare sempre di più i modi in cui posso raccontare una storia. Quando iniziavo a disegnare una storia, ero abituato a realizzare quelle che io chiamo le “miniature” – piccoli disegni di prova che faccio direttamente sul foglio di sceneggiatura – e ne facevo due o tre. [cerca in una catasta di fogli una sceneggiatura, per mostrarmi un esempio]. Adesso sono arrivato a farne anche otto o dieci per ogni vignetta, e spendo molto tempo a scegliere quale sia la migliore. Cerco sempre la migliore combinazione, è diventata una specie di ossessione.

frank quitely intervista studio

È sempre strano incontrare un disegnatore, perché spesso – o almeno, questo è quello che succede a me – ci si crea un’immagine di loro basata sui loro disegni. Esempio: ti ho sempre immaginato come un punk.

[ride] Sono un punk, ma mia moglie mi fa vestire come se stessi andando in ufficio.

Normcore.

Esatto, proprio normcore.

Un’altra cosa molto strana è stata chiamarti Frank nelle email per organizzare l’intervista. Mi fa sempre sentire stupido chiamare qualcuno col suo nome d’arte nella vita vera. Ma anche chiamarti Vincent, come se fossimo amiconi, mi metteva a disagio.

Guarda, la maggior parte delle persone mi chiama Frank, perché mi conoscono come Frank attraverso il mio lavoro. Non mi presento come Frank e non mi faccio chiamare Frank, ma puoi chiamarmi Frank se vuoi.

Penso che andrò con Vincent. Mi sembra sempre di mancare la parte umana a chiamare qualcuno col suo nome d’arte, come se lo stessi confinando a essere unicamente un prodotto del suo lavoro. Poi ci sono anche persone felicissime del loro nome d’arte, e lo usano nella vita di tutti i giorni… ma tu quale rapporto hai col tuo alias?

Ormai ci sono abituato. All’inizio, quando andavo alle fiere, magari qualcuno si metteva a seguirmi e mi diceva ‘Frank! Frank!’ e io non mi giravo, non lo recepivo minimamente e dovevano darmi un colpetto sulla spalla e finalmente realizzavo e facevo ‘AHHHH, ce l’hai con me, sono io Frank!’. Adesso se qualcuno mi chiama Frank, specialmente alle fiere o altri eventi legati ai fumetti, non ci faccio neanche caso, mi sembra normale. Mi capita spesso di fare interviste insieme a Grant [Morrison] o Mark [Millar] e durante l’intervista passano agilmente dal chiamarmi Vincent a Frank, senza che io nemmeno me ne accorga.

frank quitely

Da quanto tempo conosci Grant Morrison?

Credo dal 1990 o dal 1991. Stavo ancora realizzando Electric Soup quando lo incontrai per la prima volta. Ci incontravamo spesso agli eventi di fumetto di Glasgow e alla fiera di Londra. Ci siamo visti una decina di volte in giro, prima che iniziassimo a lavorare assieme, su Flex Mentallo. Mi pare che la prima volta che ne parlammo sia stata intorno al 1994, visto che iniziai a lavorarci sopra nel 1995 e il primo numero uscì fra il 1995 e il 1996, non mi ricordo.

Lui non vive qui: vive a LA, giusto?

Ha un appartamento a Los Angeles, ma vive qui, penso per ragioni di tasse. Devi pagarle nella nazione in cui passi la maggior parte dell’anno, quindi vive poco più di sei mesi qui in Scozia e il resto in California.

Devo dirtelo: è il mio scrittore di fumetti preferito, perché ho iniziato a leggere gli X-Men quando andavo in prima media e c’era E come estinzione che mi ha fatto un buco in testa. Invece, da ragazzino odiavo i tuoi disegni, perché il mio ideale di bravo disegnatore di fumetti era uno tipo Mark Bagley. Odiavo i tuoi personaggi perché erano imperfetti e senza grazia, su tutti Wolverine e Ciclope, davvero ‘slim’. Poi un giorno, ho semplicemente pensato ‘hey, questa roba è una bomba’. Se ti può consolare, ho avuto lo stesso problema con Mike Allred.

È sempre così: quando cresci amando un certo stile di disegno, quando vieni introdotto a uno stile diverso c’è una sorta di repulsione. Se vedi il mio lavoro, o quello di qualche altro mio collega, su un’altra serie, non ti interessa e non è un gran problema. Ma dal momento che ami gli X-Men e ti piace vederli disegnati in un certo modo, all’improvviso arrivo io e inizio a disegnarlo come un fumetto Vertigo… per un sacco di gente semplicemente non funzionava. Ma tante persone a cui piaceva il lavoro di Grant e il mio hanno invece iniziato a leggere gli X-Men quando Grant ha iniziato a scriverli, e a loro piacevano molto. Tanti altri invece, che erano già fan degli X-Men, non erano contenti delle storie mie e di Grant.

Mi ricordo questa cosa: io e Grant andammo a questa fiera a Philadelphia, era prima che lui si sposasse. Era la prima Wizard-Con a Philadelphia – ecco, non dovresti mai andare alla prima edizione di una fiera, perché è sempre organizzata in maniera approssimativa – ed eravamo a questo tavolo assieme ai fratelli Kubert, Joe Quesada e tanti altri autori legati al mondo degli X-Men. I fan arrivavano con i trolley e scaricavano pile su pile di fumetti – anche 40 albi – da far autografare ai fratelli Kubert e agli altri. E i fan arrivavano da loro, mettevano sul tavolo gli albi e dicevano ‘amo la vostra roba’; poi arrivavano da noi, mettevano gli albi sul tavolo e ci guardavano da lontano, corrucciati, con le braccia conserte. E qualcuno ci disse pure: ‘senza offesa ragazzi, ma la vostra roba è spazzatura. Proprio non li capite gli X-Men’.

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Probabilmente erano vedove degli anni Novanta. In realtà io odio gli X-Men degli anni Novanta. La roba di Jim Lee, dei fratelli Kubert.

È abbastanza divertente. All’epoca in cui stavo facendo Electric soup non leggevo supereroi da quando ero un ragazzino, e non avevo assolutamente idea di cosa stesse succedendo nei fumetti. Quando iniziai a fare fumetto underground, c’era quest’altro ragazzo con cui collaboravo, che era veramente appassionato di fumetto e iniziò a mostrarmi roba di come Akira, i fumetti di Moebius, Frank Miller, Geof Darrow, tutti quelli di Alan Moore, quelli di Grant, di Mike Mignola e Bill Sinkiewicz. Un sacco di stili, tutti diversi tra loro.

Quindi iniziai a frequentare la fumetteria vicino al posto dove facevo fumetti informandomi su cos’era in voga al momento, cos’era più interessante, e la risposta era Uncanny X-Men, che vendeva centinaia di migliaia di copie. Ai disegni c’era Jim Lee, mentre Scott Williams inchiostrava. Provai a leggerli, ma non ce la facevo proprio: non riuscivo a capire cosa stesse succedendo nelle storie, non avevo assolutamente idea di cosa fosse accaduto in precedenza e di tutto il resto. Ma c’era qualcosa di davvero impressionante nei disegni di Jim Lee, per me. Li trovavo davvero potenti. Penso che fosse l’esilità del segno, come se sapesse quello che stava facendo, senza pensarci troppo mentre disegnava.

Io vengo dalla scuola d’arte e lavoravamo su tele molto grandi e una delle cose che trovavo più difficile nel fumetto era disegnare piccolo, le cose piccole. Ci vuole molto controllo, e io ero abituato a disegnare in grande. Con una grossa tela è facile disegnare e tenere tutto sotto controllo, ma col fumetto magari devi disegnare in una zona ristretta.

È divertente perché anche il vostro ciclo sugli X-Men è comunque finito con un arco narrativo disegnato da Marc Silvestri. Siete partiti tu, Igor Kordey, Ethan Van Sciver e altri autori meno convenzionali e avete finito con uno dei gemelli di Jim Lee.

Il mio artista preferito ad avere lavorato su quella run, in realtà, è John Paul Leon.

Ah sì, molto sienkiewicziano. Ne ha disegnata una sola, però – mi pare – quella col gigantesco bambino mutante e Xorn.

Anche un’altra, quella dove Emma inizia a sedurre Scott psichicamente e si buttano dall’aeroplano. Era tutto molto simbolico. In realtà non ho letto tutti i numeri, perché la Marvel si dimenticava di mandarmi le copie di cortesia e io mi dimenticavo di andare in fumetteria.

frank quitely x-men

Il mio story-arc preferito è Riot at Xavier’s. Ero in terza media quando l’ho letto e Quentin Quire lo sentivo molto vicino come personaggio. Mi ricordo che avevo fatto come lui ed ero andato dal parrucchiere con una foto per farmi tagliare i capelli allo stesso modo.
Non stai leggendo gli X-Men di adesso, vero?

No.

Beh, vanno ancora avanti sulle vostre idee e sulle vostre intuizioni. Per esempio Quentin Quire…

L’hanno rivisitato recentemente, giusto?

Sì, l’hanno tirato fuori dalla tomba e iniziato a scriverlo come un cliché, cercando di copiare lo stile di Morrison ma finendo per appiattirlo a enfant terrible molto stereotipato. Jason Aaron ne ha fatto un uso massiccio. Ma forse dovrebbero iniziare a creare i propri personaggi. Oddio, so che non è mai il massimo creare personaggi vincenti che verranno poi sfruttati per sempre dalla casa editrice. È come regalargli un grosso asset.

Mmm, sì e no.

Beh, tu lavori spesso con Mark Millar, che è il re di questo concetto: “Creo la mia roba, tengo i miei soldi, ci faccio un film quando voglio”.

Sì, anche questo è vero. Però sai, quando Mark scriveva Superman, amava il fatto di scriverlo, non gli importava che non fosse un suo prodotto. E anche quando Grant scriveva gli X-Men, era al lavoro su Scott e Logan e Xavier e tanti personaggi che ha sempre amato, a cui ha aggiunto altri personaggi inventati da lui. E quando se n’è andato, sono arrivati altri scrittori che hanno usato i suoi personaggi. Mark e Grant sanno benissimo cosa stanno facendo quando inventano un personaggio per Marvel o DC.

L’approccio però, da quel che sento quando parlano gli autori, è sempre più ‘gioca con quello che hai’, perché ogni volta che inventi qualcosa di grosso, rischi di fare un favore soltanto alla casa editrice. Ed è probabilmente il motivo per cui sono anni che non si vede un nuovo personaggio decente, che possa resistere nel tempo. Forse è davvero più facile rebootare e rilanciare…

Ci sono ragioni a favore anche di questo argomento. Se ci pensi, quando hai iniziato a leggere gli X-Men, alle scuole medie, non stavi leggendo gli X-Men di Stan Lee e Jack Kirby: quelli erano quelli della generazione precedente. Chi si avvicinava in quel momento, non voleva i vecchi X-Men, voleva qualcosa di nuovo, non voleva leggere le storie di 30 anni prima.

Non so. A me sono sempre piaciute anche le loro storie.

Ma le leggevi alle medie?

Sì, ma più che gli X-Men, leggevo i loro Fantastici Quattro. Penso che i Fantastici Quattro di Lee/Kirby siano meglio di qualsiasi altri Fantastici Quattro dopo, anche di quelli di John Byrne. Quindi non saprei cosa dirti, se non che penso che molti si rivolgano alla Image proprio per i motivi di cui parlavamo sopra. Il che è una cosa molto divertente se ci pensi, considerando che sono partiti come casa editrice che pubblicava cloni degli X-Men.

frank quitely

Passiamo alle domande format, dai. Su cosa sei al lavoro al momento?

Sto realizzando le ultime pagine di Jupiter’s Legacy II di Mark Miller proprio ora. Sto anche preparando il materiale per una mostra personale alla Kelvingrove Art Gallery, qui a Glasgow. Per la maggior parte sono esposti lavori miei, ma c’è anche del materiale storico riguardante il fumetto delle origini, proveniente dal The Glasgow Looking Glass, una pubblicazione risalente al 1826. Poi ci sono anche lavori e materiali provenienti da Chipp Kidd, che è un vero appassionato di fumetto.

Oh sì, non vi ha pure fatto il logo per All Star Superman?

Sì, è grandioso.

Hai visto il libro che ha fatto sui Peanuts?

Sì, è magnifico, Chipp è fenomenale. Per la mostra ha prestato un po’ di materiale per la sezione dedicata a Batman, quindi abbiamo una striscia di Bob Kane, alcune commission personali di Chipp, di cui una di Frank Miller, e poi anche della roba di Daniel Clowes e Charles Burns.

Jupiters legacy

Che strumenti usi per disegnare?

Una matita tecnica di scarso valore [ride, mostrandomi la matita che ha in mano]. HB. Usavo anche una matita blu per fare il sottodisegno, ma, come detto, adesso faccio tutto in digitale, quindi questa è la protagonista principale [indicando la matita]. Per il digitale uso una tavoletta Wacom.

Hai qualche abitudine o routine prima di metterti a disegnare?

Ho avuto un sacco di ‘abitudini peculiari’ [ride], ma non più. Di solito entro in studio verso le 9 del mattino e lavoro fino alle 8 di sera, o anche più in là. Dopo la mostra spero di lavorare un po’ di meno.

Ci sono libri che tieni sempre a portata di mano quando disegni?

Ho sempre lo scaffale pieno di fumetti e sì, ci sono alcuni fumettisti a cui mi rivolgo quando ho bisogno per rimettermi nell’umore per tornare a disegnare: Moebius è sicuramente uno di loro, Otomo… ma dipende dal mio umore. Delle volte ho voglia di guardare Geoff Darrow o Frank Miller, ultimamente ho guardato Becky Cloonan. Dipende da quello che sto cercando. Chris Ware è uno dei miei preferiti, ma anche Steve Pugh.

Il tuo scaffale, da quel che vedo, propone anche cose non relative ai fumetti. C’è questa specie di enciclopedia in volume, che magari usi come reference, People and Places

Ah, quello risale a prima che avessi internet. Mia madre fece un abbonamento così che mi arrivasse un volume ogni mese. Si parla di più di 20 anni fa, quando ho iniziato, appena dopo il mio primo lavoro da professionista. Mia madre mi aveva visto sfogliare National Geographic o qualche magazine del genere, alla ricerca di fotografie di una tenda indiana o di un fiore, qualunque fosse la cosa che stessi cercando e quindi decise di regalarmi questi libri.

Prendono polvere ora o li usi ancora?

Prima di trasferirmi in questo studio ero in un altro studio e non c’era internet. Stavano cercando di sistemare la cosa, ma nel frattempo ho effettivamente usato alcuni di questi volumi. Sì, avrei potuto usare internet sul mio telefono, ma era meglio così.

frank quitely

Ci sono oggetti, nello studio, a cui sei particolarmente affezionato?

No, in realtà. C’è questo disegno che mia figlia ha fatto per me, con scritto ‘Number 1 dad’. E poi c’è questo cuscino di Akira. È un regalo che mi ha fatto Nick Pitarra quando è venuto a trovarmi. Adoro il lavoro di Otomo, ma come puoi notare non ho action figures o cose del genere. Non è esattamente la mia passione.