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Vincenzo Filosa: “Figlio unico è un manga solo se lo fissi nelle ossa”

A distanza di due anni dall’apprezzato Viaggio a Tokyo e in occasione del festival bolognese BilBOlbul, esce il nuovo libro a fumetti di Vincenzo Filosa, ancora una volta pubblicato da Canicola Edizioni.

Il libro si intitola Figlio unico e, se possibile, è un racconto ancora più personale rispetto al precedente, che era una sorta di diario di un lungo viaggio a Tokyo realmente affrontato dall’autore anni prima.

Figlio unico è un viaggio indietro nel tempo, nel momento del passaggio all’età adulta, in una lotta consumata tra forze interiori che portano fuori dal recinto familiare e locale, forze esterne che vorrebbero tenere il protagonista legato a una tradizione (familiare). Il tutto è amalgamato da umori quasi mistici in cui convergono influenze dall’immaginario pop giapponese, cultura musicale underground, droghe e ribellione adolescenziale.

Leggi le prime pagine di Figlio unico

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Ricordo che mi parlasti di questo libro durante alcune presentazioni di Viaggio a Tokyo che facemmo insieme. È molto che ci lavori?

Con Edo e Liliana di Canicola abbiamo riflettuto sull’opportunità di realizzare un secondo libro “giapponese” nell’aprile del 2015. L’idea era quella di una raccolta di cinque racconti brevi di chiara ispirazione giapponese, da lavorare senza troppa ansia prima di affrontare un altro progetto più ambizioso. Esattamente un anno dopo, il concetto di base è stato letteralmente e fortunatamente ribaltato, anche perché in parte confluito nel lavoro sulle storie per Kuš! n. 25 e l’antologico La Rabbia. Figlio unico è stato scritto, disegnato, scannerizzato e impaginato tra maggio e novembre del 2017.

In che modo è legato a Viaggio a Tokyo, se lo è?

Preferirei dire che non è necessariamente legato a Viaggio a Tokyo.

C’è molto di tuo qua dentro, forse in modo ancora più profondo rispetto a Viaggio a Tokyo. C’è una vera escalation empatica, verso il finale.

Ho bisogno di interagire con chi legge la storia e l’unico modo che conosco è lasciare che sia proprio lui a riempire quegli spazi, a “scrivere” quei momenti che restano fuori dalle sequenze “che contano”. Il mio compito è stimolare una reazione emotiva cercando di preparare un terreno neutro su cui le esperienze che abbiamo in comune riescano a incontrarsi. Succede nei momenti chiave della storia, in Figlio unico come in Viaggio a Tokyo. Non ho paura di raccontare la mia vita, ma non posso neanche ammorbare il lettore con “tutti i miei sbagli”. Cerco il giusto equilibrio… riuscirci non è facile, ma ci provo!

Come mai hai scelto di raccontare anche la tua terra?

La Calabria è sempre stata al centro della mia ricerca: alcune storie brevi per Canicola, per esempio, erano immerse nello stesso mondo e raccontavano gli stessi personaggi di Figlio unico. La fascinazione per le case costruite a metà ha sempre fatto parte del mio lavoro… L’esperienza personale deve essere sempre alla base di quello che scrivo, in generale non sono un tipo molto ispirato.

Ricordo mi parlasti di una tematica quasi sociale piuttosto chiara (la questione delle case incomplete lasciate per i figli), poi ti sei concentrato di più su te stesso, rimanendo comunque trasversalmente sul quel tema padre-figlio.

Non mi piace scrivere libri di opinione, non mi piace in generale darne. Una volta esaurita la descrizione del fenomeno nelle sequenze previste, non potevo spingermi oltre se non raccontando come quella particolare dinamica avesse influito sul mio vissuto.

Cosa è cambiato in questo paio di anni nel tuo modo di lavorare?

Niente di eclatante, continuo a improvvisare, disegnando direttamente le storie senza passare dagli storyboard… Sono semplicemente più costante.

In che modo sono confluite quelle influenze manga che nel libro precedente erano per forza di cose evidenti forse più criptiche?

Figlio unico è un manga solo se lo fissi nelle ossa. La storia non lasciava spazio a citazioni così esplicite come in Viaggio… ma alla base l’ispirazione è in realtà ancora più forte. Il disegno non insegue uno stile piuttosto che un altro, per me la meraviglia del manga si riflette nella struttura della tavola, nella cura maniacale della sequenza e nell’attenzione al dettaglio. Il resto è tutta confezione e la confezione non serve quando si tratta di raccontare scheletri di case.

Stavolta sembri influenzato dallo shonen manga anni ’70, più che dal gekiga.

Interessante, io credo sia il contrario: Le influenze restano quelle di Viaggio a Tokyo e nell’ordine: Osamu Tezuka, Shigeru Mizuki, Yoshihiro Tatsumi e i fratelli Tsuge, ma senza le fascinazioni per il manga sportivo e romantico… adoro leggere e ascoltare interpretazioni diverse dalle mie quando si tratta dei miei lavori, è per questo che lascio il 70% della storia al caso quando la realizzo.

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Trovo anche una grande influenza del fumetto americano, di più rispetto a prima, soprattutto di Charles Burns.

Charles Burns è sicuramente uno dei pochi autori americani a cui penso quando traccio la mappa delle mie principali ispirazioni: titanico, essenziale e senza trucchi. David Mazzucchelli è sicuramente un autore che adoro molto, ma che non è mai stato nelle mie preghiere durante questi mesi. Tra gli altri “occidentali” devo per forza di cose citare Marco Corona, una sua sequenza di “in mezzo l’Atlantico” ha dato una potente spinta alle riflessioni che mi hanno portato a raccontare questa storia.

Sembra tu abbia trovato un segno più fluido, meno “sofferto”.

Se hai trovato tempo per interpretare il mio segno, se ne hai sentito il bisogno, forse come fumettista ho fallito. A me non importa molto dei disegni se non nella relazione che si crea tra loro all’interno della sequenza e mai per ragioni estetiche. Il mio “segno” non esiste.

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