Mobile Suit Gundam, il robot che cambiò la fantascienza giapponese

Siamo nel 1979 e i mega-robot Mazinga e Goldrake, creati da Gō Nagai, spopolano già da diversi anni. Offrendo a un paese in piena ripresa economica e all’inizio della rinascita industriale legata alle tecnologie l’idea di eroi hi-tech in grado di salvare il paese dagli orrori dell’invasione – eco delle memorie, tutt’altro che spente, della Seconda guerra mondiale – i robottoni avevano reso il pubblico giapponese entusiasta.

E il fenomeno si era esteso ad altri: non solo i super robot di Gō Nagai, ma molti altri “mostri meccanici” erano apparsi, fra i quali character arcinoti e ormai un po’ vintage come Jeeg, Daitarn 3, Daltanius, Vultus 5…

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I Super robot di Go Nagai

In questo contesto Mobile Suit Gundam di Yoshiyuki Tomino sembrerebbe quindi arrivare tardi, a fenomeno già non solo avviato, ma pressoché consolidato. Tuttavia, così non fu. I Mobile Suit avevano ancora qualcosa da offrire e quel qualcosa era un vero e proprio cambio di paradigma.

Il personaggio di Tomino introdusse infatti un concetto nuovo, il Real Robot, che si contrapponeva a quello di Super Robot. Se tutti i nomi precedentemente citati, da Mazinga a Daltanius, erano super robot, l’RX-78, capostipite dei Mobile Suit Gundam, era invece un real robot.

Paradigma Tomino: Mobile Suit Gundam, il real robot

Mobile Suit Gundam

Cosa nascondeva questa dicotomia? Quali sono le differenze tra un super robot e un real robot? Per dirla in poche parole, i super robot (d’ora in avanti SR) presentano un gradiente di finzione, o se volete di “fantascientificità”, molto più ampio. Il loro aspetto, le movenze, la stessa espressività dei volti – che un robot, di norma, non dovrebbe avere – li rendono molto più simili agli umani rispetto ai real robot (RR).

Da questo punto di vista i SR sono creature “a sangue caldo”, i danni che subiscono spesso non sono coerenti con i colpi che ricevono e, diciamolo, mai che si ritrovino privi di munizioni. Pensate al caso emblematico – e arcinoto, con annesse leggende – dei seni-missile di Venus, robot femmineo della serie Mazinga… I real robot no, si trovano spesso a corto di munizioni, vanno in manutenzione, vengono aggiornati, e le aziende stesse che li costruiscono fanno effettivamente parte del mondo narrativo (una per tutte l’Anhanheim Electronics)

I Mobile Suite, di cui i vari modelli di Gundam non sono che una versione costruita in Gundamio, una lega fantascientifica (come l’adamantio della Marvel) sono invece creazioni “a sangue freddo”: macchine, punto. Nulla, nella serie come nei manga, lascia intravedere un’interpretazione antropomorfica di questi RR.

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Artwork sulla manutenzione dell’Rx-93

A contare, nei real robot, sono dunque la “scienza” e la “tecnica” con cui questi mezzi sono costruiti. Sempre di fantascienza parliamo, ma una fantascienza il cui obiettivo è la verosimiglianza più che la fantasia, la credibilità più che l’idealizzazione. I RR vengono prodotti spesso in serie, con relativi numeri identificativi, mentre i SR sono unici e inimitabili. Anche le dimensioni dei Mobile Suit sono più realistiche: i SR non hanno praticamente limitazioni nelle dimensioni, mentre il Mobile Suit medio è alto circa 20 metri. Chiunque si intenda un po’ di fisica e quindi sia in grado di fare delle stime tra apporto energetico, massa, gravità e velocità a cui si muove mediamente un SR di 70 metri, si renderà conto che un RR di 20 metri è un po’ più verosimile, per quanto ancora poco fattibile nei termini della robotica contemporanea.

Dal manichesimo (infantile) all’ambiguità morale (adulta)

La grande attenzione alla verosimiglianza tecnico-scientifica e la concezione dei robot come mezzi spersonalizzati non sono gli unici elementi che differenziano un RR da un SR. Ne esiste un terzo, forse ancora più importante: la qualità dello spazio narrativo nel quale essi agiscono e lottano.

Se le serie sui SR si basano su una visione manichea e semplicistica della moralità, nella quale abbiamo il buono e il cattivo e tutto un contorno di spalle del protagonista, spesso un ragazzino, nell’opera di Tomino queste semplificazioni non sono ammesse. Le fazioni belligeranti sono vere e proprie nazioni, caratterizzate da una cultura, una visione del mondo, una filosofia. La Federazione Terrestre, un governo mondiale abbastanza corrotto, è in un conflitto quasi continuo con il Principato di Zeon delle colonie indipendenti.

Diventa importante non semplificare: non ha senso individuare qui un buono e un cattivo. Queste due macro-fazioni sono conflittuali anche al loro interno ed i conflitti dipendono anche e soprattutto dalle visioni del mondo che i vari personaggi principali praticano.

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Zaku, il mobile suit di Zeon vs L’RX-78, primo mobile suit Gundam

Non dobbiamo quindi stupirci se, guardando alle vicende dell’opera di Tomino, c’è un grande spazio grigio dell’etica eroica: è proprio questa complicazione a rendere Mobile Suit Gundam un’opera più matura delle altre saghe di “robottoni”. Il modello del real robot imposto da Gundam, allora, non a caso è stato anche un fattore di trasformazione nei profili del pubblico: meno bambini e più adulti. I robottoni diventarono, grazie a Tomino e ai suoi, un filone adatto davvero a un pubblico trasversale.

Katoki: il trionfo del mecha design e il boom dei model kit

Il salto di credibilità e di immaginazione tra i Mobile Suit e i precedenti SR avviene anche grazie all’enorme contributo del mecha designer Hajime Katoki. Un professionista la cui carriera è stata fulminante. Già fan dei primi Gundam, il ventiquattrenne Katoki aveva illustrato il racconto Gundam Sentinel e la qualità delle sue illustrazioni e dei suoi studi fecero sì che venisse notato dalla Sunrise, con cui collabora da allora.

I mecha progettati da Katoki si distinguono per la particolare ricercatezza del loro design. I Mobile Suite non sono costituiti da forme semplici, poligonali, cilindriche o parallelepipoidali, bensì offrono un’armonia tra le parti che sino ad allora non era stata raggiunta. Ogni modello progettato e disegnato da Katoki è dunque un piccolo-grande capolavoro di fantasia coniugato a un’autentica progettazione ingegneristica, spesso al servizio della storia tecnologica che pure l’opera offre. Non di rado i nuovi modelli vengono presentati come l’evoluzione ‘incrementale’ dei modelli precedenti – proprio come avviene in campo tecnologico e automobilistico –, evoluzione del tutto mancante nelle saghe sui SR.

Ma l’innovazione di Katoki ha aperto anche la strada ad un importante cambiamento nelle strategie di offerta – e di profitto – per le aziende coinvolte nel mondo dei Gundam. Di tutti i Mobile Suit esistono infatti modellini in plastica, i Gunpla, prodotti da Bandai in diverse scale e di differente complessità. La collaborazione e il contributo di Katoki in questo senso è stata la riprogettazione di alcuni modelli che la casa produttrice distribuisce con la nomenclatura Ver.Ka (Versione Katoki), intendendo che questi prodotti, proprio perché disegnati dal grande mecha designer, godono di un maggior pregio e, ovviamente, sono offerti ad un prezzo più alto.

gundam unicorn Mobile Suite Gundam

Gunpla ver.Ka FA Gundam Unicorn

Il ruolo dei model kit è stato straordinario per caratterizzare la gundam-mania in Giappone e nel mondo: l’opera originale, orientata a un pubblico adulto, grazie ai modellini ha potuto così allargare il suo bacino di utenza ai più giovani (e giovanissimi) sottolineando un aspetto di gioco, tra il modellismo, il collezionismo e la passione per le action figure. Non è affatto una caso che oggi, nell’iconografia turistica del Giappone, ci sia spesso proprio la statua a grandezza naturale dell’RX-78-2, recentemente sostituita, come dicevamo all’inizio, dal Gundam Unicorn. Difficile immaginare altre opere di finzione conquistarsi una fetta così monumentale dell’immaginario di una nazione. Asterix ha un parco dei divertimenti, i supereroi statunitensi ne hanno più d’uno, Tintin ha un Museo – Gundam ha una gigantesca statua che svetta ormai come una ironica installazione pop permanente.

Sawano: sound classico per i mecha

La fisicità della statua, però non deve mettere in ombra, o almeno non troppo, il ruolo avuto da un ulteriore elemento della fortuna di Mobile Suit Gundam: la colonna sonora. Se consideriamo una delle ultime serie della saga, Unicorn, non possiamo tacere il lavoro di composizione e arrangiamento ad opera di Sawano Hiroyuki, giovane e noto compositore di diverse soundtrack legate ad altrettanto differenti anime.

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Statua in proporzioni reali del Gundam Unicorn

La colonna sonora della serie Unicorn (2012, culminata nell’OAV del 2016) è, senza molti dubbi, un gioiello del genere. Si tratta di una composizione costituita da brani che riescono ad assumere le sfumature più diverse coprendo da UX0-RX0 e Mobile Suit, celebrativi dell’epicità e dello sforzo tecnico di quei prodigi della tecnica che sono i gundam, a tracce come On You Mark e A Letter (cantata da Cyua) dove è più evidente un registro romantico-moraleggiante e che riportano alla dimensione umana, sempre presente nell’opera di Tomino. L’esecuzione di questi, come di altri brani, viene periodicamente riproposta in Giappone nel circuito dei teatri, eseguita da orchestre vere e proprie.

Se Mobile Suit Gundam ha avuto e continua ad avere tanto successo è dunque sia per la influenza della sua innovazione di simboli e idee, sia per la qualità dei diversi aspetti della produzione. La narrazione di Tomino, la componente figurativa curata da Katoki, la colonna sonora di Sawano, la grande tradizione dell’animazione orientale sono le aree di eccellenza di una serie che, pur mettendo al centro dei robottoni da combattimento, offre un prodotto maturo, complesso e coinvolgente.

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Artwork per cover del vol. 2 dell’OST di Mobile Suit Gundam

Ai Mobile Suit Gundam ideati da Tomino va riservato perciò un posto centrale sul palcoscenico e non in tribuna, nel vasto teatro dell’immaginario della fantascienza orientale. Un posto che la città di Tokyo gli ha riservato materialmente, nella scelta di collocare quella statua che, oltre ad essere un originale spettacolo di intrattenimento urbano, è una testimonianza a futura memoria: il “peso” culturale di un robot diverso dagli altri.

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