Claudio Villa, l’arte della copertina

di Claudio Villa*

Più passa il tempo, più la sensazione di non sapere aumenta. Arrivo da una generazione che ha goduto dei capolavori di artisti straordinari (Galep, Uggeri, Di Gennaro, D’Antonio, Tacconi, Ticci…) che mi hanno contagiato con il loro lavoro e qua intorno vedo crescere artisti altrettanto talentuosi (Mammucari, Federici, Cavenago…) per cui da imparare ce n’è. Nel frattempo continuo, con le mie lacune, nel lavoro mensile di vetrinista, e qui arriviamo al punto. L’intenzione è quella di parlare di copertine e della loro gestazione, travaglio e parto.

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Copertina di Tex n. 680

Per delimitare il discorso, e parlare a ragion veduta, rimarrò tra le copertine dei personaggi di cui mi sono occupato: Tex Dylan Dog. Facendo questo lavoro si fanno tante piccole scoperte, le “scopertine”. Importanti, però. A partire dalla gestazione di una copertina. Per prima cosa si deve tener conto del diverso uso in funzione narrativa che l’immagine, in senso ampio, ha subito nel tempo.

Quando Tex è nato, la norma era raccontare storie con inquadrature ariose, con personaggi piccoli che agivano in un paesaggio appena accennato, che accendeva la fantasia del lettore. I riferimenti fotografici erano scarsi per tutti e si lavorava di fantasia per ogni cosa. Le inquadrature mostravano più azione che sentimento, e l’avventura era in quel che faceva l’eroe. La proverbiale acqua passata sotto i ponti ha portato significativi cambiamenti nell’uso dell’immagine: la telecamera virtuale si è avvicinata di più ai personaggi e si scava anche nelle loro emozioni, sottolineate anche con il taglio di inquadratura. La luce è entrata a far parte degli strumenti di racconto, attraverso la temperatura di una scena.

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Prova per la copertina di Tex n. 596

Insomma, si sono moltiplicati gli strumenti a disposizione ma, nel contempo, è aumentata anche la cultura generale. Se Galep poteva (ammissione sua) inventare le selle, le pistole, evocando le atmosfere western e trovando complicità nella fantasia del lettore, oggi le cose sono cambiate: ogni lettore di Tex ormai sa come è fatta una colt, una sella e l’abbondanza di foto lascia meno margine al lavoro di fantasia del disegnatore, che deve rimanere saldamente ancorato ad una base molto realistica per non andare fuori strada nel raccontare il vero west.

Chiarito questo, ci si addentra nello specifico: quale immagine? Sergio Bonelli amava scegliere personalmente l’immagine di Tex; amava il personaggio e ne curava con passione ogni aspetto. So che anche a Galep forniva immagini di riferimento, ma, nel tempo, l’idea di base per la copertina di Tex si è consolidata in una scena presa dall’interno dell’albo. Una mutazione che ha lasciato sul campo alcune geniali trovate viste nelle primissime copertine, grazie all’utilizzo di cornici, doppie immagini e altre invenzioni che davano la sensazione di una grande libertà. Nessuna soluzione è esente da difficoltà e “copertinizzare” una vignetta, copiandola, risulta anche banale, per cui è necessario misurare la vignetta candidata con le regole base (imparate sul campo) per una buona copertina:

• deve essere chiara e facilmente leggibile

Tex deve essere sempre presente

• non deve raccontare il finale della storia

• non deve mostrare un Tex troppo superiore al nemico

• possibilmente, se c’è azione, deve mostrare l’attimo precedente all’epilogo

• Tex non va sminuito (la minaccia deve essere tosta)

• possibilmente non deve ricordare altre copertine già pubblicate

• deve essere epica

• deve essere un bel disegno

Sull’ultimo punto ci sarebbe da discutere parecchio su cosa sia un bel disegno, quindi per evitare di infilarci in un ginepraio, evitiamo l’argomento e passiamo oltre. A differenza del disegnatore dell’albo, che ha a disposizione una quantità enorme di vignette per raccontare la storia, il copertinista ne ha una sola per attirare l’attenzione del lettore: un colpo solo. Il copertinista è come un cecchino e, se sbaglia, il bersaglio (il lettore) scappa e guarda altrove.

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Prova di colore per la “cartolina” n.303

Diciamoci una cosa. Nel caso di Tex, sono convinto che la forza del personaggio sia proprio nel personaggio stesso e qualsiasi fosse il di- segno in copertina, chi lo ama davvero, lo comprerebbe comunque, ma è anche vero che Tex, ormai, ha una tradizione consolidata che va rispettata, a partire proprio dall’immagine che lo presenta in edicola. Garanzia della tradizione è sempre stato Sergio Bonelli, che, come scrivevo sopra, forniva al disegnatore un’idea già ragionata della copertina.

Nel mio caso, o si faceva aiutare da Corteggi a visualizzare le sue idee, o usava fotocopie di una o più tavole della storia, corredate dai suoi appunti, o, cosa ancor più bella, faceva lui stesso degli schizzi veloci per dare l’idea. Spesso il titolo non c’era ancora e io partivo da quelle sue indicazioni, sviluppando i concetti. Prima di procedere, quando mi ero fatto una semi-idea del disegno, ho sempre controllato tutte le copertine di Galep per evitare somiglianze troppo evidenti. Nonostante quest’operazione venga svolta anche oggi, capita purtroppo che qualcosa di simile a una copertina già pubblicata venga fuori lo stesso, della serie “nessuno siamo perfetti, ma ognuno ci abbiamo i suoi difetti” (cit. Sclavi).

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Prova di copertina di Tex n. 653

Detto questo, passiamo a una considerazione generale sul tipo di immagine. Tex è un western classico, vive e prospera in un mondo che pesca a piene mani da una gestione dell’immagine estremamente tradizionale. Ogni concessione ad atmosfere cupe o crepuscolari cambierebbe la temperatura del personaggio. Le situazioni in Tex, come ad esempio i cattivi, sono sempre nette e distinguibili. La sua essenza ha bisogno di un mondo costituito da un’atmosfera solare, gioiosa, che fa percepire la soddisfazione con cui alla ne “Tex arriva e le suona a tutti” (cit. G.L. Bonelli). Questo impone al copertinista un uso dell’immagine appropriato per quel tipo di mondo. Niente concessioni a sperimentazioni se non nel solco di una tradizione consolidata. E qui viene il difficile. Perché le situazioni avventurose classiche non sono infinite.

Partendo dalla costruzione di un’immagine che non deve essere affollata, dev’essere chiara e leggibile, si scopre quanto poche siano le varianti, le variabili al tema. Tex a cavallo, a piedi, con le colt, il winchester, che subisce una minaccia, che spara, che è in mezzo ad una sparatoria, che guarda una scena, che si appresta a sparare… contandole tutte, penso che non si arrivi alla ventina di situazioni che regolarmente ritornano. E allora si fa più difficile e complicata la ricerca di un’inquadratura, di una luce, di una nuova prospettiva da cui far vedere, in n della era, la solita scena.

Riguardando tutte le copertine realizzate da Galep, sia a striscia che nel formato gigante, ci si rende conto della sua straordinaria fantasia che gli ha permesso di inventare ogni tipo di situazione, sempre scoppiettante e piena d’azione per quasi cinquant’anni di vita editoriale del personaggio. Ha usato sapientemente anche moltissime copertine cosiddette generiche: disegni che illustrano una situazione western classica, non legata al contenuto dell’albo, ma che lo stesso veste perfettamente l’albo. Questo ha ristretto ulteriormente le variabili possibili e, grazie anche a una memoria di ferro dei lettori, aiutati dalla rete, dove niente sfugge e tutto rimane, il lavoro del copertinista si fa arduo e ci sono momenti, non esagero, in cui si può arrivare a rasentare la disperazione.

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Copertina di Galep per Tex n. 37

E proprio la disperazione è stata spesso il motore per la genesi di qualche copertina che considero uno sforamento della tradizione. La doppia immagine in copertina, due situazioni fuse in un’unica immagine, non è mai stata usata in Tex. Gli unici esempi di doppia immagine risalgono ai primi numeri della serie gigante: la n.37 (Falsa accusa), 40 (Il ponte tragico), 42 (Incendio allo Star-O) e 45 (La voce misteriosa), ma erano il risultato di un collage fatto con disegni di Galep presi da fonti diverse.

Altro è il genere di copertina simbolica, come la n.23 (Piutes) dove Tex fronteggia idealmente il concetto del nemico, rappresentato da qualche primo piano di indiano (opera del grande Bignotti) ma non può essere definita come una doppia immagine. Nei casi di doppia immagine citati si fa ricorso a un riquadro dove viene messa un’altra immagine oltre a quella di Tex che rimane la principale. Mentre nel “caso disperato” che si diceva, abbiamo osato l’inosabile: due immagini fuse in una senza riquadri che raccontano due momenti diversi della storia.

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Prova di colore per Tex n. 642

La copertina in questione è la n.642 (Appuntamento con la vendetta). Sapevo che poteva essere un azzardo, un’uscita dalla tradizione texiana, ma, veramente a corto di idee, ho provato e Boselli, il curatore, l’ha subito approvata. È stato un piccolo, ma grande passo verso una nuova concezione delle copertine per Tex. Da usare con parsimonia, ma pur sempre un’apertura verso un’immagine che è veramente una novità.

Dylan Dog è, invece, un altro pianeta. Intanto, un personaggio nuovo… ok, oggi ha trent’anni suonati, ma quando nacque non c’erano restrizioni di sorta, se non quelle della proverbiale prudenza di Bonelli sul tipo di immagine. Se pure lì la tradizione faceva capolino per quanto riguarda la scelta di un’unica immagine, era il contesto a permettere un uso della luce, dell’inquadratura e del sentimento che in Tex sono assenti. Dylan si muove in un mondo fatto, oltre che di azione, anche di emozioni che diventano parte della storia e spesso ne sono protagoniste. Per questo, l’uso dell’immagine per le copertine di un tale personaggio si giova anche di scene che non sono azione, ma situazione.

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Copertina di Dylan Dog n. 12

Dato lo scarso numero di copertine per la serie regolare da me disegnate, non ho esplorato in lungo e in largo le possibili varianti. Ricordo solo che è stata la mia prima esperienza come copertinista e che i relativi difetti si vedono tutti. Era Sclavi che preparava il terreno per far nascere la copertina. Ricevevo degli appunti, uno schizzo veloce o anche due o tre spunti, da cui sceglievamo il migliore e partivo con il mio lavoro. Allora facevo molti schizzi perché ero convinto che avere una nuova possibilità fosse positivo per la ricerca dell’immagine migliore. E più ne facevo, più scoprivo variabili al tema che risultavano intriganti. Ero arrivato anche a farne sette o otto per copertina, Sclavi sceglieva il migliore e io passavo al definitivo.

Quante ingenuità e sviste in quelle prime prove da copertinista! Quasi sempre facevo Dylan con la pistola in mano e qualche lettore ha pure chiesto il perché. Chiaramente, senza pistola si perdeva un po’ l’atmosfera di tensione, ma è anche vero che Dylan se la cava bene in copertina anche disarmato, dato che l’azione non è la sua linea avventurosa principale. Va anche aggiunto che il primo Dylan era molto più “abbottonato” rispetto a quel che è diventato nel tempo. Allora i mostri erano i classici del più classico horror: la mummia, l’uomo lupo… poi, con il tempo, gli incubi di Dylan si sono evoluti verso un mondo più adulto, più sfumato e meno distinguibile dalla normalità. Questo ha influito anche sulla temperatura delle copertine, maggiormente dedicate a situazioni, più che ad azioni.

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Prova per Superbook Dylan Dog n. 57

Ora mi dedico alle copertine del Superbook, che hanno come particolarità grafica lo sfondo tassativamente bianco. Ok, un risparmio per i fondali, ma qualche pensiero in più per l’impostazione, che deve sempre considerare di lasciare lo sfondo inesistente.

Quello che si scopre nel fare le copertine è che c’è sempre da imparare, anche se ne hai fatte un mucchio. La prossima è sempre quella in cui riponi le speranze di non fare gli errori che hai fatto nella precedente, dato che succede anche di non accorgersi degli errori, perché la mente è troppo coinvolta nell’immagine che si ha in mente per poter vedere da lettore quel che si è realmente fatto. Il difficile è mantenere carica la “macchina da disegno” e dare una degna coperti- na al personaggio di cui ci si occupa.

Ci si vede, speriamo, in edicola.


*Questo articolo è originariamente apparso su Fumetto n. 104, pubblicato dall’associazione Anafi.

Claudio Villa è uno dei più noti e importanti disegnatori italiani. Dal 1982 lavora per Sergio Bonelli Editore, casa editrice per la quale disegna storie di Martin Mystère e Tex. Nel 1985 crea graficamente il personaggio di Nick Raider e dal 1986 disegna le copertine dei primi 41 numeri di Dylan Dog. Nel 1994 diventa il copertinista regolare di Tex, ruolo che ricopre tutt’oggi. Tra gli altri suoi lavori, nel 2006 realizza su testi di Tito Faraci l’albo Devil e Capitan America: Doppia morte per Marvel Comics.