Il Commissario Ricciardi, versione Bonelli, è pigro macchiettismo

Ci sarebbero diverse battute facilone che si potrebbero fare su Il senso del dolore, fumetto Bonelli basato sulle avventure del Commissario Ricciardi, personaggio letterario creato da Maurizio de Giovanni. La più facile sarebbe: il “senso del dolore” è quanto ho sperimentato io durante la lettura. So che messa così pare un gratuito rigurgito di acidità, ma ora mi spiego meglio.

commissario ricciardi fumetti bonelli

La saga di de Giovanni è ambientata nella Napoli del primo Novecento (anni Trenta, per la precisione, quindi sullo sfondo aleggia il Fascismo) e segue le indagini del Commissario Luigi Alfredo Ricciardi. Un uomo solitario dallo sguardo malinconico, dotato di uno speciale ‘potere’, scoperto in giovane età: scrutare le ultime sensazioni di una persona deceduta per morte violenta. Questa abilità Ricciardi la chiama “il fatto” e grazie ad essa riesce a sbloccare le situazioni di impasse.

Schivo, riluttante a prendere ordini, Ricciardi, che lavora per la Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli, in questo volume è chiamato a sbrogliare il giallo dietro l’omicidio del tenore Arnaldo Vezzi, artista conosciutissimo, sodale del Duce e uomo dalle tante ombre. Nell’inverno che tiene sotto scacco la città, Ricciardi sarà aiutato dal cast corale che comprende il fedele brigadiere Maione e Bambinella, femminiello che svolge il ruolo di informatore.

De Giovanni non è nuovo alle trasposizioni (il suo I bastardi di Pizzofalcone è diventato una serie tv e lo stesso destino è previsto per Ricciardi) e sa bene che «quando si lavora su linguaggi visivi, è necessario affidare l’interiorità alle espressioni dei personaggi, ai loro volti e alle loro interazioni. Così Il Commissario Ricciardi a fumetti non è traduzione in realtà della mia inventiva letteraria. Ma la traduzione di quanto io avevo immaginato in un’altra fantasia».

L’uscita del graphic novel è stata preceduta da un lancio che ha sortito una copertura mediatica buona per la media recente dell’editore (iniziata ad aprile con una presentazione al Comicon di Napoli e proseguita su diverse testate locali e nazionali), complice la sponda con la serie letteraria da cui è tratto. Il contorno pubblicitario al passo coi tempi: è stato realizzato perfino un trailer, che per quanto sia una mossa non propriamente avanguardistica, mostra la volontà di uscire dalle consuete modalità comunicative. Ma l’idea alla base del racconto affanna, nel suo tentativo di stare sul pezzo.

Il Commissario era già stato protagonista de I vivi e i morti – adattamento a fumetti del romanzo che fece conoscere ai lettori de Giovanni e che sarà poi rielaborato proprio in Il senso del dolore (Star Comics, 2015) – e Mammarella, altro adattamento di un racconto breve (Cagliostro E-Press, 2009). Evidentemente, le analisi di Via Buonarroti avranno determinato che era il carburante giusto per macinare un po’ di strada insieme al pubblico del “poliziesco italiano”. Glielo auguro, tuttavia la messa in pagina tenta con ogni fibra della carta con cui è realizzato di controvertere le speranze dell’editore.

Gli albi, a cadenza quadrimestrale, sono realizzati da Claudio Falco, medico specialista di ematologia presso l’ospedale Cardarelli e sceneggiatore di Dampyr, Sergio Brancato, studioso di media e fumettologo, e Paolo Terracciano, sceneggiatore della soap Un posto al sole (con il coinvolgimento dello stesso de Giovanni). Ai disegni Daniele Bigliardo (Dylan Dog), Alessandro Nespolino (Adam Wild, Tex), Luigi Siniscalchi (Dylan Dog, Magico Vento) e Lucilla Stellato (Nathan Never), mentre i colori sono stati affidati alla Scuola Italiana di Comix di Napoli (nelle persone di Ylenia Di Napoli, Mariastella Granata, Francesca Carotenuto e Marco Matrone, coordinati da Mario Punzo e Giuseppe Boccia). Una squadra discreta, con professionisti solidi più che fantasisti, che purtroppo non tiene alte le premesse.

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Di questo primo albo, realizzato da Falco-Bigliardo-Di Napoli (rispettivamente ai testi, disegni e colori), irritano soprattutto le cadute che fanno intendere come la differenza tra la semplicità efficace di un prodotto popolare e il rifugiarsi nella pigra banalità non sia affatto percepita. Ecco che frasi come «La sfogliatella, ecco cosa mi piace di questa città! Non il sole, non il mare… La sfogliatella» fanno emergere tutta l’incuria per una rappresentazione macchiettistica che vorrebbe essere sintesi e suona, invece, cliché. La sciatteria è perpetrata dall’aggiunta di inflessioni dialettali che macchiano il parlato, altrimenti italianissimo (essendo la lingua del fumetto “scritta”, non percepire la pronuncia crea un inevitabile straniamento fra lingua standard e dialetto).

La legnosità di certi dialoghi è tuttavia coerente con altre fissità: quelle dei volti (menti enormi e occhi spalancati) e delle pose assunte dai corpi disegnati, su cui pare colata un’aura di blu e azzurro tale da sembrare preimpostato col filtro ‘Amaro’ di Instagram… Se va dato atto alla cura messa dal team creativo nella rappresentazione storica dei luoghi, spesso ricostruiti con gradevole precisione realistica, tuttavia le tavole hanno un ulteriore limite: sono graficamente pesantissime. Le vignette sono infatti affastellate l’una sull’altra, forse alla ricerca di una soluzione per gli ingombri ‘inedita’ ma che, in verità, produce un rimbombo grafico davvero poco ordinato. Non una buona notizia, se produce il risultato di rimpiangere la gabbia meat and potatoes tipica dei “buoni, vecchi fumetti Bonelli di una volta”.

commissario ricciardo bonelli

La giustapposizione delle vignette pare frutto di una visione distorta dall’assunzione di dosi errate (o eccessive) di un fumetto Image del 1994, in cui l’occhio era sballottato tra vignette in movimento quasi fosse un bambino avvinghiato ad una giostra troppo ipercinetica per la sua età. Come carte di un mazzo buttate sul tavolo, le vignette si sormontano l’una sull’altra, si coprono, celano e rivelano angoli o fettucce di immagini di cui è difficile cogliere il senso complessivo. Niente effetto Druillet: la visione d’insieme è asfittica, e affatica enormemente l’occhio. E quand’anche la griglia si quieta un momento, è comunque vessata da nuvolette e didascalie gonfie come un otre (ingiustificatamente, perché dicono con dieci parole ciò che cinque avrebbero saputo dir meglio).

Il senso del dolore è allora una partenza che non fa ben sperare nel prosieguo dell’iniziativa. Se l’intenzione editoriale poteva essere quella di dare una nuova veste fumettistica all’incrocio tra poliziesco e romanzo storico, la qualità creativa è ben lontana da quanto visto in questo 2017 con il ‘consimile’ – e forse persino sottovalutato – Mercurio Loi. A chi già conosce Ricciardi, offre pochissimo dal punto di vista dell’immaginario – qualche cartolina partenopea, un paio di apparizioni zombesche – e dal cambio di mezzo (la criticità maggiore: non c’è una motivazione forte dietro l’adattamento, o dietro questo adattamento). Ai neofiti, invece, questo «debutto nel mondo delle graphic novel» di SBE sembrerà solo un fumetto che vorrebbe fare poco, ma bene, e invece fa qualcosa di meno.

Le stagioni del Commissario Ricciardi – Il senso del dolore
di Maurizio de Giovanni, 
Claudio Falco, Daniele Bigliardo, 
Ylenia Di Napoli e Andrea Errico
Sergio Bonelli Editore, ottobre 2017
176 pp., colore
19,00 €

  • pepato

    A me non è dispiaciuto l’uso del dialetto, e neanche la costruzione della tavola (a cui però gioverebbe un formato più grande). Insomma l’ho trovato un prodotto ottimo dal punto di vista formale – ritmo, disegni, architettura – ma assolutamente inconsistente dal punto di vista dei contenuti. Storia banale e manieristica, telefonata, piatta di emozioni. Personaggi freddi e asettici, il protagonista meno carismatico del mondo. E soprattutto, l’idea del potere sovrannaturale completamente inutilizzato: il fatto che Ricciardi vede fantasmi è quasi del tutto ininfluente sulla trama e sullo sviluppo dei personaggi. Basterebbe rileggere Valter Buio, o riguardare la bella serie tv Raines, per avere dei termini di paragone migliori!

  • Claudio Romeo

    Io invece questo volume me lo sono goduto dalla prima all’ultima pagina.
    All’ultima vignetta non ho potuto fare a meno di dire a mia moglie: “È un fumetto bellissimo”, consigliandole di leggerlo.
    Credo che occorra accettare di farsi prendere dal fumetto e godersi gli scenari verso cui ti porta, anziché cercare di analizzarlo sulla base di aspettative e di confronti.
    Perciò, gli autori e gli editori hanno il mio sentito grazie!