“La memoria delle tartarughe marine”: affrontare il passato per crescere

Simona Binni continua il percorso autoriale intrapreso con i suoi primi lavori destinati a un pubblico più giovane (Dammi la mano e Amina e il vulcano) e proseguito con il salto verso una narrazione più adulta (Silverwood Lake). Con La memoria delle tartarughe marine, come i precedenti edito da Tunué, Binni racconta la storia di Giacomo, costretto a tornare a Lampedusa dopo la morte del fratello Davide e fare i conti con il proprio passato.

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Da un punto di vista puramente tecnico è evidente come l’autrice romana abbia lavorato molto sullo studio del colore e sul proprio stile di disegno che, in questo volume, prende corpo nel character design, sempre più tendente al realismo puro.

Se è vero che Silverwood Lake era il primo lavoro in cui si cimentava nella colorazione digitale delle proprie opere, è altrettanto vero che con La memoria delle tartarughe marine lavora sul piano cromatico in maniera funzionale. Sfruttando una colorazione piatta, Binni compone le tavole cercando di restituire al lettore una complessità visuale derivativa del cinema. Le vignette, quindi, risaltano per lo studio attento che sta dietro il contrasto di colori e dei piani cromatici che si intersecano.

Ben diverso è il discorso legato al nucleo tematico del libro, in qualche modo ennesimo tassello di una poetica che l’autrice sta sviluppando da qualche anno a questa parte e che riguarda, come scrivevo qualche tempo fa, il concetto di “passaggio”. Assieme a Silverwood Lake, quindi, La memoria delle tartarughe marine può essere quasi considerato la seconda parte di un dittico.

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In entrambi i lavori Binni, infatti, racconta il dolore di affrontare il proprio passato per provare ad andare avanti e compiere quel passaggio di crescita che ci è necessario nella vita. Un passaggio che richiede coraggio, ma anche la capacità di guardare dentro sé stessi e affrontare le sfumature oscure del proprio essere. In Silverwood Lake era il rapporto difficile con il proprio padre, in La memoria della tartarughe marine quello con il proprio fratello. Una storia, quest’ultima, che si sviluppa attraverso l’idea che l’abbandono può essere fisico ma anche ideologico, in una prospettiva esistenziale profondamente immersa nella contemporaneità.

Uno degli aspetti più interessanti è, infatti, la capacità di far compenetrare una struttura concettuale che è propria dell’autrice (quell’idea di passaggio che si accennava prima) con un contesto storico e sociale ben preciso. Non è un caso che la storia di questo libro si svolga a Lampedusa, la porta d’Europa, il luogo di passaggio per eccellenza.

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La dimensione privata che racchiude la storia di Giacomo e Davide, uno desideroso di andarsene da Lampedusa l’altro di restare, s’interseca con le mille storie dei migranti che il viaggio lo vivono come unico mezzo di salvezza. Per queste persone l’abbandono, gli adii e la fuga somigliano vagamente a quelli di Giacomo; per queste persone e soprattutto per Taro (il bambino salvato dalle acque e adottato perché ormai solo), Lampedusa diventa la concretizzazione di un’idea, quella della speranza.

L’assunto concettuale del libro si sviluppa con precisione attraverso un linguaggio metaforico che ci parla del presente e del passato, ma anche del nostro futuro. Così Lampedusa, il luogo di passaggio per eccellenza, diventa un porto sicuro, un momento da cui ricominciare a vivere. Ma partire significa anche tornare, esattamente come fanno le tartarughe marine che, dopo aver attraversato gli abissi tornano nel luogo in cui sono nate.

Simona Binni, con La memoria delle tartarughe marine, decreta la sua maturità autoriale e rinsalda un corpus concettuale già chiaro e delineato eppure ancora tutto da scoprire.

La memoria delle tartarughe marine
di Simona Binni
Tunué, ottobre 2017
172 pp. colore
16,90 €