“Devilman Crybaby”: luci e ombre della nuova serie Netflix

Tra le novità più interessanti disponibili in questo inizio di 2018 sulla piattaforma di streaming Netflix c’è sicuramente la serie animata Devilman Crybaby. Dieci puntate in cui il regista Masaaki Yuasa reinterpreta il mito dell’uomo-diavolo di Go Nagai.

Le trasposizioni animate precedenti del personaggio sono fondamentalmente due, una all’opposto dell’altra. La prima è la storica serie televisiva della Toei Doga, trasmessa nel 1972 praticamente in contemporanea alla pubblicazione del manga e composta da 39 episodi (in Italia arrivò soltanto nella prima metà degli anni Ottanta). Era una rielaborazione fortemente edulcorata di quello che Go Nagai stava raccontando con il suo manga, pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Magazine di Kodansha e in Italia recentemente raccolto in un omnibus a cura di J-Pop.

Molto più fedele allo spirito inquietante e nichilista del manga l’omonimo OAV prodotto nella seconda metà degli anni Ottanta, per la regia di Tsutomo Iida e il meraviglioso character design di Kazuo Komatsubara. I due episodi di quell’OAV – mai concluso in Italia – furono distribuiti in VHS da Dynamic Italia (ora Dynit). E posso assicurarvi di aver letteralmente consumato quelle dannate videocassette.

Ora l’azzardo: dopo i vari Devil Lady e Amon: Apocalypse of Devilman, Netflix produce un anime che si ispira al manga ma che ne rielabori alcuni elementi, aggiornandoli al presente. A orchestrare una simile operazione è stato chiamato Yuasa, un autore che ha costruito la sua autorialità attraverso titoli capaci di passare dal desiderio sperimentale di Mind Game, Kaiba o The Tatami Galaxy a titoli più accomodanti come Ping Pong the Animation (tratto dal manga di Taiyo Matsumoto) o il recente Lu Over the Wall (vincitore del Cristal Award al Festival dell’animazione di Annecy). Parliamo in ogni caso di un personaggio che, a prescindere dalla materia narrativa, ha come priorità quella di far confluire il tutto in una visione radicalmente personale. Devilman Crybaby non si sottrae a questo genere di discorso e, in effetti, è un bene.

La storia è sempre quella: il timido e impacciato Akira Fudo è contattato dal suo amico d’infanzia Ryo, che gli rivela una realtà spaventosa: i demoni, creature che hanno vissuto sul nostro pianeta prima della glaciazione, stanno tornando per riconquistare la Terra, impossessandosi dei corpi degli esseri umani. Solo un uomo-demone nato dalla fusione tra Akira e Amon potrà generare quell’essere con sensibilità tale da poter combattere contro un’orda di terribili nemici.

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Yuasa riaggiorna le dinamiche narrative collocandole in una dimensione fortemente intrisa di presente, con la componente tecnologica e immancabilmente social a farla da protagonista. Trasla le motivazioni di Akira/Devilman da un piano ideologico a uno più emozionale, dando vita a un personaggio che fa del pianto il mezzo con cui cercare di interpretare il mondo. Da questo straniamento Yuasa prova a dar vita a un personaggio ancor più specifico di quello originario, mancando però l’obiettivo. Complessivamente le dieci puntate della serie sono ben strutturate ed equilibrate, ma mancano di un giusto approfondimento dei personaggi, tanto da non riuscire a generare un’empatia tra lo spettatore e i personaggi stessi.

Da un punto di vista tecnico, invece, Yuasa ha optato per un approccio che in qualche modo stravolgesse l’estetica riconoscibile di Devilman. Regia e character design sbaragliano totalmente ogni forma di previsione: Devilman Crybaby è in assoluto figlio dello sguardo folle di Masaaki Yuasa. Anche la scelta fotografica, con l’uso di colori acidi, oppure la plasticità dei corpi: sfruttando anche un character design funzionale, Yuasa ha ripreso ciò che già aveva messo in scena in quella meravigliosa opera d’esordio che è Mind Game, rendendo il corpo una scheggia impazzita che si deforma fino a esplodere. Allo stesso tempo, l’autore è rimasto coerente con il manga originario: quello spirito, quel senso di sfacelo e di fine che caratterizzava il fumetto di Go Nagai, mai così pessimista, si ripropone anche qui, laddove Yuasa spinge l’acceleratore su violenza e sesso come coordinate obbligate di un mondo senza speranza.

Ma è tutto oro quel che luccica? Ovviamente no. La quantità di animazione nipponica prodotta è sempre numericamente più alta ma raramente la qualità è tale da renderla indimenticabile. Diciamoci la verità: un anime tratto dal manga di Go Nagai, prodotto da Netflix e la cui regia è curata dal grande Yuasa Masaaki? Tecnicamente ci si poteva aspettare qualcosa di sorprendente. E invece il livello qualitativo è spesso deludente: le animazioni alternano momenti estremamente fluidi e sorprendenti ad altri noiosamente statici e ripetitivi. Le scelte registiche, talvolta, sono banali e contengono un paio di errori banali (SPOILER: perché se Ryo riprende la trasformazione di Akira, ciò che si vede di tale registrazione è ciò che noi vediamo in tv?).

netflix Devilman Crybaby trailer

Luci e ombre, insomma, ma comunque un buon compromesso. Sembra che Netflix stia puntando molto sulle produzioni animate giapponesi o addirittura ispirate ad esse (Castlevania, per esempio, è creata da Warren Ellis e ha una produzione prevalentemente statunitense, ma si ispira all’estetica degli anime) e la risposta del pubblico è importante ma, un po’ come successo con Blame!, siamo ancora lontani dal poter goderci un prodotto che per aspirazione contenutistica e verve tecnica si possa definire eccellente.

C’è da sottolineare come, nel caso di Devilman Crybaby, Netflix si sia spinta oltre affidando una produzione simile, con tutti i rischi che essa comporta e con il peso di un personaggio leggendario nell’immaginario anime, a un autore noto per il suo modo di concepire l’animazione in una forma che si allontana dai canonici standard produttivi. Yuasa è sicuramente un personaggio atipico che all’animazione giapponese sta facendo bene, e ritengo che questo suo lavoro, pur con tutti i difetti, possa essere d’aiuto a tutti: al regista per una nuova e inedita esperienza produttiva (ma anche narrativo-concettuale) e al comparto produttivo per costruire quella strada che ci porterà verso nuovi e sorprendenti lidi animati.

  • Simone Vecchia

    Dissento: scusate, ma cosa avrebbe dovuto fare Yuasa per accontentarvi? Snaturare il suo stile visivo e narrativo creandovi un Devilman buono e colorato, con tanti bei disegni? A mio avviso questa è un’opera superba, perché adatta un personaggio vecchio di 40 anni senza alterarne il contenuto, ma amplificando la concettualità in una perfetta sintesi tra animazione e messaggio. Se fate delle critiche, (secondo me infondate) a questo tipo di anime, allora non vi lamentate della qualità dell’animazione Giapponese, (che rimane la migliore in assoluto), perché saranno sempre meno gli autori come Masaaki Yuasa.

  • Tuco Benedicto Pacifico

    Akira con l’accento sulla a non si può sentire