Psycho, o il futuro ipermediato per Bad Trip, l’ultimo undergrounder

Psycho è il primo titolo di una nuova collana di Eris Edizioni interamente dedicata al Professor Bad Trip. Un autore importante e non abbastanza noto, che ha segnato una traccia di assoluto rilievo in ciò che potremmo definire il fumetto underground italiano (e non solo) a partire dagli anni Novanta e fino alla prematura scomparsa nel 2006.

Leggi le prime pagine di Psycho

Psycho bad trip

Il tratto di Gianluca Lerici – questo il vero nome di Prof. Bad Trip – è infatti qualcosa che, anche dopo una prima lettura, non si dimentica. Un marchio potente e immediatamente riconoscibile, che travalica il contenuto e si fa Segno, firma, marca unica e irripetibile. Un segno che unisce forme e caratteri in un corpo omogeneo, materico e plastico insieme, che richiama lo stile dei graffiti, un segno – come ricorda Vittore Baroni nella preziosa introduzione – «tale da “reggere” anche nelle tecniche di stampa più povere e casalinghe, dall’offset economico alle fotocopie delle fanzine fai-da-te».

Come per altri artisti, illustratori o fumettisti venuti prima di lui, come Robert Crumb o Keith Haring, il tratto di Prof. Bad Trip, la sua “linea dura” – come viene definita all’interno del volume – si mantiene vivida e significante, comunicando forza e dinamismo nell’ambito di qualsiasi supporto.

La pubblicazione originaria di Psycho, nel 1996, rappresentò un passaggio chiave per l’autore: fu l’ultimo titolo delle Edizioni Comicland, fondate a La Spezia dallo stesso Lerici con amici e collaboratori secondo una logica di auto/micro/produzione tipica dell’underground. Era la conclusione di una lunga stagione di fanzine fotocopiate e albetti spillati, che era comunque riuscita a imporre con la cura per i dettagli ‘poveri’ un carattere distintivo, una firma che potesse rendersi riconoscibile al di là dei limiti fisici di carta e di stampa. Un approccio che richiama per certi versi l’attuale multicanalità fornita dalla rete (chissà cosa avrebbe fatto Bad Trip se fosse vissuto ai nostri tempi del web 2.0?), che ha di fatto sradicato il contenuto dal suo supporto fisico, consentendo agli autori di pubblicare i propri lavori in modo più immediato, con il massimo controllo possibile e raggiungendo un pubblico potenzialmente più vasto.Psycho bad tripIl segno è dunque il cuore pulsante del suo stile e definisce ogni elemento della pubblicazione. Lo spazio della pagina è “pieno di segni” e rende inconfondibile l’energia l’espressività delle sue opere. La gestione dei volumi e l’equilibrio dei bianchi e dei neri nello spazio della tavola, come la disposizione delle vignette e dei testi all’interno dei balloon (a loro volta pensati come oggetti visivi, da “guardare” prima che da leggere), compongono quadri dal notevole impatto nei quali l’effetto lisergico si manifesta in tutta la sua immediatezza. Prima che la parola, o la trama, è l’elemento grafico a imprimersi nella retina e nella coscienza del lettore, immerso in una sostanza visiva quasi palpabile. L’effetto bidimensionale acquista profondità tramite l’accumulo o l’accostamento di forme, e talvolta la composizione richiama i buchi neri di Charles Burns, o anticipa le architetture piatte di Jesse Jacobs o persino le infografiche temporali di Chris Ware. Ma lo spettro delle suggestioni si amplia a ogni pagina, in virtù di un costante sperimentalismo che garantisce sempre una cifra personale e coerente, mai di maniera, sempre immersiva.    

Cosa racconta la storia, invece? Un investigatore privato si trova coinvolto nella ricerca di una pianta allucinogena molto potente. Inutile dire che la ricerca sarà più complessa del previsto: ben presto il detective Psycho finirà per diventare l’ignaro protagonista di un serial in “virtual vision” del canale Pop network, un’evoluzione della serialità televisiva non troppo dissimile dalla nostra Netflix.

La storia richiama evidentemente i cliché del cyberpunk, all’epoca il territorio più radicalmente controculturale e ricco di suggestioni oniriche, visionarie, psichedeliche per l’appunto. Ma come ben argomentato nella già citata introduzione di Baroni, l’uso del cyberpunk in questo contesto suona come un canto del cigno, di cui Bad Trip si fa in qualche modo –forse, suo malgrado – portavoce. «Addentrarsi oggi nelle tavole di Lerici porta con sé anche uno struggimento da finale di partita, un senso di apocalisse annunciata e (purtroppo) sempre più manifestamente in progress».Psycho6Ecco dunque che la scelta di una storia come Psycho per introdurre la collana si rivela azzeccata non soltanto come testimonianza di un periodo che ha avuto una sua importanza storica e conclusiva – il fumetto underground italiano degli anni ‘90 – ma anche per ciò che ha prefigurato e prefigura tuttora nell’immaginario a fumetti contemporaneo, non solo underground (se ha senso ancora usare questo termine oggi) e non solo italiano. Si pensi alla carriera di fumettisti come Zerocalcare che, pur arrivando da trascorsi simili nell’ambito della cultura antagonista, grazie al successo spontaneo del suo canale web ha seguito un percorso radicalmente differente attestandosi come autore da best seller.

La rete ha senza dubbio mutato i processi di gestione dei contenuti, ridefinendo i vincoli tra produttori e fruitori e mutando le logiche di distribuzione e di controllo, ma creando anche un’illusione di libertà che è quanto di più distante dalle istanze anarco-libertarie cui Bad Trip si faceva portatore. L’incipit della storia, che proietta gli avvenimenti al nostro imminente futuro, è già in sé un perfetto esempio della operazione visionaria e critica di Lerici.

Tutti a parlar male degli anni 80… vedrete nel 2020! L’atmosfera sarà irrespirabile… la gente, blindata nelle proprie case, plagiata dalla virtual-tele-vision… la robopolizia laverà il cervello ai liberi pensatori… la Chiesa catodica farà il resto… telecamere ovunque spieranno le vostre azioni… microfoni nascosti registreranno le vostre voci… le psicosonde vi leggeranno il pensiero… peggio di Orwell!! Insomma, l’atmosfera ideale per disegnare fumetti psicho-paranoidi!

Psycho5La portata di questa piccola storia cyberpunk si rivela dunque non soltanto come fotografia dell’esperienza culturale del fumetto underground anni ‘90, ma come una visione del futuro (il nostro presente) ipermediato e sovraccarico di informazioni, ossessionato dal controllo delle menti e immerso in una perenne distrazione annichilente. Non a caso dunque in coda al volume è stata aggiunta anche la breve storia dal titolo Cathodic Karma che, nel susseguirsi di splash pages che ritraggono figure immerse in spazi futuribili, così recita:

Anestetizza la ragione e la sua logica prevedibilità
Abiura le statiche leggi del conosciuto
Affrancati dai sensi adulterati, dissolte le inibizioni
Il pensiero liberato partorirà universi multiformi
Dai limiti spazio-temporali dilatati a dismisura.
Le certezze crollano, la realtà cristallizzata si frantuma
I corpi ibernati si trasmutano, l’impossibile diventa possibile
Nell’ebbrezza del karma katodico.

Nella sua immaginifica psichedelia, Psycho prefigura dunque la fine dell’underground e la conseguente dissoluzione delle esperienze controculturali nel grande magma “normalizzante” delle reti. Ma «se internet azzera le distanze tra overground e underground e di fatto neutralizza il ruolo antagonista tradizionalmente svolto dalle tribù delle culture alternative» come ben colto da Baroni, rimane in questo volume la traccia potente di un autore che non ha mai smesso di esprimersi attraverso il disegno, con sincerità e generosità.

Un recupero importante, dunque, destinato a lasciare un segno duraturo nella miriade di pubblicazioni a fumetti di questo nuovo millennio, troppe volte ancora voltato nostalgicamente e acriticamente verso il passato.

Psycho
di Professor Bad Trip
Eris Edizioni, ottobre 2017
cartonato, 112 pp. b/n
16,00 €