Meta-fantasia e patologia del supereroe. ‘Vite di carta’ di Marco e Giulio Rincione

Vite di carta è una delle opere con cui Shockdom ha inaugurato il progetto ‘Timed’, al tempo stesso collana editoriale, universo narrativo e marchio destinato a unificare una serie di prodotti di diverso genere. Tuttavia il fumetto di Marco e Giulio Rincione si inserisce in ‘Timed’ in modo molto peculiare, sia per stile che per contenuti. E proprio questa obliquità rispetto al contesto in cui si colloca è al tempo stesso il suo pregio e il suo limite.

vite di carta rincione

Prima, però, un breve recap su ‘Timed’. La natura del progetto – come a suo tempo spiegò, in un’intervista a Fumettologica in occasione del lancio, l’editore Lucio Staiano – è quella di un’esperienza crossmediale tra fumetti e videogiochi, inserita a sua volta in un universo narrativo che riconsideri la figura del supereroe in modo inedito.

All’interno della narrazione, infatti, l’espressione “timed” si riferisce a particolari individui dotati di poteri straordinari. Tuttavia, rispetto ai supereroi tradizionali, questi poteri hanno una durata limitata. Chi manifesta queste capacità sovrannaturali sa che morirà appena il suo potere dovesse svanire. Da qui l’idea di una vita segnata da un conto alla rovescia, peraltro impossibile da prevedere. Da qui, soprattutto, il passo in direzione di una lettura patologica dell’idea di superpotere.

I Timed mancano di un’altra caratteristica tipica di molti supereroi, ovvero di un racconto delle origini che spieghi l’emergere di queste capacità. Con qualche risonanza rispetto ad alcune storie degli X-Men, i Timed sono vittime della loro condizione, e sono soprattutto calati in un futuro distopico in cui due diverse macro-nazioni si contendono il dominio globale.

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Questi elementi combinati lasciano pensare che l’accento sia posto, nelle intenzioni, sull’esperienza interiore dei protagonisti, sul modo in cui vivono la loro condizione e su come ciò si riflette in uno scenario che sembra riproporre in forma esasperata alcuni tratti negativi dei nostri tempi (quel tardo capitalismo che prende e muta forma, con immagini esilaranti e inquietanti, in pagine Facebook come Humans of Late Capitalism).

In effetti, proprio in un’intervista a Fumettologica, i fratelli Rincione avevano presentato il progetto editoriale precisamente in questi termini, articolato in una serie di racconti più “politici” e in un filone più attento alla dimensione psicologica.

A giudicare da quanto l’editore ha finora rilasciato, le storie pubblicate faranno da sponda e da supporto narrativo a un videogioco in realtà aumentata, sulla cui uscita non ci sono però ancora dettagli. In questa dinamica sembra collocarsi bene Rio 2031, una storia di Giuseppe Andreozzi e Gabriel Picolo che prende decisamente di petto l’ambientazione Timed e la sfrutta in un racconto per molti versi arci-canonico.

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Qui entra finalmente in gioco Vite di carta, in cui la storia – è il caso di dirlo – è decisamente diversa. Si potrebbe dire che il fumetto rientri nel filone “psicologico” della collana narrativa Timed, ma i fratelli Rincione hanno fatto ben altro. Si tratta di un lavoro che presenta diversi tratti di continuità con altre loro opere, ed è il caso di sottolineare almeno tre elementi: la patologia mentale, la distopia sociale e la dimensione metanarrativa.

Il primo aspetto, già presente nel notevole Paranoiae, è il più evidente: la storia ruota intorno alla vita di Carl, un Timed capace di assorbire i pensieri e i ricordi delle persone a lui vicine. Incapace di sostenere l’enorme pressione che ciò comporta, Carl si ritira in eremitaggio su dei monti irlandesi, aiutato solo da un vecchio guardiano del parco circostante.

La vita di Carl è popolata interamente di figure frutto della sua fantasia-superpotere, personaggi al confine tra l’esistenza immaginaria e una strana forma di quasi-esistenza che forse non sarebbe sbagliato definire “virtuale”. La condizione di Carl è abbastanza complessa da non risultare facilmente decifrabile: il suo isolamento può essere visto come una rappresentazione della condizione dell’internauta contemporaneo oppure come il suo opposto, ovvero lo stato di chi è troppo empatico per potersi permettere un accesso alla dimensione social.

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Il secondo elemento, quello della distopia sociale, è forse il meno evidente nella storia, ma appare chiaramente in alcune scene – tra le più belle – in cui Carl si vede costretto a confrontarsi di nuovo con il mondo degli uomini.

Il suo potere/malattia gli permette di – o lo costringe a – percepire lo sconcertante fiume di sporcizia che scorre sotto il velo della vita civilizzata, rendendogli di fatto impossibile la partecipazione alle tante menzogne, piccole e grandi, che costituiscono il fondamento della società. Questo fattore, presente in modo piuttosto massiccio anche in #likeforlike, non gli impedisce tuttavia di sentire l’esigenza di riprendere contatti con i suoi affetti lasciati alle spalle. Proprio questa contraddizione, l’impossibilità della socialità e l’urgenza degli affetti, è il motore del racconto al di là della dimensione puramente introspettiva.

Infine, l’aspetto metanarrativo del racconto è forse il più interessante, ma anche il più controverso. Se Paperi era un’opera metanarrativa più per il gioco sull’immaginario disneyano che per l’effettiva struttura del racconto, Vite di carta raggiunge un livello tale da sfiorare alcuni esperimenti letterari postmoderni.

C’è da dire che l’attitudine iper-riflessiva a parlare del proprio raccontare piuttosto che del racconto si integra perfettamente nella storia. E proprio a partire dalla figura di Carl: le domande con cui si apre la vicenda, relative alla distinzione tra fatti e pensieri, tra storia e narrazione, è il modo con cui gli autori presentano al lettore la peculiare posizione soggettiva del protagonista, per il quale è proprio questa distinzione a non poter avere senso. Tuttavia, se anche l’andamento del fumetto sembra soffermarsi molto – forse troppo – su questioni filosofiche relative alla realtà della fantasia, la vicenda narrata sembra costituire un tentativo di rispondere positivamente al liquefarsi di qualsiasi distinzione tra reale e virtuale.

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Senza anticipare nulla, la storia di Carl può in qualche modo essere letta come un tentativo di riemergere dal magma indistinto della rappresentazione – che si tratti dei prodotti della sua coscienza, o della chiacchiera che si impone a tutti i livelli della vita sociale – e di trovare finalmente un “reale” identificato con la sfera affettiva.

Rispetto a questo livello di lettura, tuttavia, è difficile non notare un’indulgenza forse eccessiva a quello che viene presentato come un flusso di coscienza del protagonista, ma che di fatto è una lunga riflessione teorica che si dilunga per larga parte del fumetto. Nelle pagine dei fratelli Rincione sembra emergere a tratti un “eccesso di consapevolezza”, quella forma di timidezza dovuta all’impressione di aver già parlato di tutto e detto tutto. Quella stessa forma di timidezza che Umberto Eco collegava all’impossibilità di dire “Ti amo”, e all’esigenza di dire piuttosto “come ha detto Liala, ti amo”.

In questo senso, Vite di carta pecca talvolta di un certo intellettualismo, offrendo momenti interessanti intervallati da riflessioni piuttosto cerebrali, che rischiano di virare l’attenzione su alcuni aspetti non molto originali della storia. Un limite, dunque, ma non necessariamente un semplice difetto. In questa tensione si manifesta infatti quel “demone della teoria” che Antoine Compagnon riconosceva nella teoria della letteratura, nella naturale tendenza ad annegare nelle parole e non vedere più ciò che esse indicano. Vite di carta manifesta, è il caso di dirlo, una piena consapevolezza dell’esistenza di questo piano inclinato.

Tralasciando questo elemento, tuttavia, Vite di carta si presenta come una storia solida, non propriamente un graphic novel ma piuttosto una graphic short story (o graphic novella): molto del contesto narrativo, delle vite dei personaggi e dell’intreccio viene lasciato in secondo piano o addirittura ignorato, per sviluppare una narrazione molto densa.

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Il nucleo tematico – la “vita di carta”, appunto, e dunque al tempo stesso il valore della fantasia e il senso della narrativa – viene presentato magistralmente a livello grafico, con tavole in cui lo stile di Rincione – che fa pensare ad alcune avanguardie novecentesche da un lato, e a Bill Sienkiewicz dall’altroè ormai consolidato.

La presentazione della nozione classica di superpotere nella forma di una vera e propria patologia mentale viene sviluppata superando il semplice vezzo distopico, e sfruttando piuttosto l’occasione per proporre una riflessione molto articolata sul senso del narrare, sul ruolo dell’immaginazione e sul significato della realtà. Curioso, appunto, che i punti più alti di questa riflessione si mostrino proprio là dove essa è implicita, consegnata alla storia diretta, ai disegni e ai dialoghi piuttosto che alle considerazioni teoriche del protagonista-autore.

Proprio il taglio visibilmente autoriale di Vite di carta, unito a una scelta narrativa che porta la storia stilisticamente e contenutisticamente molto lontano dalla dimensione supereroistica, rende difficile pensare la storia dei fratelli Rincione come parte di un universo narrativo più vasto, soprattutto a giudicare dagli altri prodotti di quell’universo stesso. Questo tuttavia non è necessariamente un male: al contrario, la scelta di Shockdom di includere nel progetto autori come Marco e Giulio Rincione testimonia la volontà di rinnovare il discorso legato ai temi classici della narrazione di/con/sui supereroi. I risultati, probabilmente, si vedranno con i prossimi passi.

Vite di carta
di Marco e Giulio Rincione

Shockdom, ottobre 2017
Cartonato, 64 pp. a colori
15,00 €

  • Paolo Ciaravino

    A me ricorda più Dave McKean che comunque ha diverse cose in comune con Sienkiewicz. In ogni caso non mi pare molto originale.