Quando Topolino racconta l’arte. Intervista a Roberto Gagnor

Sono ormai 7 anni che lo sceneggiatore Roberto Gagnor racconta l’arte attraverso i personaggi Disney nel ciclo di storie La storia dell’arte di Topolino. Era il 2011 quando sulle pagine di Topolino iniziò la pubblicazione de Il primo fumetto della storia, lungo racconto a puntate con cui esordì la saga pensata da Gagnor.

Dagli etruschi a Pompei, da Magritte a Maurizio Cattelan, da William Turner a Andy Warhol, la saga è un affresco sull’arte e una panoramica istruttiva sulla storia e la cultura artistica dell’umanità, filtrata attraverso la più classica delle declinazioni Disney: la parodia.

Ad oggi, La storia dell’arte di Topolino conta 18 episodi che stanno venendo riproposti in volume all’interno della collana L’altro topo. Nel frattempo, Gagnor sta preparando altre avventure Disney sull’arte e parallelamente si sta dedicando a un progetto personale assieme alla disegnatrice Sara Antonellini, intitolato Paola e i tre duelli. Il fumetto è una storia western surreale, ambientata ai giorni nostri in un paesino della Riviera ligure. Qui la giovane Paola, con l’aiuto di un personaggio dei fumetti che prende vita nella sua immaginazione, dovrà affrontare le sue paure. Il progetto sarà trasposto anche al cinema e in questi giorni sta venendo finanziato tramite un crowdfunding online sulla piattaforma Bookacomic.

Abbiamo colto l’occasione per intervistare Gagnor sulla sua carriera in Disney e sul ciclo de La storia dell’arte di Topolino, facendoci inoltre raccontare come è nato Paola e i tre duelli.

arte Topolino roberto gagnor intervista

La copertina di Giorgio Cavazzano di Topolino n. 2861 dedicata a “Topolino e il Surreale Viaggio nel Destino”

La Storia dell’arte con Topolino, giunta ormai a 18 episodi – mentre è in uscita la seconda raccolta – è diventato via via il progetto più ampio e ambizioso della tua carriera disneyana. Come è nato e quale sarà il suo futuro?

Tutto è partito da Topolino e il Surreale Viaggio nel Destino, nel 2010: avevo saputo della mostra di Dalì a Milano con i materiali su Destino e proposi subito una storia al mio editor, Davide Catenacci. La storia, con i disegni favolosi di Giorgio Cavazzano, piacque molto, così proposi subito alla redazione un ciclo di storie. Il direttore Valentina De Poli, Davide e Gabriella Valera, storica redattrice laureata in storia dell’arte, approvarono l’idea, e il primo ciclo, con i disegni di Vitale Mangiatordi e Paolo De Lorenzi, andò bene, come anche il secondo, con i disegni di Stefano Zanchi e Stefano Intini: tutti, dai disegnatori alla redazione (con articoli ad hoc su ogni artista trattato nelle storie), hanno fatto un bellissimo lavoro, e il merito di questo ciclo è loro quanto mio. Al momento sto scrivendo il terzo ciclo, incentrato sulle tecniche artistiche: per ora posso dirvi che ci saranno un Pippo-Hokusai e una Brigitta-Marina Abramovic!

roberto gagnor Paperaggio topolino paperino

Paperaggio e i cartelli dei Ricchiscalchi, Topolino 3176, 2016. Disegni di Stefano Zanchi.

In questa saga la divulgazione ha un ruolo di primo piano. Naturalmente ciò non impedisce di mescolare toni da commedia, il genere che hai più frequentato come sceneggiatore. Qual è la tua versione dell’antica formula “insegnare divertendo”?

Prima di tutto… sono io a studiare! Se nei primi due cicli ho attinto alle mie passioni (da Dalì a Turner, da Caravaggio a Picasso), ora mi documento parecchio, divertendomi. Cerco di sintetizzare l’idea di un artista, per poi “smontarlo” nella parodia, alla luce della tradizione disneyana. Le idee comiche mi vengono abbastanza naturali, per cui mentre studio arriva subito qualche gag. Allo stesso tempo cerco di inserire dichiarazioni vere dell’artista, o comunque di spiegare “cosa voleva fare”, la sua vera poetica. L’ideale sarebbe che queste storie facessero conoscere questi artisti a tutti, dai più piccoli ai più grandi: so che in alcune scuole gli insegnanti hanno già portato a lezione le mie storie dell’arte, e la cosa mi ha fatto molto piacere.

Sei fra gli autori più attivi nei progetti didattici che la redazione di Topolino, da tempo, porta nelle scuole italiane. Come è percepito il mestiere del fumettista dai bambini? E quale idea hanno di Topolino e del fumetto Disney?

Lavoro ai laboratori di Topolino da qualche anno, sempre con Gabriella Valera (che li organizza con la redazione), Aldo Carrer Ragazzi, Silvia Martinoli, Elena Galli, Luca Usai, Fabio Pochet e tanti altri: è una parte meravigliosa di un lavoro che già amo molto, in cui coinvolgiamo una classe in un lavoro di tre ore, in cui i ragazzi creano il “loro” Topolino insieme a noi, e in cui noi spieghiamo come nasce un fumetto. La cosa mi permette anche di sfogare il mio becero lato da guitto: si gioca, si scherza e si ride molto. I bambini amano ancora parecchio Topolino e il fumetto Disney, anche se ci arrivano in modi diversi: magari dalle serie Disney in TV, o dai Topolini dei loro genitori. Naturalmente viviamo in un  mondo pieno di storie ed entertainment per bambini e ragazzi, a differenza degli anni ’80, quando c’erano meno fumetti e meno cartoni animati in TV: però c’è sempre uno zoccolo duro di bambini – e genitori – che ama Topolino, lo segue, lo fa suo, e tiene molto ai personaggi. Quindi, lavorare con loro è molto divertente.

Il fumetto Disney non vende più come negli anni Novanta. Eppure la qualità creativa non sembra in crisi. Un paradosso interessante: quali sono i punti di forza e di debolezza di Topolino oggi, dal tuo punto di vista?

La qualità creativa è molto più alta, rispetto ad altri periodi! A livello di sceneggiatura e di disegno, le storie italiane per me sono ancora le migliori del mondo. C’è un’attenzione al racconto e un’apertura a una narrazione più adulta che rendono ogni storia più forte rispetto al passato, pur nel rispetto della tradizione. Il fatto è che il pubblico ricorda solo le storie più belle, per cui combattiamo contro un imbattibile passato di greatest hits. Ma a guardare bene, ci sono un sacco di cose ottime, oggi: dai grandi autori come Radice, Enna, Bosco fino ai giovani come Zemelo e Stabile, per restare nel mio ambito.

Quanto alle debolezze, è chiaro che viviamo in un mercato più ristretto rispetto al passato, in cui devi sgomitare per farti notare e demolire gli stereotipi (“Topolino è solo per bambini”, “una volta era meglio”, etc.): per cui è necessario poter agire creativamente senza limiti di sorta, osare, tentare cose nuove: le storie dell’Arte sono nate così, e la redazione su questo mi ha sempre sostenuto.

La direzione attuale, con Valentina De Poli, ha assegnato maggiore importanza e visibilità agli autori rispetto a quelle precedenti. Noi ne vediamo gli effetti sul pubblico giovane e adulto, ma i bambini? Pensi che stiano crescendo nuovi lettori, più attenti alla dimensione “autoriale” del fumetto disneyano?

I bambini non sono stupidi, anzi: sono adulti che non hanno ancora tutti gli strumenti linguistici ed estetici per apprezzare ogni tipo di storia. Per questo dobbiamo lavorare a più livelli: Topolino è nominalmente un magazine per ragazzi dagli 8 ai 10 anni, ma ha più livelli di lettura, per gli universitari, per gli adulti, per tutti. I ragazzi, poi, vivono in un mondo in cui ci sono (da sempre, per loro) i Simpson, i Griffin, i videogiochi, YouTube. Insomma, sono MOLTO più sgamati e attenti alla narrazione – e alla metanarrazione – di quanto lo fosse la mia generazione (io ho quarant’anni). Per questo fanno attenzione alle storie, al racconto, agli autori. In una parola: alla qualità. Per questo io posso permettermi di più, osare di più, nelle mie storie: perché so che capiranno.

Rispetto a molti tuoi colleghi inserisci spesso nelle storie elementi di satira, frecciatine alla contemporaneità che non siano solo la storpiatura del nome di un attore o calciatore. Pensi che sia possibile utilizzare i personaggi Disney per raccontare, sempre con il sorriso, le storture dei nostri tempi?

Certo! Dico sempre che si potrebbero fare innumerevoli tesi di laurea su come Topolino abbia raccontato e racconti la vita sociale, il costume, la cultura italiana. Si può e si deve farlo: confinare questi personaggi in un passato filologicamente intonso per far piacere a una fetta limitata di fan sarebbe assurdo. Io ci metto sempre qualcosa di contemporaneo, che siano i programmi di calcio delle Tv private in cui non si vedono le partite o i blockbuster (sta per uscire una storia del mio ciclo sulla Storia del Cinema proprio sui film di supereroi): Topolino vive nel suo tempo, ed è giusto così.

Johnny Question roberto gagnor topolino

Johnny Question, parodia di Jerry Scotti, da Topolino e il cerchio con il coperchio. Topolino n. 3235, 2017, disegni di Luca Usai

La prima storia con cui ricordo di averti notato è stata la parodia di Twilight: Quacklight – Vampiri fascinosi a Paperopoli. Se non sbaglio fu anche la tua prima storia “di copertina” (anche se la copertina in realtà era dedicata a Toy Story 3). Mi aveva colpito per il continuo disvelamento dei meccanismi dei romanzi/film della saga. Come mai questa scelta per una Grande Parodia, considerato quanto in quel filone prevalga il “rispetto” verso l’opera di origine?

Perché volevo fare qualcosa di diverso, e prendere in giro non solo Twilight, ma anche i fan di Twilight, le fan fiction, quell’universo lì! E poi amo la metanarrazione, i giochi sul testo, a vari livelli. Tra l’altro, dopo quella storia mi ha contattato su Facebook Michela, una ragazza che si era divertita molto a leggerla. Ci siamo sentiti, ci siamo visti, e tre anni dopo ci siamo sposati. Il che dimostra che anche film molto brutti hanno una loro utilità!

Quacklight roberto gagnor topolino

Quacklight, da Topolino 2849, 2010. Disegni di Giorgio Cavazzano

All’epoca mi divertì anche la saga di Raceworld, disegnata da Claudio Sciarrone, anche se rimasi un po’ deluso dallo svelamento del cattivo misterioso. Intendiamoci, amo il Pirata Orango, ma non mi sembrava molto adatto alla parte perché poco noto ai lettori di Topolino. Come mai la tua scelta è ricaduta proprio su di lui? Come fu accolta la storia?

Il fatto è che volevo svecchiarlo, riproporlo come cattivo puro (in pratica è un nazista!) e classico: Gambadilegno è meno cattivo di una volta, ci resta solo Macchia Nera come villain totale. Con Raceworld io e Claudio abbiamo tentato varie cose: personaggi nuovi (le Bassotte), un clima da Secret Wars, un approccio più contemporaneo ma sempre disneyano. Il pubblico ha avuto reazioni contrastanti, ma resta il fatto che Claudio ha (ri)dimostrato a tutti quanto il suo tratto sia originale, moderno e avventuroso. Anzi, al momento stiamo pensando a una nuova idea insieme, non-Disney…

Raceworld roberto gagnor

Raceworld episodio 5, da Topolino 3046, 2014. Disegni di Claudio Sciarrone

Per un autore Disney è come chiedere se ami di più mamma o papà, ma tant’è: qual è il tuo Maestro Disney? Barks? Gottfredson? Scarpa? Cimino? Martina? Fanton? O un altro meno celebrato? E perché?

Mamma E papà, quindi Barks e Gottfredson sicuramente, perché è come dire due divinità, e subito dopo Scarpa. Poi i maestri e i colleghi di oggi, come Artibani, Sisti, Sarda. Ma l’influenza più forte, forse, è di due autori con cui ho imparato a leggere e a scrivere: Marconi e Pezzin. E poi ringrazierò sempre Ezio Sisto, il primo editor che mi ha dato una chance a Topolino.

Di recente hai lanciato una campagna di crowdfunding per il tuo primo graphic novel, Paola e i tre duelli. Di cosa si tratta?

Di una storia molto diversa dal solito: Paola è una giovane rumena che arriva in un paesino della Riviera di Ponente per fare da badante all’anziana e quasi cieca Signora Gallo. Paola non sa l’italiano, è molto sola e l’unico che le parla è il macellaio del paese… ma per molestarla.

Ma la Signora Gallo ha una passione: i vecchi fumetti western di Dick Sputafuoco, un eroe stradimenticato di un fumetto che ha chiuso da decenni. Paola inizia a leggere questi fumetti ingenui e grezzi, e grazie a loro impara un italiano da film western, pieno di “tanghero” e “dannazione”. Finché un giorno incontra il VERO Dick Sputafuoco, che è là per insegnarle a combattere, a farsi valere, a ribellarsi. In tre duelli. È un western surreale, un po’ Italo Calvino, un po’ Sergio Leone, un po’ Charlie Kaufman: la mia lettera d’amore al cinema e ai fumetti.

Nel progetto scrivi che si tratta di “Una graphic novel che diventerà anche un film”. È già in produzione l’adattamento cinematografico? Vista la tua esperienza in ambito cinematografico e televisivo, ti occuperai direttamente tu della sceneggiatura?

L’idea è di scriverlo e dirigerlo. Il progetto è stato in finale al Pitch in The Day a Roma, un pitch organizzato come uno speed date, con venti case di produzione italiane. Ho ottenuto vari contatti utili e il progetto è stato uno dei più apprezzati: ora vediamo se arriveranno un po’ di fondi. Avrei anche l’attrice giusta: la bravissima Elena Radonicich, con cui ho già lavorato nel mio corto, Il Numero di Sharon.

Perché hai scelto la strada del crowdfunding?

Perché io e Sara Antonellini, bravissima giovane disegnatrice con cui sto lavorando al progetto, volevamo tentare qualcosa di nuovo, come produzione e gestione del lavoro: insieme ai ragazzi di Comics&Business e a bookabook abbiamo messo su un crowdfunding, che sta andando avanti. Sosteneteci sul sito dedicato, questo progetto ha bisogno della passione di tutti voi!