Il Topolino di Paul Rudish, in stile Cartoon Network

In questi ultimi anni, ci sono stati diversi prodotti che hanno ripensato la figura di Topolino non con intenti progettuali a lungo termine ma come semplici esercizi di stile, mirati a proporre una visione diversa del personaggio. Alcuni sono fumetti – quelli francesi, come ha raccontato Alberto Brambilla – altri sono cartoni animati, in comune hanno il fatto di aver riesumato il Topolino delle origini, l’indiavolato roditore degli anni Trenta con i calzoni a palloncino. Solo che i fumetti sono stati realizzati – con l’avvallo della Walt Disney – da fumettisti francesi e difficilmente avranno grande eco, mentre i cartoni animati sono prodotti di prima mano della casa madre, realizzati apposta per diventare virali, morsetti di commedia dalla condivisione facile.

Giunto alla quarta stagione, Topolino (Mickey Mouse) di Paul Rudish è infatti il prodotto più atipico mai partorito dalla Disney, e la nozione risulta ancora più straniante visto che il protagonista è l’icona della compagnia. Rispetto all’altra serie animata attualmente in onda – Topolino e gli amici del rally, realizzata in CGI con un tono più simile a La casa di Topolino – non sembra nemmeno provenire dallo stesso marchio. Per lo stile, principalmente: bidimensionale, esagerato, che flirta con l’estetica di Cartoon Network e ci fa vedere il Topolino passato attraverso i filtri di un simil-John Kricfalusi.

Tutto merito del creatore dello show, braccio destro di Genndy Tartakovsky sulle serie culto Il laboratorio di Dexter, Samurai Jack e Star Wars: Clone Wars. Diplomato al CalArts, la scuola d’animazione californiana più rinomata, Rudish era in Disney da un paio d’anni come storyboardista della serie Tron: Uprising, prima di lanciare una serie tutta sua. Quando la Disney lo chiamò, Topolino aveva lasciato il cinema da anni e, se si escludono sporadicissimi cortometraggi, era migrato sui teleschermi, prima con la serie Mickey Mouse Works e il contenitore House of Mouse e poi con il programma per i più piccoli La casa di Topolino. Queste ultime iterazioni presentavano un Topolino posato, canonico, di buon cuore, disegnato con altrettanta classicità.

I dirigenti gli chiesero di proporre qualcosa, «qualsiasi cosa», ha rivelato poi Rudish a Oh My Disney. «Volevano vedere che idee avessi, senza darmi alcun tipo di paletti». L’unica indicazione che gli diedero fu la durata: tre minuti e spiccioli, bocconi a misura di YouTube, da poter utilizzare in blocco sui canali televisivi ma pensati per un consumo digitale. «Mi piaceva il tono surreale e l’animo casinista, ma allo stesso tempo ingenuo e benintenzionato di Topolino. Volevo provare a rifare quei cartoni, senza imitarli e aggiungendoci il mio stile. Contemporaneo ma basato sulle regole di Walt Disney e Ub Iwerks». E l’unica regola dei due era che non c’erano regole.»

«Ci volevano contemporanei, non erano interessati ad ambientazioni del passato, il far west o il medioevo, per dire», ha detto poi Rudish a AWN. «Bastava essere divertenti, nei limiti del loro buongusto». Questo non significava che i personaggi dovessero indossare Air Jordan XXXII o usare l’ultimo modello di smartphone, dettagli che anzi avrebbero presto datato i corti, ma che fossero contemporanei nel modo di raccontare. I tre minuti e mezzo di durata e il ritmo sincopato, che a volte sembra velocizzato per aumentare ancora di più il passo, sono un esempio di questo. E uno come Rudish non poteva che puntare sulla pantomima (Samurai Jack e Star Wars: Clone Wars si erano già segnalati per la capacità di ridurre al minimo i dialoghi e lasciare che la storia venisse raccontata per immagini) e sulle pose estremizzate.

Topolino, Pippo, Minni e Paperino non viaggiano nel tempo allora, ma nello spazio: ci sono episodi ambientati in Corea, Francia, Brasile, Italia, India e Giappone, in cui i personaggi parlano nell’idioma locale, uno (Bad Ear Day) in cui il Nostro perde le orecchie e lo spettatore passa gran parte della puntata ad ascoltare una traccia audio ovattata, un altro in cui la parte nera della pelle di Topolino si separa da quella bianca.

Se sul contenuto non c’è nulla da segnalare (la struttura si ripete in ogni puntata: obiettivo da raggiungere-sequela di gag per superare gli ostacoli-risoluzione finale) è nella messa in scena che Mickey Mouse si stacca notevolmente dalle precedenti produzioni. E la rottura dello stile di casa, che è una componente di fortissima riconoscibilità per Disney, è una cosa che non si vede spesso. Negli anni Novanta, i disegnatori si lamentavano del fatto che il mogul Jeffrey Katzenberg avesse a cuore l’uniformità del segno nei prodotti dello studio, ma quando il boss abbandonò lo studio iniziarono a spuntare film dallo stile variegato, come Hercules, alla cui fase di design collaborò Gerald Scarfe, Atlantis, ispirato ai disegni rocciosi di Mike Mignola (anche lui chiamato dalla produzione a lavorare al film) e Tarzan. Ma con l’arrivo del digitale, da Rapunzel in poi almeno, questi dirottamenti si sono fatti sempre più rari.

Topolino invece presenta una stilizzazione estrema nel design degli sfondi, piattissimi e colorati. C’è un episodio ambientato in montagna in cui il cielo è una coperta patchwork e le case paiono uscite da un concorso di quilt. E nella resa dei personaggi la serie spinge all’estremo certe scelte, mettendo su schermo lo schifo, i fluidi (bava e sudore), gli odori. In Wish Upon a Coin assistiamo a un motteggiamento bello e buono di Biancaneve e i sette nani (in cui Topolino lecca uno dei sette nani); Pippo è disegnato come un buzzurro, in un episodio è uno zombie con ossa e carne pendula in bella vista, e in tante situazioni è vissuto come l’antagonista della storia; Minnie nella prima puntata della seconda stagione deve fermare un cable car e per simboleggiare lo sforzo assume le fattezze di una culturista tutta muscoli guizzanti e vene a fior di pelle.

È uno strano risultato quello di Topolino: piace ai cultori, agli appassionati di animazione, ai bambini che masticano Adventure Time e Steven Universe, ai nostalgici della Cartoon Network anni Novanta, ma non trova collocazione nel pantheon Disney per mancanza di parametri interni all’azienda. Un probabile segno della volontà da parte dello studio di aprirsi a nuovi esperimenti. Non è un caso che nello stesso anno di debutto della serie, il 2013, è uscito un altro corto nostalgico con protagonista Topolino, Get a Horse!, in cui il nuovo si fondeva con il vecchio e dava vita a una strada percorribile solo da un’icona come Mickey Mouse.