“La notte”, il violento e disperato grido di dolore di Druillet

La notte di Philippe Druillet, pubblicato nel 1976 da Les Humanoïdes Associés, è un grido disperato, una violenta ed esasperata elaborazione del lutto, un enorme cattedrale di dolore.

La Notte Druillet magic press fumetto

Il fumettista francese, dopo i successi di Lone Sloane Yragaël, volle dedicarsi a un’opera personale e catartica, in cui sublimare la scomparsa della moglie Nicole, morta prematuramente a causa di un tumore. La notte si apre con un’accusa alla medicina e agli stupidi macellai dai camici bianchi, alla nuova fede nelle magnifiche sorti progressive, alla falsa idea di progresso che sotto l’egida delle statistiche occulta la morte.

Druillet riflette sui limiti dell’Occidente, sulle radici stesse del pensiero occidentale come continua lotta contro la mortalità. La medicina viene trattata alla stregua di una cieca superstizione, i cui arroganti sacerdoti – colpevoli di credersi Dio – fanno dell’individuo un semplice numero. Le parole trasudano disperazione, sembrano il delirio di un folle. Quello che resta è solo la morte e, quindi, l’unica strada da percorrere. Druillet ricorda così quel periodo:

Mia moglie, come migliaia di altre persone durante gli anni Settanta, è stata schiacciata da idioti incompetenti che non sapevano nulla di quello di cui farneticavano. Sfortunatamente, la mia storia è all’ordine del giorno… ma io sono un folle. Nella storia dell’arte, ogni volta che un artista veniva colpito da una tragedia simile, creava una scultura, un dipinto o qualcosa del genere. Nei fumetti, non era mai stato fatto, all’epoca. Così ho continuato quella tradizione, in memoria della donna che ho adorato e che amo tutt’ora, grazie a questo fumetto. Pensavo di essere un folle, che sarei stato respinto dal mondo delle strisce disegnate. E invece… Tra i miei libri, La notte è quello che ha venduto di più, diventando un’opera di culto tra gli hard rocker… Ho avuto il coraggio, l’incoscienza, il desiderio drammatico, appassionato e amorevole di dirmi che dovevo farlo, perché tutto ciò che avevo costruito prima di quest’opera era per lei.

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La trama – per ovvie e sostanziali ragioni – è ridotta al minimo: un gruppo di motociclisti in un desolata regione che sembra alludere a una realtà post-apocalittica à la Mad Max corre disperatamente verso il deposito blu, dove è segregata una misteriosa droga, per potersi bucare l’ultima volta in maniera che la notte non lasci più spazio al giorno, che l’oscurità trionfi. Su questo esile canovaccio Druillet imbastisce un tour de force massacrante.

Idealmente potremmo dividere il lavoro in due parti: nella prima sezione vengono seguite da vicino le scorribande violente dei biker guidati da Heintz e il disperato tentativo di convincere le varie tribù a unirsi nella corsa suicida verso il deposito blu; nella seconda, invece, protagonista assoluta è l’incursione, e qui il genio di Druillet esplode.

Pur non essendo una biografia, La notte è un’opera potentemente autobiografica. Nell’affastellarsi degli strati di colore, nell’incedere quasi randomico del pennello, che incide la superficie bianca, colmandola di segni aleatori che si organizzano in un corpo, quasi a voler mimare le pieghe della carne, Druillet si mostra nudo, vulnerabile, indifeso e disperato.

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Infatti, prima della catartica creazione dell’opera, distrutto dall’incomprensibile evento luttuoso, l’autore decide di avvelenarsi con un mix di alcool, droghe e sonniferi: cade in un torpore che avrebbe potuto essergli letale, crolla volontariamente nella sua notte. Viene destato fortunatamente da Charles Cohen, che riesce in extremis a salvarlo.

Dopo il ricovero, Druillet capisce che l’unica cura è costruire un mausoleo, un cenotafio di carta (eterno e immateriale), dove serbare il volto di Nicole, incastonato tra le pieghe marcescenti delle architetture neo-gotiche e aliene, che infestano, germinano e come gramigna invadono le sue tavole, deformandole, piegando qualsiasi gabbia alle volontà cieca del gesto. Pur se motivato da occasione, La notte diventa per Druillet un campo di azione pura: è un’opera pensata per se stesso e come tale asseconda il suo estro senza alcun limite.

Fedele alle parole di Moebius, per cui non vi era alcuna ragione perché una storia non potesse avere la forma di un elefante, di un campo di grano o della fiammella di un cerino, Druillet pensa La notte come un’orda suicida, un movimento esasperato che si inerpica lungo le chiglie di un’immensa cattedrale organica, come il ribollire caotico di corpi, come il dissolversi della carne, come un sogno a occhi aperti.

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Le tavole hanno qualcosa di organico e tattile, ricordano le foreste fantastiche di Max Ernst, ottenute con la tecnica del frottage e del grattage. Modalità queste quasi infantili, ma abitate da una vena anarchica e aleatoria e che donavano imprevedibilità e realtà alle opere del pittore tedesco. L’opera di Druillet gode della stessa anarchia compositiva, liberandosi dalla necessità del racconto a favore di una sperimentazione totale, sulle tecniche e sugli stili che si confondono in un tessuto mutante, in grado di mostrare riflessi e pieghe a ogni nuovo approccio.

Potremmo definire lo stile di Druillet isperico, prendendo a prestito la definizione dalla retorica latina, a cui era invisa la cattiva affettazione dello stile asiano, lontano dalla forma classica della grammatica latina. Lo stile isperico, che prese piede tra il settimo e il decimo secolo, era qualcosa di mostruoso, dove, come ammoniva Gerolamo nel suo Adversus Jovinianu, «ogni cosa si dilata per poi sgonfiarsi come un serpente indebolito che si spezza mentre tenta di contorcersi… tutto è preso in tali inestricabili nodi verbali che si potrebbe ripetere con Plauto: “Qui nessuno – tranne la Sibilla – può comprendere nulla.”».

Uno stile letterario che trova il suo correlato iconico nel Grande Evangeliario di san Columba, noto come Libro di Kells, un codice miniato che divenne simbolo dell’oscurità minacciosa che lambiva un mondo in declino, dove, come ricorda Eco in uno studio sulle fonti del Finnegans Wake di James Joyce, più che la linea retta è il labirinto la chiave del mondo.

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Così, per tracciare i confini della sua notte e della sua anima, Druillet deve ricorrere alla decostruzione, alle allitterazioni visive, all’eccesso barocco, alla fioritura che si fa significato. Se l’arte del Garage ermetico di Jean Giraud mimava i sussulti del free jazz di Ornette Coleman, la violenta sintassi visiva di Druillet quasi allude al death metal più astratto e materico degli anni Novanta. Non è un caso che un’oscura formazione di avant-garde metal come i Proton Burst abbia dedicato un intero concept album all’opera di Druillet.

La notte è un’esperienza cardine del fumetto franco-belga degli anni Settanta, ma soprattutto è il Rubicone di Druillet: un valico oltre la morte, oltre la vita, verso l’eternità.

La notte
di Philippe Druillet

Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio
Magic Press, gennaio 2018
Brossurato, 72 pp a colori
€ 14,00

  • Silvia Ciccu

    Ecco a chi si è ispirato-tra l’altro-Frank Miller

  • Sara Bersani

    Ottima recensione