“Il problema dei tre corpi” di Cixin Liu

Cos’è che rende la fantascienza “grande” fantascienza? Tra tutte le letterature di genere che conosciamo, la narrativa speculativa che fa della scienza il colore con il quale affrescare le tele della fantasia è la più problematica da definire, perché si muove costantemente anche se spesso non ne percepiamo la traslazione.

Ci vuole, com’è noto, un altro punto di vista per poter vedere e capire il nostro. E questo richiede che ci spostiamo a nostra volta, cambiando punto di vista. Insomma, per riuscire ad osservarci dobbiamo cambiarci, cambiando prospettiva. Per questo la lettura di un romanzo di fantascienza cinese, il primo di una trilogia in divenire, in questo periodo storico apre la strada a questo cambiamento.

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La copertina dell’edizione Mondadori de “Il problema dei tre corpi”

Mondadori ha pubblicato Il problema dei tre corpi nella collana degli Oscar Fantastico (e non su Urania perché l’obiettivo è un pubblico più “lento” da libreria e non quello mensile da edicola). È un romanzo che ha già vinto premi internazionali fra i quali il premio Hugo nel 2015. Il libro è del 2005 ma è stato tradotto e portato nel mondo anglosassone quasi dieci anni dopo. La traduzione è stata rivista dall’autore e, come accade in questo tipo di lavori editoriali, adesso è il testo inglese ad essere il “testo di base” almeno in Occidente.

Il Post un po’ di tempo fa affrontava proprio il tema delle traduzioni dalle lingue “esotiche”, partendo da quanto viene scritto in un articolo del New Yorker ma anche nella nostra rivista “di settore” Tradurre.

Il lavoro di trasposizione in inglese non è stato comunque cosa da poco: è stato infatti tradotto da un altro scrittore questa volta bilingue, Ken Liu. L’autore, il cinese Cixin Liu (i due non sono parenti), è un ingegnere ed ha vinto molto a partire dal prestigioso premio Hugo più una candidatura al premio Nebula e varie altre cose. In Cina è uscito a puntate sulla rivista Science Fiction World nel 2006 e in volume nel 2008. Negli Usa è arrivato nel 2014, da noi alla fine del 2017.

Come detto, è il primo volume di una trilogia che in Cina è terminata ed è conosciuta con il nome del primo romanzo, negli Usa invece è intitolata Remembrance of Earth’s Past e comprende anche The Dark Forest (2008, negli Usa nel 2015) e Death’s End (2010, negli Usa nel 2016), da noi ancora inediti.

La storia è bella e intensa: soprattutto la prima parte, ambientata al tempo della rivoluzione culturale cinese, presenta un immaginario potente e fresco. Poi, nella parte a noi contemporanea, cioè verso la metà, il romanzo prima rallenta e poi si riprende donando un finale pieno di sorprese e di cambiamenti di passo. Si capisce che c’è ancora molto da raccontare – dopotutto si tratta di una trilogia –, ma il romanzo si legge perfettamente anche come opera a se stante, con una fine più che soddisfacente.

Il problema dei tre corpi nella fantascienza contemporanea

La fantascienza internazionale non sta stagnando per niente. Anzi, forse oggi come non mai la fantascienza ci dice molte cose e molte altre le lascia intuire. La buona fantascienza, quella capace di raccontare il nostro mondo attraverso filtri e ipotesi che altrimenti non sapremmo dove trovare.

Racconta William Gibson, il papà del cyberpunk, che negli anni Ottanta lui era tutt’altro che innamorato delle tecnologie informatiche e di rete alla base di quello che sarebbe poi diventato il cyberspazio: scriveva con carta e penna, e poi rimetteva tutto assieme con una vecchia macchina per scrivere. A lui non interessava la tecnologia in quanto tale ed era consapevole in maniera molto lucida che chi invece la sposa poi non è più in grado di vederla criticamente. A Gibson, invece, interessava vedere i cambiamenti che la tecnologia portava nella vita delle persone: non dei singoli ma della società. E cita quando, negli anni Quaranta-Cinquanta negli Usa è arrivata la televisione. A New York le persone che la sera stavano sui gradini delle loro casette a due piani in mattoni rossi per prendere il fresco e parlare con i vicini all’improvviso non ci sono più: le strade si svuotano perché la televisione tiene tutti in casa.

Cixin Liu ha immagini potenti ma soprattutto ha il gusto per esplorare il cambiamento che le tecnologie e le trasformazioni indotte dalla tecnologia e dalle nuove opportunità che questo tipo di approccio porta nei rapporti sociali. Il che non è poco, ma c’è di più.

Cosa racconta e com’è Il problema dei tre corpi

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Cixin Liu, l’autore de “Il problema dei tre corpi”

In questa recensione – come nelle mie altre – mi tengo il più possibile lontano dalla “anticipazione della trama” (il famigerato “spoiler”, cioè, che tanti lutti addusse anzitempo all’orco) ma non è un mistero segnalare che il nodo della storia è nella presa di contatto dei cinesi con gli alieni. E la rappresentazione degli alieni, assieme a un paio di chicche tecnologiche, è una delle migliori viste finora. La testa di Liu, apparentemente arida, si rivela invece ricca e fruttuosa.

I difetti del libro sono fondamentalmente due, e stanno tutti nel modo con il quale l’autore costruisce i personaggi e porta avanti la trama. I tempi dello scrittore e del lettore cinese sono diversi dai nostri, e mortalmente lenti. Inoltre, i personaggi monologano con grande piacere, le spiegazioni si sommano, e c’è insomma quel senso straniante di vischiosità nella scrittura, rispetto al montaggio turbo degli autori angloamericani, che ricorda il buon vecchio Stanislaw Lem, per citare un altro che non ci fa impazzire per la rapidità d’azione.

Poi, non bisogna anche sottolineare che Liu è anche un ingegnere e un po’ scrive così, tanto che quando esce dalla parte storica ambientata cioè durante la rivoluzione culturale (letterariamente la migliore del libro), l’approccio diventa davvero esagonale, non certo ellittico ed elusivo. Ma, datemi retta, non solo alla fine si fa leggere, ma ne vale anche la pena. Decisamente.

Il problema dei tre corpi
di Liu Cixin
traduzione dal cinese Ken Liu, traduzione dall’inglese di B. Tavani
Oscar Mondadori, ottobre 2017
362 pagine
11,99 €