“Oblivion Song”, l’oblio narrativo di Robert Kirkman

Robert Kirkman ha un taglio di capelli da cinque dollari e porta spesso maglioni con la zip, ha la faccia da bambino ma l’espressione da biscazziere. È un imprenditore che ha chiamato suo figlio Peter Parker perché l’Uomo Ragno è il suo personaggio preferito ma si è ben guardato dal scriverne le avventure perché non ci guadagnava abbastanza. Robe che a confronto Mark Millar ha il cuore in fiamme.

L’etichetta che ha fondato si chiama Skybound, è un incubatore di property i cui successi, per ora, sono sempre stati legati al nome del suo impresario. L’ultima produzione si chiama Oblivion Song ed è una storia che si svolge in una Philadelphia diventata possedimento di una dimensione alternativa chiamata Oblivion, che prende in prigionia circa 300.000 dei suoi cittadini. Dopo anni di tentativi per mezzo di un’organizzazione appositamente creata, il governo americano rinuncia a salvarli, ma Nathan Cole – un ex agente di tale agenzia – continua nella sua missione. Il canto del titolo è quello che si sente a Oblivion: «Nei pochi momenti in cui non c’era un mostro a darti la caccia, in quegli istanti di calma, la brezza, le creature in lontananza, gli insetti, tutto questo si fondeva insieme. […] Era una specie di musica», dice uno dei personaggi.

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Kirkman ha dichiarato che il fumetto appartiene al sottogenere di sua invenzione “apocalypse adjacent”, un’apocalisse a targhe alterne perché il disastro non è davanti a noi né noi ci siamo dentro. È al nostro fianco, separato da un muro commemorativo in ricordo dei dispersi, che Cole non rinuncia a cercare. Lo fa per un motivo segreto, anzi, per due, e ci riesce grazie a un dardo che teletrasporta dalla civiltà a Oblivion e ritorno. Insieme a lui, un gruppetto di scienziati, sopra di lui i militari e il governo.

Queste le premesse della storia che saldaPress presenta in anteprima mondiale in un volume di 136 pagine contenente i primi albi americani, che gli statunitensi leggeranno dopo di noi. A disegnare Oblivion Song sono stati chiamati Lorenzo De Felici (disegni) e Annalisa Leoni (colori), attivi tra Francia e Italia e già nel team che ha tenuto a battesimo Orfani in casa Bonelli.

Oblivion Song si legge velocissimamente, complici la brevità delle scene, la scioltezza della narrazione e il tratto sintetico di De Felici. Il disegnatore non è interessato all’esibizionismo, la scelta dei momenti e di come inquadrarli è funzionale e asciutta fino al luddismo. Fa lo stesso nel design dei mostri e di Oblivion: non strafà e tiene essenziale la silhouette di creature, ambienti e armi. La cifra stilistica più vicina pare il lavoro del creature designer Neville Page, dal disegno effettivo alla scelta di colorare le estremità degli arti con colori che sfumano l’uno nell’altro. All’inizio non afferra con sicurezza le fattezze di Nathan, lo fa un po’ Ringo un po’ Jackie Earle Haley, ma è il rodaggio fisiologico dei primi numeri.

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Per il mondo civilizzato Leoni crea un’atmosfera fredda, dominata dal verde e dagli azzurri, appena lambita da sprazzi di giallo, mentre abbonda di tinte terrose e di un viola ambiguo (perché in bilico tra il caldo dei rossi e il freddo del blu) per Oblivion. Il mondo fuori Oblivion è algido e distaccato, nonostante la relativà tranquillità, e gli edifici e i monumenti sono imponenti, squadrati e respingenti, dipinti di non-colori (il bianco del Philadelphia Museum of Art, il nero del muro dei caduti) mentre Oblivion è empatico, le architetture sono organiche e morbide. Il trattamento visivo si accorda alla visione dei mondi: a Oblivion, che dovrebbe essere un posto ostile, vediamo svolgersi la maggior parte dei gesti di bontà della storia, qui da noi invece si consumano soltanto piccole meschinità.

Per il resto non c’è ancora granché in termini di costruzione di immaginario (le attrezzature di Nathan da una parte, i mostri dall’altra), e lo sforzo maggiore è nella messa su carta dei personaggi umani, che si fanno ricordare per l’imperfezione dei corpi. Per una volta, l’eroe e il cast allargato non hanno volti dalla proporzioni perfette sulle cui facce puoi disegnare la sezione aurea. Sono tozzi, coi nasi a patata e orecchie a sventola, rugosi, con funghi e spore aliene che crescono sui vestiti.

Nulla da segnalare invece sull’uso di Philadelphia come personaggio-città, ed è un peccato, perché la location è inedita per un fumetto di genere e sarebbe stato furbo sfruttarne tanto l’impianto urbanistico quanto la valenza simbolica (cosa che magari verrà fatta, con l’avanzare della serie). Probabilmente dietro ci sarà stato un lavoro di documentazione e di gestione delle location pianificato per non creare difformità o errori, ma è una tara non percebile (lo stesso Kirkman ha ammesso, in un’intervista a SYFY, di non avere idea degli spostamenti e di dove si svolga la storia).

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Oblivion Song scende in gola come acqua fresca ed è sigillato dal marchio di fabbrica di Kirkman: la puerilità con cui conduce la vicenda – già lo si era notato in Outcast due volte – e la sciatteria nei dialoghi. Sulla vicenda principale lo sceneggiatore implementa un paio di sottotrame, introdotte subito senza neanche delineare un minimo i personaggi (o fare in modo che il carattere degli stessi emerga dai conflitti inscenati), rendendo le vicende interessanti quanto la recita scolastica di una seconda elementare, dove è già tanto se gli attori non vanno a sbattere uno contro l’altro. Del cast di contorno, dopo un centinaio di pagine, non saprei dirvi altro se non che un paio sono neri e un paio sono donne. Non c’è un guizzo, non c’è una trovata, ci sono passaggi affrettatissimi e tanti micro-scambi di battute fanno intravedere che Kirkman si è limitato a scrivere “visto si stampi” sulla prima bozza non riveduta della sceneggiatura. «Certo che, quando devi riavere 800 testoni, non molli, eh?», chiede a un certo punto un personaggio al protagonista. La battuta arriva dopo anni di lontananza e vuole essere un saluto ironico, un’uscita smargiassa che si fa per rompere la tensione, nascondere i sentimenti o evitare di scivolare in colature mielose. La risposta che arriva non sta al gioco né nicchia, ma è incredibilmente seria e fuori contesto.

Un punto su cui dibattono a lungo i personaggi è: la gente che sta a Oblivion, quelli che Nathan vuole disperatamente salvare e che il governo dà per persi senza tanti crucci di coscienza, vuole davvero essere salvata? Le argomentazioni che Kirkman affida ai personaggi mancano di senso. Secondo chi tenta di far desistere Nathan dalla sua missione, chiunque sia tornato vivo da Oblivion ha fatto fatica a ritrovare un equilibrio e dunque, sì, insomma, non vale la pena andare a riprenderli. Meglio lasciare quella gente in un luogo che ci viene mostrato come desolante e pericoloso, piuttosto di recare loro un disturbo post-traumatico da stress.

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«Credo davvero che Stephanie Meyer stia a Bram Stoker come Robert Kirkman stia a George Romero. Sono più interessato alla gente che si bacia che a quella che si morde a vicenda», disse tempo fa Kirkman a Rolling Stone. Tradotto: la natura dei mostri, o dei generi, è talmente elastica da poter essere riempita con qualsiasi contenuto. Lo scrittore, tramite metafora, vorrà anche parlarci di come la popolazione e le istituzioni affrontino i grandi disastri della collettività, ma lo fa applicandoci sopra una situazione che non collima con i discorsi che vorrebbe fare.

Dopo Outcast, Kirkman declina il tema del reietto in ottica apparentemente positiva. Rasenta l’assurdo quando, nel mezzo di una bidonville a Oblivion e dopo essere scappati all’attacco di feroci creature volanti, a un personaggio basta un falò e un controfiletto di ghepardo extradimensionale per esclamare «Questa sì che è vita». Dalla decrescita felice al buon selvaggio si è arrivati al masochismo senza neanche passare dal via. Si intuisce che forse le cose non stanno davvero così, che forse, rispetto a The Walking Dead, queste creature Altre vanno messe in discussione; in TWD gli zombi erano zombi, nessuno si domandava cosa volessero, erano cattivi anche quando non erano cattivi, non c’era alcun tentativo di integrazione e Rick, il protagonista, era uno strenuo difensore di uno status quo ormai disperso. Da alcuni passaggi si intravede che Kirkman sta operando uno scarto importante e che sta ragionando su prospettive diverse, ma il modo con cui ci conduce su quella che potrebbe essere una falsa pista ha del dilettantesco.

C’è un passaggio di un’intervista in cui David Spade – il comico statunitense che più di tutti incarna il sentimento dell’accidia – parla della pigrizia del doversi esibire negli spettacoli comici: «Vorrei essere come Britney Spears che finge di ballare e mangia un sacchetto di patatine, a duecento dollari a biglietto. E ci sono i ballerini tutti attorno che si impegnano come dannati mentre lei sbadiglia i testi». Ecco, leggendo Oblivion Song ho avuto l’impressione di aver assistito alla stessa scena: Kirkman che va in scena con il minimo impegno, sapendo che la gente accorrerà comunque grazie al suo nome, attorniato da De Felici e Leoni che si muovono sul palco fino a sanguinare dalle giunture, pur di vendere un’esperienza soddisfacente.

Oblivion Song vol. 1
di Robert Kirkman, Lorenzo De Felici e Annalisa Leoni
saldaPress, marzo 2018
Brossurato, 144 pagine a colori
€ 14,90