“Tomb Raider”, la recensione del nuovo film con Alicia Vikander

Siamo entrati in una nuova e coraggiosa era di reboot, e Tomb Raider al cinema, come su console e su pc, non fa eccezione. Dopodiché c’è una considerazione da fare: non tutti i reboot riescono con il buco. Questo per fortuna sì.

Sarà perché sono un appassionato e fedele giocatore di Tomb Raider, sarà perché Lara Croft come personaggio per l’intrattenimento videoludico compie proprio quest’anno venti anni di avventure (e due reboot, oltre a vari passaggi di proprietà che l’hanno portata da Eidos a Square-Enix). Sarà quel che sarà, insomma, ma a me questa nuova era del franchise piace.

A differenza di Indiana Jones film (e videogioco LucasArts), di cui Tomb Raider come gioco era evidentemente un omaggio e citazione, Lara Croft è una maschera paragonabile a quella di 007 e, come James Bond, può essere indossata da attrici e modelle diverse. Con Alicia Vikander non si rimpiange Angelina Jolie. Invece togliere Harrison Ford da sotto il cappello di Indiana non porterebbe da nessuna parte.

Ci voleva un premio Oscar (per The Danish Girl) per occupare lo spazio di un altro premio Oscar, addirittura doppio (per Ragazze interrotte, più un premio umanitario Jean Hersholt), scivolata tuttavia lentamente verso una terra di mezzo che l’ha resa una sorta di maschera indefinibile: oggi Angelina Jolie è ormai più un personaggio mediatico che non un’attrice, e veste soprattutto la maschera che le scelte della sua vita le hanno cucito addosso.

Tomb Raider recensione Alicia Vikander Lara Croft

Invece a sorpresa, almeno per me che non la conoscevo bene, Vikander interpreta alla perfezione un ruolo di giovane donna priva di ambizioni, interrotta per la prematura scomparsa del padre, ma testarda e piena di risorse nel voler trasformare il suo desiderio di ritrovare il genitore in una avventura gigantesca. Quasi più grande di lei. Ma non è così perché il suo personaggio, per quanto reso realistico e naturale come interpretazione almeno nel suo avvio, si deve comunque confrontare con una tradizione e un immaginario enorme e ben definito. Per quanto giovane, è pur sempre Lara Croft, con tutto quel che ne consegue.

A fronte di una partenza con il freno a mano e soprattutto fuori tono rispetto alla retorica dei giochi e dei film precedenti di Tomb Raider, qui la giovane ventunenne Lara Croft entra lentamente ma costantemente in temperatura. E quando parte, ci aspettano un’ora e mezzo di salti e di corse senza tregua, a parte l’occasionale rebus da risolvere.

Lo specifico della Vikander, addosso al cui corpo è stato cucito il film oltre che il personaggio di Lara Croft giovane, è che è una macchina da guerra. Ha intensità, ha le espressioni, ha gli sguardi delicati, ha ovviamente la determinazione di una giovane attrice prima della classe, ma ha anche la fisicità e la tostaggine di un corpo che, per quanto di costituzione esile (rispetto almeno al modello maggiorato del videogioco classico e della Jolie), si trasforma nel corso del film in un guerriero di ferro, tutt’altro che delicato o fragile.

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Il biennio 2017-2018 a quanto pare è, fra le tante cose, anche il momento dei personaggi femminili. E la nuova Lara Croft interpreta un modello di femminilità più giovane di quello di Diana Prince-Wonder Woman o delle donne guerriere di Black Panther, ma iscritto nel medesimo filone e sentimento di modernità. Disegnare, nonostante Tomb Raider sia tutt’altro che un film femminista, una Lara Croft pin-up maggiorata (o no, come nel reboot videoludico) non sarebbe più sostenibile. E per questo gli autori e il regista di Tomb Raider, pur restando nella scia narrativa dell’ultimo reboot che risale al 2013 al quale questo film si adatta plasticamente e con fedeltà di intenzioni se non di rispetto filologico della trama, hanno costruito un meccanismo intelligente per portare avanti la storia, sia da un punto di vista narrativo che semplicemente visivo e stilistico.

Tomb Raider è ovviamente un’avventura che mima e ripercorre sequenze e citazioni di molti dei videogiochi della serie. E lo fa con l’intensità di una regia da film di azione molto fisico, costruito da continui inseguimenti e rincorse, lotte e scazzottate, sparatorie e acrobazie. C’è un filo di irrealtà nella peraltro ovvia irrealtà della situazione: un confine leggero ma imponente che segna la coerenza e il rispetto delle regole decise per portare avanti la sospensione della incredulità. Lara all’inizio, in una sequenza acrobatica estrema, si fa fin troppo male per risultare che poi non si è in realtà fatta niente. Ma ci sta. È sempre lei, il personaggio che si “ripara” quando recupera un bonus per rigenerare l’energia. O quando trova ago e filo per ricucirsi la milza. Insomma, quelle cose lì, che solo nei film o nei videogiochi.

A visione conclusa, la sensazione è che Tomb Raider sia un buon inizio di qualcosa di nuovo. È un buon film e, partendo con tutti i pregiudizi possibili e immaginabili, direi che andarlo a vedere non è (più) un’eresia. Riesce a rendere leggera la schiacciante eredità del polpettone videoludico-cinematografico degli ultimi venti anni. E abbozza una traiettoria che Vikander potrebbe seguire, interpretandone almeno un altro paio di capitoli. Perché no? Se vi capita, potete andarlo a vedere con gli amici e non solo, magari anche in coppia. È un film di azione, ma non è un film maschile, per quanto possa sembrare strano. Se il pubblico riuscirà a superare gli stereotipi del caso, potrebbe scoprire che è proprio ben fatto e interpretato meglio.