Focus Oltre la finestra, il silenzio del colore in Mattotti

Oltre la finestra, il silenzio del colore in Mattotti

In collaborazione con Logos Edizioni, pubblichiamo la postfazione di Daniele Barbieri al volume L’uomo alla finestra di Lorenzo Mattotti e Lilia Ambrosi.

Ecco, caro lettore, sei arrivato qui. Sei passato, con il protagonista di questa storia, attraverso le voci di tre donne, e di altri tre uomini. Ciascuno, come lui, ti è apparso chiuso nel suo destino: Irene nel suo desiderio di maternità, il filosofo nella sua malattia, Aurora nella sua inconoscibilità di fondo, l’uomo della demolizione nella propria passione per le immagini, il professore nella sua lontananza, Miriade nelle sue storie e nella sua cecità. Solo il destino del protagonista sembra aprirsi un poco, alla fine, perché d’ora in poi sarà lui a raccontare a Miriade quello che vede.

Però non hai letto una storia triste. I sette personaggi di cui si intravvede la storia stanno vivendo, stanno sentendo, e tutto è intenso, tutto profondo. Ed è, in fin dei conti, tutto irreale – ma non meno vero per questo.

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Lorenzo Mattotti L'uomo alla finestra

Succede insomma un po’ come con il colore, che in queste pagine manca. A dispetto di questa assenza, sin dalla prima pagina, le linee sottili evocano la corposità cromatica e gli equilibri compositivi di Nicolas de Staël, ai cui aperti paesaggi manca davvero un nonnulla per essere composizioni astratte. Il colore in queste pagine manca, ma a ben guardare non sono meno colorate per questo.

È come un silenzio del colore, una mancanza apparente che ci impone di vederlo di nuovo attraverso le tracce minime che lascia, attraverso le forme che noi sappiamo dover possedere colore. Allo stesso modo tralucono i sentimenti, traluce la nostra vera vita di ogni giorno attraverso questa irrealtà, questa pervasiva malinconia.

C’è una sottile felicità nel destino del protagonista, a spasso sotto il cielo con un cane, mentre da una finestra si guarda e si racconta a lei, che pure nel nome ha la moltitudine, e che proprio così potrà vedere, adesso, attraverso la propria cecità. Eppure lui ha persino smesso di essere un artista, ha smesso di creare, la sua mano si è inaridita, la capacità e il gusto nell’assemblare forme hanno ceduto alla malinconia – o forse sarebbe meglio dire melancolia, cioè, in rudi termini medici, depressione.

L'uomo alla finestra Lorenzo Mattotti

La città in cui si svolgono gli eventi non si può certo dire bella. Sembra fatta di palazzoni e linee ferroviarie. Ma il tratto sottile la rende struggente, favolosa, piena di magie sospese. Le piante che Miriade riceve da un uomo lontano che le racconta viaggi inesistenti per darle un motivo di vivere hanno la stessa fascinazione delle linee di questa città: sono germogli di sogni la cui irrealtà – o falsità – non impedisce loro di essere fertili per il proprio destinatario.

Tutto, insomma, in questo libro rimanda a qualcos’altro, tutto è più profondo di come appare. Se dovessimo riassumere in poche parole la storia, potremmo forse dire che il protagonista non fa che scontrarsi con una sequela di impossibilità, per poi trovare alla fine un accenno di strada, una sorta di via di uscita. Eppure, attraverso il disegno, ciascuno di questi vicoli ciechi appare così favoloso che è come se il tempo vi si fermasse, come se potessimo restare lì, sospesi in eterno in ciascuno dei suoi momenti.

Per questo, di nuovo, mi viene da nominare de Staël. Il senso di sospensione che i suoi quadri trasmettono dipende anche dalla loro figuratività incerta o, per dirla in altro modo, dal forte valore plastico, compositivo, delle immagini. Con ciascuna delle immagini di questa storia succede lo stesso: se vogliamo leggerla come una storia, possiamo certo farlo, anzi il testo chiede di farlo. Se così non fosse, il suo essere storia si perderebbe, e non avremmo che una sequenza di belle figure. Tuttavia, al tempo stesso, ciascuna di queste figure contiene di per sé un mondo, e mille evocazioni.

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Il disegno come viaggio personale. Intervista a Lorenzo Mattotti

uomo-finestra-Mattotti-6

Magari succede un po’ come per l’insapore secondo il gusto e l’estetica cinese: nella prospettiva dell’estremo Oriente, il grande pregio dell’insapore, del neutro, dell’incolore, è quello di essere sul punto di, di stare per, di evocare i sapori che ancora non ci sono. Un sapore definito è infatti quello che ha già scelto la propria strada, che è quel sapore e basta. L’insapore è invece in sé tutti i sapori. Certo bisogna saperceli sentire, o saperli far sentire.

Nel bianco e nero di Mattotti sentiamo davvero di essere sul punto di avere tutti i colori, e nelle sue forme appena abbozzate dal pennino vediamo le forme piene. In questa vita raccontata che non riesce a sbocciare, e alla fine sboccia forse e appena, ci sono tutte le fioriture del mondo, tutti i sapori della nostra vita.

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