“Dead Orbit”: Aliens, fatto bene

Ho questa idea che il fallimento di Prometheus e Alien Covenant sia scritto direttamente nel loro DNA, come se esistessero delle leggi naturali del cinema volte a salvaguardare l’armonia tra le specie. Tutto può mutare ma fino a un certo punto, soprattutto quando si prende una cosa come l’Alien del 1972, un concentrato di materia pura cinematografica e orrore primigenio, e lo si cerca di trasformare in un trattatello filosofico, scientifico e mistico sull’origine del mondo. Peggio, si usano questi vaneggiamenti per nobilitarlo, come se ce ne fosse davvero il bisogno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: Alien non ha smesso di essere un’opera seminale e continua a terrorizzarci, mentre i suoi recenti prequel sono quasi del tutto irrilevanti (anche sul piano del divertimento).

Il problema di fondo non è soltanto il fatto che i recessi intellettuali della saga siano gestiti maldestramente, ma anche che questa esplorazione filosofica interessi per davvero solo a Ridley Scott. Gli spettatori invece stanno lì a pazientare, nella speranza che in qualche meandro della trama si nasconda ancora quella sostanza pura e selvaggia che fece il successo del primo film, quel terrore claustrofobico a cui era impossibile sfuggire (e non è un caso che l’unico momento che ricordo di Alien Covenant sia la sequenza della doccia).

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aliens dead orbit james stokoe fumetto

Con i fumetti legati all’universo di Alien le cose sembrano andare un poco meglio, soprattutto perché lo schema del primo film (equipaggio inconsapevole braccato da uno o più xenomorphi, qualcuno che fa il doppio gioco, la presenza invisibile della Weyland) è stato codificato e quindi replicato in infinite variazioni sul tema, arrivando spesso a copiare per filo e per segno anche ruoli e profilo psicologico dei personaggi. Anche qui si filosofeggia spesso e volentieri, a volte bene (Aliens Apocalisse) a volte proprio male (Aliens Defiance) ma l’attaccamento a una struttura ben precisa salva quasi sempre la situazione, sebbene di contro generi anche una certa prevedibilità nella lettura. Gioie e dolori del fan-service.

In questo James Stokoe è un maestro, probabilmente perché riesce a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda degli appassionati e poi gli dà quello che vogliono senza mai trattarli da stupidi. Stokoe non è un autore da fan-service al minimo sindacale, ma proprio l’esatto opposto: è un fanboy con l’autore attorno. Perché Stokoe non solo conosce bene la saga, non solo la ama, ma l’ha anche vivisezionata per capire come funziona, con il risultato che conosce quali sono quegli elementi che i fan ricercano, quelle atmosfere, quelle sensazioni, e sa anche replicarli con i medesimi meccanismi.

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L’autore aveva già dato un ottimo esempio delle sue capacità con la miniserie Godzilla: Half Century War (edita da IDW tra il 2012 e il 2013), che rimetteva al centro della narrazione proprio il mostro a cui il suo tratto regalava una nuova carnalità e la sua regia ne sottolineava continuamente l’imponenza e la forza. Ma Stokoe sa che il punto debole di qualsiasi storia di Godzilla è sempre la controparte umana, problema che risolve con una narrazione che copre un periodo di cinquant’anni a partire dalla prima apparizione del mostro, raccontandoci la storia parallela di una lucertola gigante immortale e di un militare ventenne che invece in questi cinquant’anni vede il compimento della sua esistenza. Il risultato è un fumetto pieno di combattimenti tra mostri giganti in cui la prospettiva umana gioca un ruolo secondario ma decisivo per un maggiore coinvolgimento emotivo nelle vicende.

Stokoe fa un’operazione simile anche Aliens Dead Orbit, da poco terminato negli Stati Uniti e arrivato in Italia nei numeri 10 e 11 del mensile Aliens edito da saldaPress. Al centro di tutto c’è ancora il tempo, questa volta rappresentato da un timer. Mancano quattro minuti prima dell’esplosione ma sembra che il problema più grosso del nostro protagonista sia l’aver terminato le sigarette. Torniamo indietro nel tempo: l’equipaggio della Sfacteria – una stazione di rifornimento orbitante – salva i superstiti di un vascello adibito al trasporto di merci. Non sanno che all’interno di quei corpi riposano due xenomorfi pronti a scatenare il terrore.

Fin qui davvero nulla di nuovo. Abbiamo l’equipaggio ignaro, il solito protocollo di quarantena aggirato come leggerezza e l’ambiente claustrofobico. La presenza degli xenomorfi gemelli e il fatto di sapere dalla prima pagina chi sarà l’unico superstite della missione, sono le uniche piccole novità  apportato da Stokoe alla trama. Dovremo attendere quattro episodi prima di trovare qualcosa di davvero originale, ma meglio non affrettarsi verso il finale perché se per ora la scrittura di Stokoe non riserva grosse sorprese, i suoi disegni e la sua regia bastano da soli a reggere tutto quanto.

aliens dead orbit james stokoe fumettoIl lavoro visivo di Stokoe è anche in questo caso rispettoso della tradizione pur riuscendo a regalarci un nuovo tipo di atmosfera. Lo fa partendo dal suo classico stile di colorazione che fa dialogare i toni del rosso e del blu mai in maniera netta, ma preferendogli sfumature o accostamenti graduali che ricordano cromaticamente le gradazioni che assumono certe escoriazioni e certi lividi.

Fondamentale Stokoe gioca come Ridley Scott contrapponendo l’aspetto organico dell’astronave con quello più artificiale dello xenomorfo (quel nero lucidissimo che ancora inquieta), divertendosi però a sporcare l’atmosfera con toni più carnali: l’interno della Sfacteria sembra un enorme intestino pulsante percorso da vene e arterie.

Anche registicamente Stokoe sembra rifarsi a Scott nel suo alternare la narrazione con momenti di puro thrilling quasi rarefatto (la bellissima sequenza nel primo albo in cui un componente meccanico dell’astronave viene scambiato per lo xenomorfo), che poi interrompe bruscamente con tavole dal ritmo concitato la cui struttura non si ripete mai, come a voler trasmettere al lettore l’agitazione e la confusione vissuti dall’equipaggio. Stokoe è precisissimo nel calcolare tempi e ritmi, ci spaventa quando vuole spaventarci e ci fa agitare quando vi vuole agitati. Il suo è uno storytelling solido e classico rinnovato però da un tratto che riesce a rinnovare visivamente la saga pur rimanendo nel solco della tradizione.

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Dicevamo, bisogna aspettare il quarto e ultimo albo della miniserie per vedere trasformarsi questo Aliens Dead Orbit da una fan fiction di lusso a un fumetto con qualcosa da dire. È un momento, questo, a cui Stokoe dà la massima importanza e che rende addirittura più incisivo e spettacolare rispetto al combattimento finale con lo xenomorfo. L’unico superstite della Sfacteria è braccato dalla creatura aliena, ma si vede costretto a mettere in pericolo la sua vita per recuperare l’unica cosa di cui ha bisogno in quel momento: una stecca di sigarette.

È in questo modo che Stokoe riporta al centro delle vicende della saga l’umanità e non la mitologia aliena o la speculazione filosofica. E lo fa mettendo in scena un bisogno stupido e quotidiano, una cosa piccolina e futile che spinge però il protagonista a mettere a repentaglio la propria vita. Così la scena in apertura al primo albo assume tutt’altro senso, un momento di pace assoluta e piacere totale prima di affrontare un pericolo con cui non ci si può confrontare.

Meno incisivo e deflagrante rispetto al suo Godzilla (colpa anche della limitazione dei quattro numeri, che certo non gli hanno dato lo spazio necessario per mettere in scena qualcosa di più complesso), l’Aliens di Stokoe affascina inizialmente per la componente grafica e arriva a stordire con un colpo di coda capace di ribaltare l’esito della sua storia e donarle una nuova prospettiva.

Aliens – Dead Orbit (su Aliens n. 10 – 11)
di James Stokoe
traduzione di Andrea Toscani – Libr@ry Mouse
saldaPress, 2017
spillato, 48 pp., colore
3,20 € ad albo