Sunday Page: Phillip Kennedy Johnson su “Il ritorno del Cavaliere Oscuro”

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Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica ospitiamo Phillip Kennedy Johnson, autore di Last Sons of America, un fumetto definito «Elmore Leonard che dirige I figli degli uomini». Sergente, insegnante e musicista, ha perfino suonato al matrimonio di Simon Hanselmann (qui i dettagli). Per il suo lavoro sulla testata Adventure Time è stato nominato a un Eisner Award nella categoria “miglior storia breve”.

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La scelta è stata difficile e mi imbarazza ammettere quanto tempo ci ho messo per decidermi. Volevo una tavola che contenesse scrittura e disegni ottimi, ma anche che per me avesse un significato.

Questa pagina de Il ritorno del cavaliere oscuro mi è cara per diverse ragioni. Alcuni dei miei primi ricordi riguardanti la lettura in solitario hanno a che fare con Batman. Ho letto meno fumetti di supereroi rispetto agli altri generi, ma il concetto di un eroe depotenziato che tiene testa all’intelligenza, alla disciplina, alla preparazione e alla forza di volontà di Superman mi fa ancora provare un’emozione.

E se riesci ad accettare una storia in cui una persona del genere esiste davvero, quella di Frank Miller è la versione di quella storia che ha più senso. Il suo Batman è un figlio di puttana spaventoso. Il Batman di Anno uno, All-Star Batman and Robin e Il ritorno del cavaliere oscuro è un uomo che avrebbe potuto benissimo aver trascorso i suoi anni formativi in Europa, Asia e Dio solo sa dove, a studiare con gli assassini, le spie e i combattenti più abili del mondo. Il Batman di Frank Miller è un pazzoide, com’è giusto che sia.

Questa è la pagina migliore del fumetto perché mostra uno dei più importanti momenti nella vita di Bruce, un momento che anticiperà molti altri passaggi chiave, e anche perché ha una delle composizioni più interessanti. Non molti fumetti riescono a realizzare in maniera così eloquente una tavola di undici vignette, nemmeno Miller ci riesce in altri luoghi di questa stessa storia. Utilizza una griglia simile molto spesso, a volte con un numero di vignette altissimo, e anche se in questo modo riesce a veicolare una montagna di informazioni è difficile trovare una pagina così bella da guardare come questa.

Qui hai due vignette inusitatamente alte e strette che mostrano quanto in profondità è caduto Bruce, quattro vignette più piccole in cui combatte contro i pipistrelli, altre quattro vignette ancora più piccole, concentrate sulla sua pagina e, alla fine, una vignetta più grande in cui vediamo quello che vede Bruce. Mi piace che, via via che le vignette rimpiccioliscono, si avvicinano sempre di più al volto di Bruce, fino a che non entriamo nella sua prospettiva e vediamo con i suoi occhi il pipistrello che lo definirà come persona, quasi invisibile nell’oscurità.

Dopo la caduta, l’occhio del lettore deve davvero arrampicarsi sulla pagina per seguire l’azione.

E il lettering aggiunge molto alla pagina. L’effetto sonoro dei pipistrelli mostra quanto in profondità stia cadendo Bruce: parte da molto in basso e quando Bruce sbatte a terra è sopra la sua testa. Poi, nelle vignette più piccole, il suono circonda Bruce completamente e funziona da sfondo contro cui disegnare i pipistrelli. E l’ultima vignetta è grande e nera e arriva dopo una sequenza in cui aveva via via rimpicciolito le immagini. È perfetta.