Quando leggi un fumetto, quello che fai è guardarlo

C’è una bellissima storia dell’Uomo Ragno (non si può prescindere dal vecchio tessiragnatele se vogliamo parlare di fumetti) pubblicata su The Spectacular Spider Man #27 del febbraio 1979, scritta da Bill Mantlo, disegnata da Frank Miller e inchiostrata da Frank Springer, che si intitola The Blind Leading the Blind. Una citazione biblica tradotta in italiano nel 1981 sul numero 4 del Settimanale dell’Uomo Ragno con il titolo di Cieco guida Cieco.

spectacular spider-man 27
Dave Cockrum e Al Milgrom, “Peter Parker. The Spectacular Spider-Man” #27, Marvel Comics, 1979

L’Uomo Ragno, reso cieco dal raggio del Predone Mascherato, vaga disperato per i tetti di New York. Fortunatamente incontra Devil, che lo salva da una caduta nel vuoto e che, resosi conto della cecità di Spidey, lo porta da un medico di fiducia che lo rassicura sul fatto che i nervi ottici non hanno subito danni irreversibili e che la cecità è solo temporanea. Guidato da Devil che gli insegna a muoversi nel buio, riuscirà a sconfiggere il Predone Mascherato. Lentamente riacquisterà la vista e imparerà di nuovo a vedere.

Una quarantina di anni prima che Kant pubblicasse quella Critica del Giudizio ed esattamente 230 anni prima che Mantlo e Miller realizzassero quella storia dell’Uomo Ragno, Denis Diderot (uno dei più grandi intellettuali del diciottesimo secolo) dà alle stampe un testo importantissimo per il discorso che sto facendo: la Lettera sui ciechi ad uso di coloro che ci vedono.

Da buon empirista qual era, Diderot (in polemica sia con Voltaire che con Condillac) sostiene che a vedere si impara. Non è una capacità innata, piuttosto il nostro sguardo costruisce la propria esperienza nel tempo e con l’aiuto degli altri sensi. Facendolo indirizza, grazie al lume della ragione, l’esperienza del guardare verso la conoscenza. Praticamente il percorso che farà Peter Parker negli episodi successivi a Cieco guida cieco quando deve scoprire chi è in realtà il terribile Carrion e perché lo vuole morto.

La saga di Carrion, che dura fino al numero 31 dello Spectacular Spider-Man, è una delle mie preferite e tra le più teoriche di tutte le storie dell’Uomo Ragno. Ma torniamo a Diderot. Tutto il saggio è un’esortazione a coloro che ci vedono perché imparino a guardare. Cosa che, come te- stimonia l’Uomo Ragno, i fumettisti sanno abbastanza bene.

C’è un altro fumetto… anzi, una graphic novel bellissima che affronta lo stesso argomento. L’ultima opera di Alberto Breccia, adattamento, realizzato nel 1991, di un capitolo del bellissimo e sterminato romanzo di Ernesto Sabato, Sopra eroi e tombe. Intitolato programmaticamente Rapporto sui ciechi.

Leggi anche: Immergersi nella pagina

alberto breccia rapporto sui ciechi
Alberto Breccia, “Rapporto sui ciechi”, R&R, 1994

Il protagonista si perde in un labirinto perché non riuscendo ad abbandonare il pregiudizio innatista, quello contro cui si batteva Diderot, non capisce che il fumetto non è un linguaggio, e tanto meno è un genere letterario. Quindi pur vedendoci è cieco e si perde nella struttura stessa del fumetto che lui si limita a leggere e quindi a non capire.

Quello che invece si può dire del fumetto, guardando strutture come questa:

leggere fumetto little nemo
Winsor McCay, “Little Nemo in Slumberland”, 1905

(Cavolo! Quanto siamo tornati indietro. Qui siamo praticamente alle origini. Questa è la cosa che più mi meraviglia del fumetto. Che spesso lo ieri è talmente moderno da sembrare l’oggi… da sembrare persino il futuro).

Ma… Cosa stavo dicendo? Ah, sì. Guardando tavole come queste ci rendiamo conto di come il fumetto sia un sistema espressivo complesso, il cui specifico è un’attività visiva spaziale (cioè lo spostamento dello sguardo nello spazio fisico) necessaria a costruire senso temporale. Se dovessi usare un’espressione più stringente, una definizione più immediata, direi che il fumetto è una simmetria contingente.

E sai quale fondamentale conseguenza deriva da questa cosa?

Che decade necessariamente quel dualismo che definisce invece la letteratura (e questo dimostra una volta per tutte che il fumetto non è una sovrastruttura letteraria): il dualismo tra storia e discorso. Nel fumetto più che in ogni altro mezzo d’espressione il cosa è il come, il dove è il quando. E viceversa.

Cosa fai quindi quando hai in mano un fumetto ed eserciti quell’attività visiva spaziale, muovi cioè il tuo sguardo seguendo il senso che ha stabilito l’autore costruendo la tavola? Lo stai forse leggendo? No, la lettura opera dentro a un unico livello. Qui ci stiamo muovendo su un numero imprecisato di livelli.

Seymour Chatman, nel suo fondamentale Storia e discorso del 1978, sostiene che in questo caso facciamo una cosa che lui chiama infraleggere. A me questa definizione non piace. Visto che anche Daniele Barbieri, finalmente, lo dice chiaro e tondo:

«Quello che riguarda il fumetto è un leggere fondamentalmente basato sul guardare, ovvero su una dimensione visiva irriducibile, con le sue specifiche regole, ben diverse da quelle della parola.» (Semiotica del fumetto, p.9).

E quali sono queste specifiche regole diverse da quelle della parola se non le regole del guardare le figure? Tocca prendere il coraggio a due mani, buttare via un po’ di pregiudizio idealista, e ammetterlo una volta per tutte, senza più reticenza alcuna e senza neologismi o parafrasi: i fumetti si guardano. Quando leggi un fumetto, quello che fai è guardarlo.


Questo testo è un estratto dal libro E chiamale, se vuoi, graphic novel. Manuale per i nuovi critici di fumetti di Boris Battaglia, pubblicato da Comic Out.

boris battaglia saggio leggere fumetti