“Pompei” di Frank Santoro: l’elogio del disegno

Non è nuova l’idea di raccontare un evento storico attraverso le vicende personali di qualcuno, in maniera che il lettore/spettatore gli si possa affezionare e quindi comprendere il senso degli eventi – entrando intensamente in loro – molto più di quanto non potrebbe lasciar capire l’arida cronaca dei libri di storia. Nel romanzo come nel cinema come nel fumetto si tratta di un espediente diffuso ed efficace, a patto che il narratore lo sappia condurre. Ecco che il nostro presente diventa il presente di quegli eventi, e una quotidianità che abbiamo riconosciuto sufficientemente familiare (nonostante la distanza storica o culturale) sfuma improvvisamente o progressivamente in qualcosa di molto diverso, l’evento storico riconosciuto.

Se si limitasse a questo, Pompei di Frank Santoro non sarebbe che un racconto come tanti, magari più delicato e sensibile di molti altri. Ma di narrazioni degli ultimi giorni di Pompei, anche impostate in questi termini, ne abbiamo in verità avute tante…

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Il fatto è che qui c’è qualcosa di più. Fin dalla primissima pagina, ancora prima che si possa cogliere un qualsiasi senso del racconto, il disegno appare rapido, approssimativo; quasi più uno schizzo, uno storyboard – dove magari le linee imperfette non vengono cancellate, ma corrette, lasciando visibile l’imperfezione. Niente colori, ovviamente; tessiture per le ombre altrettanto rapide; un senso complessivo di provvisorio e di instabile.

Poi la storia inizia a definirsi: Marcus, il protagonista, è l’assistente di un pittore che sta per fare il salto di notorietà che potrebbe portarlo a Roma e alla fama. Marcus gli prepara i colori e lo aiuta per le parti secondarie dei dipinti; ma è costretto anche ad essere complice della tresca tra il pittore e una principessa, che deve essere nascosta ad Alba, fidanzata ufficiale e sospettosa. Anche Marcus ha una donna, Lucia, insieme con la quale è scappato da Paestum, dove non vuole più tornare: a Pompei vuole diventare un ritrattista come il suo padrone, per guadagnare i soldi per metter su famiglia con lei.

Questo è il quadro di affetti e piccole tensioni quotidiane su cui si innesta l’eruzione del Vesuvio. Come è ovvio, l’evento lascia tutti attoniti, ma è proprio Marcus a spingere il pittore a disegnare subito l’evento mostruoso (ma ancora lontano, non necessariamente pericoloso). «Puoi aggiungerlo agli altri paesaggi! Sarai il primo pittore a dipingere gli dei in azione!» gli dice. Il tema del disegno, fino a ora presente, ma fondamentalmente soltanto nel lavoro del pittore, diventa da questo momento in poi sempre più centrale.

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Il disegno è testimonianza degli eventi e insieme espressione della sensazione che producono, e insieme ancora spettacolo, cioè un modo per rendere umano quello che è naturale – e rendere umano vuol dire controllare almeno un poco, o almeno avere l’illusione del controllo. Vuol dire comunque lasciare un segno riconoscibile, che può magari, come è successo davvero a Pompei, oltrepassare i millenni e arrivare a portare tracce di quel mondo in tutto un altro mondo.

Non c’è solo, dunque, nel romanzo a fumetti di Santoro, una bella storia di affetti quotidiani ambientata nell’antica Pompei. C’è anche un’implicita ed esplicita riflessione sul disegno e sul suo ruolo. Io non so, e non possiamo sapere (nemmeno potremmo fidarci del tutto delle dichiarazioni dell’autore) se questi disegni sono il frutto di una rapida improvvisazione, come si fa per i bozzetti (quelle cose che sono destinate a essere strumenti di lavoro per l’autore stesso, e non per apparire all’occhio del pubblico); o se sono piuttosto il risultato di una costruzione progettata e realizzata per produrre l’effetto dell’improvvisazione.

Certo, progettato è il metodo, così come progettata è certamente la storia. Ma i disegni sembrano davvero l’effetto di quell’azione rapida che accompagna il presentarsi dell’idea o della sensazione che vuoi rendere sulla carta, quando conta più fissare l’intuizione che essere precisi nella rappresentazione. Di solito, il tempo non mancherà, poi, per sviluppare correttamente le forme.

C’è un caso storico famoso, nella storia dell’arte. Guardate le statue di Antonio Canova: la loro straordinaria eleganza ed espressività è compensata da una rigidezza classicista, che è il prezzo che Canova paga alle tendenze del suo tempo – quando era importante costruire un’arte visiva che si contrapponesse alle frivolezze del rococò. È vero che l’immobilità delle sue figure è compensata da una tensione dinamica che non di rado le rende straordinarie; ma non sono meno immobili per questo, non sono meno gelidamente, neoclassicamente statuarie, monumentali.

Ora guardate i bozzetti di Canova. Piccoli oggetti dalla modellazione molto grezza, decisamente agli antipodi del nitore marmoreo delle statue. Sono di creta o di gesso; lasciano vedere il tracciato della mano o dello strumento che ha modellato la materia; si capiscono i ripensamenti. Sono certamente oggetti privati, prove compiute sull’onda dell’ispirazione – che poi hanno dato vita solo occasionalmente a un’opera definitiva che può apparire molto diversa dal suo bozzetto.

Per Canova e i suoi contemporanei i bozzetti non sono opere, ma solo prove private. Eppure dopo la sua morte, in pieno Romanticismo, la poetica dominante dell’ispirazione e dell’improvvisazione ispirata ha portato i critici dell’Ottocento a considerare quei bozzetti come le opere più riuscite del maestro. Certo, i critici romantici si sbagliavano, perché quelle non erano davvero, non potevano essere opere. Ma l’errore conteneva comunque un’intuizione importante, perché davvero in quelle prove estemporanee rimaneva qualcosa che la realizzazione definitiva era destinata a perdere – con tutta la sua maggiormente meditata perfezione.

Improvvisare non è facile: un solista jazz deve aver acquistato una straordinaria familiarità con il suo strumento e con il fraseggiare dei generi con cui si cimenta. E non è infrequente che, nonostante questo, l’improvvisazione non porti che a ripetere degli schemi noti, su cui le mani con facilità si adagiano. Ma quando l’improvvisatore è davvero capace di seguire l’estro del momento, quello che produce è diverso da qualsiasi cosa si potrebbe avere leggendo uno spartito. Non che l’opera improvvisata sia necessariamente meglio di quella progettata, ma neanche viceversa; e ciascuna delle due ha le sue particolarità. Non possiamo perciò fare a meno né di opere improvvisate né di opere progettate, e godiamo oggi sia dei bozzetti che delle statue compiute di Canova (anche se lui disapproverebbe).

Frank Santoro ha costruito con Pompei un elogio del disegno, dello schizzo, del bozzetto. Emblematicamente, come scoprirà chi leggerà il libro, quello che sopravvivrà di Pompei non saranno le opere meditate del maestro, bensì gli scarabocchi sul muro del suo aiutante, improvvisati, approssimativi, ma carichi inevitabilmente di tutta l’emozione del momento.

Pompei
di Frank Santoro
Traduzione di Valerio Stivè
001 Edizioni, maggio 2018
Brossurato, 144 pp a colori
€ 21,00