Il lirismo sguaiato di Fumettibrutti

Qualche tempo fa mi imbatto sulla timeline di Facebook in questa tavola di Fumettibrutti. Sì, proprio quella che, con migliaia di condivisioni, ha portato alla ribalta il progetto di Josephine Yole Signorelli:

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La tavola in questione | Via Facebook

Si tratta di uno dei tanti repost senza crediti fatto su una pagina che non parla di fumetti. Guardo per curiosità tra i commenti e quel che trovo è una discussione animata sul significato di quella vignetta, con utenti che non si limitano a decodificarne il senso tramite le parole che leggono, ma vanno oltre e si affidano anche alle immagini. Le analizzano, le eviscerano, le mettono in relazione alle parole: cercano un senso univoco e gli si para davanti la natura intimamente ambigua del fumetto, con i suoi significati che si moltiplicano nelle infinite interpretazioni che si possono dare a una vignetta, a una tavola, a una sequenza. Mi commuovo.

È raro trovare un’attenzione del genere nei gruppi online dedicati al fumetto, figuriamoci tra gente che probabilmente fumetti non li legge. Così com’è raro vedere imporsi in poco tempo una voce autoriale così forte nell’affollato mondo del fumetto italiano, tanto da diventare non solo l’unica esordiente della neonata etichetta Feltrinelli Comics (il suo Romanzo esplicito uscirà il prossimo autunno), ma anche il suo progetto più interessante, fresco e coraggioso.

Mi piace questa storia, soprattutto per come accumula simboli (la lacrima, le farfalle nello stomaco, lo sciacquone) e li tiene in sospeso, proprio come quel “Giusto” di cui lascia totale interpretazione al lettore. Nella discussione animata che citavo c’è chi ha visto, in quella parola e in quei simboli, rassegnazione per una storia d’amore non proprio felice, il cinismo sentimentale dei giovani, oppure lo sfruttamento del corpo femminile. A me quel “Giusto” risuona invece come una dichiarazione forte e spavalda, soprattutto se unito alla posa tutt’altro che mortificata della vignetta precedente.

C’è poi un altro elemento che trovo fondamentale e che specialmente in questa storia passa in secondo piano, quasi schiacciato dalla visione di quei lettori sempre alla ricerca di qualcosa di intelligente in ciò che gli si para davanti: l’ultima vignetta strappa sempre una risata. È una cosa a cui la Signorelli presta davvero molta attenzione, un obiettivo che vuole  raggiungere percorrendo strade diverse. A volta le sue storie sono apertamente umoristiche mentre a volte, come in questo caso, divertono beffardamente (le farfalle nello stomaco che finiscono nel water) senza comunque negare gli aspetti più intimi e riflessivi del racconto.

Proprio per questo, rispetto agli altri webcomics (italiani e non), Fumettibrutti è difficilmente catalogabile in un genere specifico. La Signorelli passa con disinvoltura e schizofrenia dallo sketch comico a una sequenza pornografica, dall’affresco neorealista all’invettiva sboccata, dal racconto intimo alla situazione buffa. A leggerlo qui sembrerebbe di trovarsi davanti a un’opera disomogenea che cerca ancora una sua forma e una sua direzione, e invece Fumettibrutti si nutre di questi contrasti e a differenza dei suoi colleghi, non cerca il meccanismo narrativo e la tematica che funzionano per replicarli fino all’usura, ma ne sfrutta appositamente di diversi rendendo il suo lavoro non solo più ricco dal punto di vista dello storytelling, ma anche capace di cogliere maggiori sfumature emotive.

Forse sta in questa caratteristica la sua capacità di intercettare un pubblico così variegato capace di apprezzare non solo le sue storie, ma anche il suo stile di disegno duro e scarno non proprio adatto a tutti i palati. Il suo tratto non è infatti sintetico come il cazzo disegnato sulla porta di un bagno, non cerca mai di astrarsi e farsi simbolo. Alla Signorelli interessa semmai il contrario, ridurre all’essenziale per lasciare solo ciò che serve al suo racconto.

Si innesca di conseguenza una pornografica selezione naturale delle forme e dei dettagli, con una barbara riduzione degli elementi grafici che si fanno essenziali, scarni, scabrosi. Non c’è erotismo, non c’è il vedo e non vedo delle sovrapposizioni maliziose di gradienti di grigio, ma un vedo/nonvedo in cui le anatomie e le espressioni sono evidentissime oppure non compaiono nemmeno. Quel che rimane, in questo caso, è la perversa attenzione per il dettaglio che, calato in un mondo senza sensuali arabeschi, sprigiona tutta la sua brutale carnalità presentandosi per quello che è e per ciò a cui serve.

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Una vignetta di Fumettibrutti | Via Facebook

Verrebbe da paragonare istantaneamente il lavoro tematico e stilistico della Signorelli alla prosa altrettanto scarna e piena di schegge di Bret Easton Ellis. Fumettibrutti mantiene l’algido dandysmo dei personaggi dello scrittore americano, ma senza i soldi, senza i marchi di moda (c’è invece quello ricorrente di Batman), senza l’ossessione dell’apparire perfetti, coltivando al contrario un’estetica volutamente decadente e punk, allineata in maniera precisa e originale alla cultura del disagio. Al contrario di Easton Ellis però, la Signorelli non è una narratrice distante e in quel disagio ci si butta a capofitto, con rabbia e tenerezza.

Le storie di Fumettibrutti sono mosse da un entusiasmo adolescenziale che le permettono le esagerazioni di un romanticismo maledetto e melenso, le trasgressioni quotidiane, il lolitismo marcio e le derive emo. Tutto è esagerato, tutto è esasperato. Sembra quasi di leggere il diario segreto di un’adolescente pieno di desideri, stupidate, melodrammi e pulsioni improvvise da soddisfare. E del diario la Signorelli mantiene le frasi urlate e quelle sussurrate, la schizofrenia dei sentimenti, l’immediatezza di un racconto senza filtri e una verità a volte nuda e a volte deliberatamente modificata per il gusto di raccontarsi una bugia. E sembra facile giocare con le preghiere blasfeme, con le battute a doppio senso, con il disagio e con il porno. Così com’è facile sembrare stupidi e superficiali mentre lo si fa. Fortunatamente alla Signorelli poco importa di sembrare stupida e corre spesso il rischio di essere gratuita e superficiale, giovanilistica direbbero i critici seri. Spesso lo è, ma non gliene frega niente e fa bene, perché sta pisciando fuori i sentimenti e le emozioni dei suoi vent’anni.

La sue storie diventano così per qualche lettore – o non-lettore di fumetti – ventenni di oggi, un inno da cui si sprigiona un lirismo sguaiato capace di far manifestare con libertà e senza il terrore di sembrare stupidi agli occhi degli adulti, tutte le piacevoli contraddizioni del sesso, della chimica e della vita.