Focus Interviste Luke Healy e il ribaltamento del fumetto d'avventura

Luke Healy e il ribaltamento del fumetto d’avventura

Con la collaborazione di Hamelin e BilBOlbul riportiamo la trascrizione con il fumettista irlandese Luke Healy, autore del graphic novel Come sopravvivere nel grande Nord (Coconino Press – Fandango, 2018). L’incontro è stato organizzato da BilBOlbul alla libreria Modo Infoshop di Bologna, il 26 marzo 2018, in collaborazione con Coconino Press – Fandango.

Come sopravvivere nel grande Nord intreccia tre storie: due spedizioni polari avvenute all’inizio del Novecento e la storia contemporanea di Sullivan Barnaby, un professore universitario licenziato perché ha avuto una storia con un suo allievo. La prima spedizione parte sotto la guida del capitano Bartlett, il protagonista della prima storia. La sua nave rimane incagliata nei ghiacci e lui deve guidare i superstiti alla salvezza. La seconda spedizione è particolarmente male organizzata: ci sono solo quattro esploratori più Ada Blackjack, una ragazza inuit che parte come sarta perché ha bisogno di soldi per curare il figlio malato, e rimane poi bloccata su un’isola nell’Artico.

Le due spedizioni sono organizzate da Vilhjalmur Stefansson, uno dei più celebri esploratori polari degli inizi del Novecento. C’è tutta una storia di esplorazioni polari che iniziano alla fine dell’Ottocento, promosse dalle nazioni confinanti con il Circolo polare artico, che di solito finivano malissimo: molti esploratori non tornavano a casa e spesso non riuscivano a raggiungere gli obiettivi preposti. In particolare, fallivano le spedizioni di Vilhjalmur Stefansson (che tra l’altro è uno pseudonimo nordico che si era dato per fare le esplorazioni, come un supereroe). Il problema principale di Stefansson era che aveva sviluppato una teoria, la teoria del “friendly arctic”, secondo cui chiunque, pur senza competenze, preparazione o attrezzature particolari, poteva sopravvivere al Polo Nord.

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Come sopravvivere al grande nord coconino luke healy graphic novel

Com’è nato questo libro?

Stavo cercando su Google delle immagini da usare come reference per l’abbigliamento artico, e ho visto una foto di Ada Blackjack, uno dei personaggi del libro. Mi ha molto colpito, era un’immagine potente, ed è grazie a questa immagine che sono venuto a conoscenza della storia di Ada. Volevo saperne di più, così sono andato sulla sua pagina Wikipedia e ho iniziato a fare ricerche su di lei, sulla sua storia, su come fosse riuscita a sopravvivere per due anni da sola su un’isola polare. E poi me ne sono dimenticato.

Quando sono andato negli Stati Uniti per frequentare una scuola di fumetto, in una piccola città del Vermont, al secondo anno dovevo presentare un progetto di tesi e mi è tornata in mente la sua storia, così ho pensato che sarebbe stato interessante farci un fumetto. Ho ripreso le ricerche e ho scoperto che la documentazione relativa alla spedizione a cui aveva partecipato Ada Blackjack si trovava in una biblioteca a dieci minuti di distanza dalla mia scuola, per pura coincidenza. Ci sono andato e ho letto tutto il materiale, compreso il diario personale di Ada. Me lo hanno fatto tenere in mano! È un oggetto che ha più di cento anni, le pagine si sbriciolavano mentre le sfogliavo, è stato incredibile. Più lo leggevo e più emergevano nuove informazioni sulle spedizioni di Stefansson, compresa quella del 1913 che ho poi raccontato nel libro.

Per quanto riguarda la storia di Barnaby, l’ho inclusa perché volevo che le spedizioni fossero narrate dal punto di vista dei personaggi che le avevano vissute, ma volevo anche raccontare fatti accaduti dopo, che in nessun modo i personaggi avrebbero potuto conoscere. Così ho aggiunto un personaggio contemporaneo che potesse raccontarli.

Se dovessi riassumerlo in una sola espressione, direi che questo è un libro sul prendersi cura degli altri. Alla fine è questo che unisce le tre storie: il capitano Bartlett ha la responsabilità di riportare tutti a casa; Ada deve prendersi cura dell’ultimo esploratore rimasto, di se stessa e del figlio che l’aspetta a casa; Barnaby deve prendersi cura di se stesso, cosa che non sa fare, oltre a rendersi conto della sua responsabilità nei confronti degli altri.

È un tema su cui hai costruito il libro o è emerso lavorando sui personaggi?

Il libro è costruito intenzionalmente intorno a questo tema. Ogni storia è concentrata su una relazione: il capitano Bartlett si affida alle cure di Kataktovik, un inuit membro del suo equipaggio, e deve quindi concedersi di mostrarsi vulnerabile, quando di solito è lui quello responsabile; Ada Blackjack deve prendersi totalmente cura di un altro membro del suo gruppo, oltre che di suo figlio – la sua storia è stata la più difficile da raccontare, perché sui giornali dell’epoca veniva descritta come una pessima madre. Infine, Barnaby deve imparare a prendersi cura di se stesso. Perciò il tema centrale del libro è la responsabilità e ogni storia la rappresenta da una diversa prospettiva: chi lascia che gli altri si prendano cura di lui, chi si prende cura degli altri e chi di se stesso.

Fra i tre, il personaggio più forte è Ada Blackjack. Una delle mie sequenze preferite è quella in cui Ada è rimasta sola con uno degli esploratori ed è costretta a fare una cosa che non vuole fare: andare a caccia. Lei non ha mai sparato; impara usando dei barattoli, poi uccide una volpe. È una sequenza drammatica, commovente, ma è anche comica per il modo in cui Ada si muove, spara alla volpe, la manca, poi si avvicina per ucciderla…

Questo riassume il clima del libro: raccontare qualcosa di drammatico, andando molto in profondità, e al tempo stesso mantenere una sorta di leggerezza.

Quanto e in che modo questa è per te una storia d’avventura?
Quando ho iniziato a lavorare al libro sapevo che avrebbe avuto molti parallelismi con le storie d’avventura classiche: i personaggi si recano in un luogo lontano, succede qualcosa di terribile, devono affrontare una situazione difficile e superare i loro limiti. Però, a differenza dei fumetti d’avventura classici, la mia non è la storia di un trionfo, ma è soprattutto una storia triste. Alla fine, ad esempio, anche se Ada Blackjack esce vittoriosa da questa avventura, la sua vita è piuttosto deprimente. Ho cercato di usare il linguaggio del fumetto d’avventura classico per raccontare una storia più realistica, e credo di esserci riuscito. Usando quel tipo di linguaggio, il lettore ha determinate aspettative e così il racconto realistico risulta più efficace.

Leggi le prime pagine di Come sopravvivere nel grande nord

ada blackjack luke healy intervista

È un’anti-avventura che si legge come un’avventura. Per fare questo serviva un disegno molto particolare, estremamente semplice e lineare – che ricorda Tintin non solo per la linea chiara, ma per l’uso delle proporzioni, per il ruolo dei personaggi nell’ambiente, per il modo in cui vengono ripresi. Cosa ha influenzato il tuo modo di disegnare?

Ho letto molti fumetti d’avventura classici prima di iniziare a lavorare al libro. Adesso disegno così, ma i miei fumetti precedenti sono molto diversi: sono estremamente dettagliati e i personaggi hanno degli occhi enormi… Mi sono ispirato soprattutto a Tintin, ma anche a Little Orphan Annie, Washed Up, Captain Easy e altri fumetti classici.

In un certo senso, è buffo che io abbia scelto di disegnare con questo stile. Adoro Hergé, ma Ada Blackjack, per esempio, in un fumetto di Tintin sarebbe stata un personaggio ridicolo, perché è una donna e perché non è bianca. E lo stesso sarebbe successo a Barnaby, perché è gay. Ci sarebbero state delle battute. Io invece volevo giocare con le aspettative del lettore. Se sfogli il libro e vedi la tundra innevata, le montagne, gli animali e le scene di caccia, ti aspetti un certo tipo di storia, ma se lo leggi trovi qualcosa di diverso. Volevo ricordare ai lettori le storie d’avventura che hanno sentito raccontare da bambini, e usare il linguaggio di quelle storie per riprodurre in modo più realistico le stesse situazioni.

L’uso dei colori è fondamentale per il clima e il ritmo della storia, ed è assolutamente antinaturalistico. Com’è nata la scelta di usare i colori in questo modo?

Fin dall’inizio volevo distinguere le tre storie con palette di colori diverse. Le storie si alternano molto rapidamente, ogni due pagine circa cambia la dimensione temporale, e il lettore deve poter capire in modo chiaro a che punto si trova. Ma volevo usare colori molto audaci anche perché quando ho iniziato a lavorare al libro frequentavo ancora la scuola di fumetto, e i miei insegnanti mi dicevano: “Oh, è freddo, allora usa il blu!”. Oppure “Questa scena si svolge nel passato, dovrebbe essere seppia!”. Era così noioso… Io invece volevo fare qualcosa di interessante. Sai, se prendi la grossa decisione di fare il cielo verde, cos’altro devi cambiare nella pagina perché funzioni? Per me questa era una sfida divertente: prendere decisioni estreme e vedere dove mi avrebbero portato.

Come ti sei posto il problema del rapporto tra la storia inventata e la realtà, tra fiction e non fiction? Ci sono storie che tendono ad assorbire tutto nella fiction, storie che sono più documentaristiche, storie che fanno le due cose contemporaneamente… Ti sei posto questo problema durante la lavorazione del libro?

Rifletto molto sulla non fiction a fumetti. Ho studiato giornalismo perciò sono molto rigido nel definire cosa è da considerarsi come non fiction. Per me, questo è un libro interamente di finzione perché, anche se è basato su fatti storici, tutti i dialoghi sono inventati e i disegni sono realizzati a partire solo da una manciata di fotografie. Credo sia possibile fare non fiction a fumetti – penso per esempio a Joe Sacco – ma ogni autore deve definire il proprio limite rispetto a cosa è fiction e cosa non lo è.

Quando ho deciso di fare un fumetto basato su fatti reali, volevo includere una riflessione sulla non fiction, così ho inserito una storia di finzione nel libro ma non l’ho rivelato fino alla fine. È solo alla fine che si capisce cosa è finzione e cosa è basato su una storia vera. Volevo che questa informazione arrivasse alla fine come una sorta di provocazione: hai letto un libro in cui tutto è stato presentato allo stesso modo, e ora che sai che una parte della storia era fittizia, come puoi fidarti di tutto il resto? È una provocazione da parte mia, che sono uno stronzo formalista. Sono molto rigido rispetto a ciò che si può considerare non fiction. Per me se i dialoghi sono inventati, è fiction.Come sopravvivere al grande nord coconino luke healy graphic novel

Però è una fiction che si basa su un lavoro di ricerca molto preciso… Quindi vorrei uscire dal libro, fare un passo indietro e chiederti: che idea ti sei fatto delle esplorazioni artiche?

Erano pazzi, tutti quanti, completamente folli. Una cosa che non ho messo nel libro è che Stefansson ha dato un contributo scientifico importante in questo campo (c’è anche un centro dedicato a lui e alle sue spedizioni artiche), ma era anche convinto che in cima al Polo Nord ci fosse un buco che portava all’interno della Terra, e che lì vivessero i dinosauri. Non lo aveva detto a nessuno, ma continuava a spedire gente lassù e in privato scriveva: “Troveranno i dinosauri, lo so!”. Solo perché una volta aveva visto lo scheletro di un mammut e aveva immaginato che ci fosse un intero mondo segreto…

In realtà, credo che ci fosse anche tanto machismo: chi partecipava a queste spedizioni era considerato un eroe perché aveva viaggiato alla fine del mondo. Ho letto i diari di uno dei personaggi del libro, un ragazzo che aveva partecipato a una spedizione di successo, era tornato a casa e tutti lo adoravano. Lo adoravano così tanto che aveva deciso di fare un’altra spedizione, dove poi era morto. Molti giovani volevano essere degli eroi. Tante delle informazioni che hanno raccolto sono di grande valore per noi oggi, ma il prezzo da pagare per raccoglierle è stato molto alto.

Oltre a essere un libro sul prendersi cura degli altri, per me è anche un libro sulla solitudine. I protagonisti sono soli, isolati. Lo sono gli esploratori, che rimangono bloccati dal ghiaccio nel Circolo polare artico, e lo è il professore che viene allontanato dalla sua università. È un tema presente per te? C’è una solitudine che dal Polo Nord si estende alle vite dei personaggi?

Da qualche parte ho sentito dire che ogni opera d’arte in realtà parla dell’autore. Mentre lavoravo alla prima stesura di questo libro vivevo in una piccola città del Vermont, era inverno e nevicava da sette mesi; erano le vacanze di Natale ma non potevo tornare a casa in Irlanda, tutti se n’erano andati e dovevo occuparmi dei gatti dei miei amici… C’ero solo io in tutta la città che me ne andavo in giro a dar da mangiare ai gatti. Quindi direi che le emozioni del libro sono autobiografiche! In generale, mi piace che i miei fumetti siano posati, e le immagini lente e tranquille si adattano bene a questo tipo di storia. Quindi sì, il tema della solitudine è presente nel mio libro.

luke-healy come sopravvivere intervista

In alcune sequenze mi è sembrato di vedere dei riferimenti a Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson. Il cinema è una delle tue influenze?

È interessante che citi Wes Anderson, perché mentre disegnavo ho scelto deliberatamente di rappresentare tutto da una prospettiva piatta, come un palcoscenico, che è una delle caratteristiche del lavoro di Wes Anderson. Questa piattezza è stata una scelta istintiva, non sono un artista particolarmente drammatico. Mi piacciono le inquadrature fisse e simmetriche.

Per questo libro in particolare pensavo che la fissità fosse adatta al tema e che il disegno riflettesse le emozioni della storia. Mi piace molto ripetere la stessa inquadratura, perché crea un buon ritmo sulla pagina, intenzionalmente cinematografico. Spesso, quando i fumettisti sono liberi di disegnare come vogliono, tendono a esplorare prospettive particolari e dinamiche, invece io preferisco il ritmo regolare. Sicuramente questa influenza viene dal cinema.

Il libro inizia con un flashforward molto preciso e molto narrativo. È una scelta che hai fatto lavorandoci o hai voluto cominciare da lì?

Sapevo da subito che quello sarebbe stato l’inizio del libro. Volevo che il momento di maggiore tensione, il momento più critico di tutta la storia, fosse all’inizio. Tra parentesi, è un espediente che ho rubato dal film Cloud Atlas delle sorelle Wachowski – è un film con dei problemi, ma a me piace! I miei insegnanti alla scuola di fumetto volevano che raccontassi prima una porzione della prima storia, poi una porzione della seconda, poi una porzione della terza, e solo dopo che le mischiassi. Ma io volevo fidarmi dei lettori, ero sicuro che avrebbero capito, anche se magari ci vogliono una decina di pagine prima di capire quando si passa da una storia all’altra.

Eppure, anche se il libro è stato accolto bene, la critica che ricevo più spesso da quelli a cui non è piaciuto è che pensano che le due spedizioni artiche siano un’unica storia, e sono molto confusi perché i personaggi sono così diversi tra loro. Poi ce ne sono due che si assomigliano e i lettori si chiedono: “Com’è finito lui qui? Che cosa è successo?” Quindi forse avrei dovuto ascoltare i miei insegnanti e rendere la storia più chiara! Ma penso che sia molto chiara, se la si legge con attenzione.

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