Perché (ri)leggere “Lo Sconosciuto” di Magnus

di Diego De Silva*

Quando, praticamente nel secolo scorso (Geesù!), comprai il primo numero de Lo Sconosciuto, entusiasta com’ero di poter finalmente leggere un nuovo fumetto disegnato da Magnus dopo tante lacrime versate per la fine della saga di Alan Ford da lui firmata (appartengo all’esercito di fan del Gruppo TNT che non ha mai elaborato quel lutto, e vede nel numero 75 di “Alan Ford” – Cala la tela per Superciuk – il sipario simbolico di una lunga relazione amorosa fatta d’incontri mensili in edicola), tre furono i dettagli che mi colpirono:

1. la mancanza della “n” finale in Unknow, il nome con cui si fa chiamare il personaggio;
2. la somiglianza dello Sconosciut (massì, amputiamo anche noi la “o” per solidarietà con il corrispondente inglese) con Alberto Moravia;
3. il montaggio cinematografico dell’episodio (intitolato Poche ore all’alba), assolutamente all’avanguardia nel saltare da una situazione all’altra senza fornire al lettore alcun supporto didascalico (va da sé che all’epoca non avrei mai usato un’espressione come “Senza fornire al lettore alcun supporto didascalico”, visto che avevo sì e no una dozzina d’anni).

Un po’ di tavole in anteprima de Lo Sconosciuto

sconosciuto magnus mondadori

Non so (né so se qualcuno sa: forse, il mio vecchio amico Gigi Bernardi – intellettuale acutissimo ed editore di gran fiuto, scomparso troppo presto – che tra gli Ottanta e i Novanta ripubblicò in varie edizioni le sei storie di Unknow), se inizialmente l’elisione di quella lettera finale venisse da una svista o dalla volontà di procurare una menomazione onomastica a un personaggio dalla biografia irricostruibile, che al posto del nome aveva un aggettivo, a cui mancava pure una lettera.

Fatto sta che l’imperfezione non mi diede alcun fastidio, anzi mi sembrò il segno di un artigianato che non bada a certi dettagli più di tanto (o, se li nota, se ne frega: come alcuni incantevoli strafalcioni di Andrea Pazienza, che personalmente ho sempre accostato, per grandezza innovativa e irripetibilità dello stile, proprio a Roberto Raviola, alias Magnus).

Che il protagonista dei suoi nuovi fumetti fosse un lupo solitario di mezza età dal vissuto intuibile nei tratti già invecchiati del viso e del corpo, tormentato dagli incubi di guerra e indifferente alle allegrie del mondo, fu una scoperta abbastanza disorientante, per un lettore che veniva dai trascorsi comici di “Alan Ford”. Unknow parlava pochissimo, apriva bocca essenzialmente per rispondere, non raccontava nulla di sé e non aveva voglia di divertirsi. Fumava. Somigliava a un grande scrittore italiano. Aveva un fisico asciutto, segnato e nervoso; spesso, la barba di qualche giorno (che allora non aveva niente di cool). Quando qualcuno lo infastidiva, gli scappava subito una parolaccia (che più che pronunciare, pensava). Conosceva mercenari e assassini. Il passato lo braccava ovunque andasse.

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Anche per questo non aveva dimora fissa, e neanche mobile. Viveva improvvisando, cambiando paese e continente da una storia all’altra (da Marrakech a Roma, da Haiti a Beirut) come un latitante volontario in fuga da se stesso. Non andava in cerca di guai ma ne era costantemente rincorso, quasi la sua natura non ammettesse una vita senza complotti e morti ammazzati. Sapeva reagire da combattente esperto quando si trovava in situazioni di pericolo. Picchiava bene (anche quando incassava) e sparava meglio. Dopo un po’ di pagine capivi, da vaghe informazioni sparpagliate fra le tavole, che era un ex legionario e aveva combattuto nella legione straniera e in Algeria; ma la potenza narrativa del racconto era proprio nella sua reticenza, nella mancanza di premesse e nella causticità dei fatti. Lo Sconosciuto era un fumetto che trattava i lettori da adulti, e non un fumetto per adulti.

Nelle storie che state per leggere (molti, per rileggere), in cui per la prima volta Magnus si esprime come autore a tutto campo, il suo tratto ha una pervasività erotica che non risparmia nessuna tavola. I suoi personaggi non sono figurine al servizio di una storia: recitano. Magnus è uno di quei rari fumettisti al mondo capace di disegnare i sentimenti. Conosce le gradazioni emotive delle espressioni di un viso, delle più indicative vibrazioni di un corpo. Sa disegnare l’imbarazzo, la vergogna, la goffaggine e la sofferenza, soprattutto nelle sue espressioni ridicole e antiestetiche. Quando in una sua tavola un pugno raggiunge una faccia, non incontra la camera d’aria schioppettante del “Pow!” tipicamente fumettistico che occulta la violenza oscena dello schianto: no, il cazzotto di Magnus affonda nel viso, lo deforma, lo viola. Esattamente come accade nella realtà.

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Ed esattamente come accade nella realtà, nel disegno seguente il corpo offeso mostra senza censure il gonfiore del colpo inferto, insieme all’umiliazione che subito altera l’espressione della vittima (che in quell’attimo non è solo ferita ma confusa, sconvolta nella dignità, disarticolata nei movimenti). Quella di Raviola è una forma di oscenità autoriale che risponde sempre a un’esigenza narrativa, una propensione al realismo che lo porta a non nascondere nulla di ciò che disegna: un braccio amputato da un colpo d’arma da fuoco in una storia di Unknow o il rossore che tinge la faccia di Bob Rock quando qualcuno gli rinfaccia la bassa statura o (peggio) il nasone, sono declinazioni differenti di uno stile unico.

È la ragione per cui i nudi e le scene di sesso di Magnus risultano terribilmente arrapanti. Perché Magnus non si limita alla precisione anatomica, all’accurata superficialità della descrizione di un amplesso: lui disegna il desiderio, la passione, l’aggressività e la tenerezza di due corpi che si vogliono. Allo stesso modo, la violenza delle sue tavole sa essere terribile e ridicola al tempo stesso, suscita orrore e rabbia, ripugnanza e compassione. Pochissimi disegnatori sono arrivati a tanto. Ecco perché, a più di vent’anni dalla sua morte, l’opera di Magnus continua a brillare di un’unicità e uno spessore che rendono i suoi fumetti protagonisti di un film bellissimo che non ci stanchiamo di rivedere.

Perciò, mettiamoci comodi: Unknow, Lo Sconosciuto, adesso, ricomincia.


*Questo articolo è l’introduzione al volume Lo Sconosciuto di Mondadori Oscar Ink, che ha rieditato in versione integrale tutte le storie del personaggio di Magnus.

  • Paolo Ciaravino

    Rispondo alla domanda del titolo e poi leggo l’introduzione: perché è bellissimo! 😀

  • filobus

    Non mi ha fatto impazzire l’introduzione
    Ma Magnus è forse l’unico che comprerei ogni edizione.
    Lo leggerei di nuovo, e sarei contento. Anche se ne ho già n dello stesso fumetto.
    Perchè l’azione di comprarlo è già di per sè il godimento.
    Non so se mi capite. 🙂