Graphic Novel Il diario artistico della New York di Peter Kuper

Il diario artistico della New York di Peter Kuper

Nel 1996 usciva per la Vertigo di Karen Berger una miniserie in tre numeri che raccontava New York in una maniera del tutto nuova. Il sistema (pubblicata poi in Italia nel 1999 da Magic Press) si apre con una sequenza che già denota parte del carattere narrativo dell’opera: giorno di pioggia, ci addentriamo in un vicolo per poi entrare in uno strip-club. Una spogliarellista balla e una volta terminato lo spettacolo si cambia nei camerini ed esce da un’uscita secondaria. Acquista un quotidiano e si mette a leggerlo mentre cammina. Si volta. Una mano brandisce un cacciavite e lei comincia a urlare finché il suo volto non si deforma tanto da trasformarsi nel treno che, dalla finestra del suo ufficio, è l’oggetto dello sguardo fisso e vacuo di un ex detective alcolizzato.

Questi enjambent continueranno a presentarsi regolarmente ne Il sistema, come una sorta di articolazione necessaria per quello scheletro che è la storia. Ci è chiaro quasi da subito perché Peter Kuper decide di farne un uso così calcolato: quegli enjambent per lui sono New York.

Leggi anche: Il viaggio come ispirazione. Intervista a Peter Kuper

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Kuper costruisce ne Il sistema una narrazione senza stacchi, che scorre fluida da un personaggio all’altro, da una situazione all’altra e soprattutto da un’emozione all’altra, sino a creare un meccanismo armonico capace di contenere e raccontare centinaia di storie e situazioni diverse. Ed è proprio nei collegamenti – spesso surreali, eccessivi, intensamente metaforici – tra le sequenze, che sembra di scorgere l’anima di New York, una sorta di magnetismo che connette in maniera invisibile le vite dei suoi abitanti.

Diario di New York più che una raccolta di fumetti, illustrazioni e sketch, sembra il catalogo di tutte quelle connessioni tra immagini, storie e suggestioni di cui vive la New York di Peter Kuper. Infatti la prima stranezza di questo “catalogo” trentennale è il suo rifiutare un ordinamento cronologico, preferendo mettere al centro una sorta di continuo botta e risposta tra epoche diverse, con un gioco di montaggio che a volte sfrutta i contrasti e a volte le affinità.

Non c’è la volontà di creare una stratigrafia della città, quanto tentare – follemente – di raccontarne l’anima: si passa così dall’espressionismo degli anni Ottanta, alla giungla urbana (riti tribali compresi) della New York degli anni Novanta. E poi la gentrificazione acquerellata, la spaventosa speculazione edilizia, sino ad arrivare al crollo delle Torri Gemelle, arto fantasma nel grande corpo della città.

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Il libro di Kuper si trasforma quindi da raccolta sui generis, all’ennesimo e importante tassello di un indagine che l’autore porta avanti sin dai suoi primi lavori: è la città a creare i suoi abitanti oppure sono i suoi abitanti a creare la città? Sebbene sia evidente che con gli anni la forza degli enjambement de Il sistema si sia un poco ammorbidita svelando in maniera troppo smaccata e didascalica quelle metafore visive di cui vivono (una sorta di naturale imborghesimento dello sguardo), Kuper continua a riflettere sulla sua città in maniera lucida. Una delle tracce di questo discorso che potrete trovare in Diario di New York, è rappresentato da una serie di illustrazioni in cui i palazzi diventano persone (o viceversa, chi lo sa).

Un newyorchese affacciato alla finestra illumina il cuore di un uomo-grattacielo che ha le sue sembianze. Andiamo avanti di ben novanta pagine per imbatterci nell’illustrazione in cui un uomo-grattacielo si trova conteso da una giovane coppia e un imprenditore, impegnati in un acceso alterco. Tre pagine più avanti quell’imprenditore sembra essersi trasformato in un uomo-grattacielo vorace e spietato che, in compagnia di suo sodali, smonta e rimonta la città a suo piacimento (qui Kuper torna all’aerografo per dare al tutto un’aura sporca e malvagia). Torniamo indietro di cinque pagine: un nero denso e dai contorni netti ci mostra un grattacielo trasformato in un gigantesco kaiju, divinità che protegge e distrugge quei luoghi. Serve però un salto in avanti di ventisei pagine per vedere quanto gli uomini-grattacielo di Kuper rappresentano l’ibrido perfetto per raccontare gli abitanti e la città.

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È l’undici settembre duemilauno, Peter Kuper sta lavorando nel suo studio. Sua sorella lo chiama al telefono ed è lì che scopre il crollo delle Torri Gemelle. Nell’arco di tre vignette il volto di Kuper si contrae in una smorfia, si piega su sé stesso: diventa un grattacielo colpito da un aereo la cui struttura sta cominciando a cedere. Straordinario come in questa sequenza Kuper riesca non tanto a umanizzare l’architettura (cosa che aveva già fatto precedentemente), ma a mostrare la frattura interiore di un uomo trasformandolo in quella struttura imponente che si scopre inaspettatamente fragile. Servirà tornare indietro di qualche pagina per poter elaborare il dolore e osservare un uomo-grattacielo rendere omaggio a quelle macerie e quindi a tutte le vittime.

Ma questo è solo uno dei tanti tempi che Kuper affronta con Diario di New York, un libro pieno di percorsi segreti e strade non tracciate. Bisogna esplorarlo con calma e con la voglia di scoprire collegamenti a volte prevedibili e a volta capaci di sorprenderci.

Diario di New York
di Peter Kuper
Traduzione di Omar Martini
Tunué, giugno 2018

Cartonato, 228 pp a colori
€ 24,00

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