“Black River” di Josh Simmons e l’affascinante banalità del male

Il panorama del fumetto ha vissuto dei cambiamenti negli ultimi anni. Non so quanto siano stati veloci, ma ci sono stati, grazie al lavoro di una nuova generazione di autori che sono più figli dei videogiochi, del cinema di genere e sotto genere e delle serie web e tv che non continuatori di una storia del fumetto underground e d’avanguardia. Questo approccio al racconto grafico sembra concentrarsi su bisogni autoriali che nascono dalla necessità di spingere il mezzo non tanto nell’innovazione del linguaggio, anzi  si predilige l’estrema semplicità o la classicità del montaggio narrativo all’interno di uno stile grafico esteticamente grezzo e volutamente trascurato, quanto nell’esplorazione e nella dissezione anatomica delle pulsioni più comuni quali follia, sesso, violenza, morte, all’interno di una cornice fatta di disperazione, apatia, malattia, degenerazione, abominio.

La ricerca di quello stile narrativo che comprende in sé un vero e proprio inno al nichilismo cosmico che Josh Simmons – autore del graphic novel Black River – chiama “realismo emotivo” è in realtà un viaggio dove ogni barlume di civiltà viene spento in nome della devianza e del caos portati a livello di normalità quotidiana. Poco importa se il contesto sia l’ennesima riproposizione di un terra post-catastrofe, l’intento di Simmons è quello di sostituire le dinamiche narrative del sottogenere, eliminando quasi del tutto quegli spazi di narrazione che potrebbero indicare una qualche possibilità di redenzione e speranza, con un sistematico studio, al limite dello scientifico e del tassonomico, delle varie forme di abiezione possibili, nutrite da forti dosi di frustrazione e inquietudine, come appare anche dai suoi lavori precedenti non editi in Italia, in special modo la raccolta di racconti The Furry Trap edita da Fantagraphics Books nel 2012, una sorta di Shameless – le serie tv inglese e statunitense incentrata su una famiglia estremamente disagiata – purgata da quel poco che rimane di qualche forma di remora e censura morale.

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black river josh simmons 001 edizioni graphic novel

Se questo approccio ha una sua genesi nella grande tradizione del fumetto underground americano, dal capostipite Robert Crumb per arrivare al perturbante Conor Stechschulte, esponente di una certa ondata di autori contemporanei attratti dalla banalità del male (insieme ad altri visti di recente pubblicati in Italia, come Jason Shiga, Steven Gilbert o Hans Rickheit), è chiaro che si è ormai delineato un cambiamento nell’uso delle tematiche più hard che da oggetto e ingrediente della narrazione ne divengono soggetto. In molti hanno ormai abbandonato certe “mediazioni” formali e metaforiche di senso che distinguevano uno stile narrativo dal suo contenuto, nemmeno giustificate dal bisogno autobiografico di affrontare temi socialmente tabù come l’onanismo e l’uso della prostituzione come testimoniamo i lavori di Joe Matt e Chester Brown.

Black River si presenta come un tentativo di ritorno alle prime opere del genere post-apocalittico, spingendo sul tasto della prospettiva di assenza totale di futuro, o meglio sulla continua negazione di una speranza possibile, e sulla violenza come unica forma di socialità possibile. Per affermare questo, l’autore indugia, con spietata assenza di pietas, mostrando un gruppo di sopravvissute, tutte donne e un solo uomo compagno di una di queste, annichilito prima psicologicamente, distruggendone l’umanità, e poi fisicamente, da un mondo dominato dalla più sconvolgente barbarie.

Figlio diretto di uno dei film capostipite del genere, il cecoslovacco Fine agosto all’Hotel Ozon (del 1967, diretto da Jan Schmidt su soggetto di Pavel Juracek), dove per la prima volta è un gruppo di donne che percorre il mondo morente alla ricerca della sola sopravvivenza, Black River ricorda un Mad Max meno compiaciuto e senza bisogno di eroi, tutine e design da dopobomba barbarico. La scelta di “genere”, cioè di narrare le vicende di un gruppo femminile disfunzionale ma affettivamente coeso, trova delle corrispondenze con Annientamento, primo volume della Trilogia dell’area X di Jeff Vandermeer, e addirittura col recente Sleeping Beauties di Stephen King, un vero tributo al positivo e al negativo del femminino. Se le atmosfere possono trarre in inganno, invece lo spirito che promana dal romanzo La Strada di non lascia dubbi sulla distanza siderale, non solo nella scrittura e nella costruzione della narrazione, tra un Corman McCarthy che utilizza un genere, come aveva fatto per il Western, per raccontare la lotta per la vita e la redenzione e un Simmons che declina un sottogenere per descrivere, dissezionando e indugiando nei particolari macabri, l’agonia della specie umana.

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Black River è strutturato come un film mumblecore: pseudo docufiction a bassa definizione grafica dei personaggi, bianco e nero, montaggio semplice, dialoghi e personaggi stereotipi, uso congiunto di stili come il surreale, il grottesco all’interno di una narrazione realistica. Il lavoro di Simmons risente molto anche dell’ormai di culto cinematografia splatter e gore ma soprattutto è figlio, come tutta la sua generazione, in modo diretto o indiretto delle tematiche e ai linguaggi estremi di un vero caposcuola del genere come il mai dimenticato finto documentario italiano con pretese sociologiche Mondo Cane, proiettato a Cannes nel 1962, che per primo ha portato al grande pubblico un buoquet narrativo fatto di violenza, sesso e sopraffazione.

In questo contesto che fa delle debolezze narrative e degli stereotipi un modello vincente, molto interessanti e personalissime si rilevano invece le soluzioni grafiche dei paesaggi e in particolare la scelta di definire con grande accuratezza le descrizioni visive dei vari tipi di cieli che, di volta in volta, sovrastano l’azione e rendono davvero inquietante e minacciosa l’atmosfera generale. Questi cieli illustrati attraverso una lente che rifrange una psichedelia malata, sono composizioni dense e tridimensionalmente decorative, sviluppate attraverso una gamma di scelte ornamentali che vanno dai motivi più graficamente classici sino a forme e concrezioni escrescenziali.

All’interno di una visione crudamente realista emerge comunque dall’opera di Simmons un non innovativo ma efficace rapporto narrativo tra l’orrore quasi grottesco della realtà, quello del fantastico che irrompe nella realtà e l’orrore più squisitamente psicologico. Una triangolazione che sorregge solidamente un racconto che vorrebbe trasformare un viaggio nell’inferno che dura molti anni in una metafora inversa dell’evoluzione e della civiltà umana. Le nostre eroine sono gli strumenti che l’autore usa per mettere alla prova la sua capacità di rendere astratti e insignificanti la violenza, il dolore e la morte. Come quando da bambini ci faceva sentire onnipotenti  tormentare e uccidere degli piccoli insetti.

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C’è sicuramente del merito se questo sottogenere si sta conquistando, tra cinema, letteratura e fumetto, uno spazio rilevante. Black River è in fondo il tentativo di Simmons di cercare una strada verso una “normalizzazione” del suo modello narrativo verso un possibile mainstream a cui pare mirare: costruire un classico di genere dosando gli ingredienti come nella proposizione di una ricetta perfetta tra citazioni e dosi di male banale, violenza e sesso. Per fare questo  Simmons “limita” la vocazione splatter e hardcore annacquandola in una storia di sopravvissuti già troppe volte narrata ma portata oltre i limiti conosciuti dal fumetto, ammiccando agli affezionati fruitori di The Walked Dead senza zombi ma con l’aggiunta della tematica “psycocannibal”.

L’autore mostra una discreta abilità di condurre le sue eroine verso il loro destino con i limiti accennati, riuscendo tuttavia a dare compattezza ad un’opera di confine che ha tutte le caratteristiche per divenire un piccolo cult all’interno di una nicchia di genere proprio per i suoi difetti e le sue dichiarate derivazioni.

Black River
di Josh Simmons
Traduzione di Valerio Stivè
001 Edizioni, aprile 2018
Brossurato, 144 pp in b&n
€ 14,00