Com’è nato il poster di Lucca Comics 2018, raccontato da LRNZ

Presentato durante il Salone del libro di Torinoil manifesto dell’edizione 2018 di Lucca Comics & Games è una vera anomalia. Realizzata dal fumettista e illustratore Lorenzo “LRNZ” Ceccotti (autore dei graphic novel Golem e Astrogamma) assieme allo studio grafico Kmzero di Firenze, l’illustrazione è stata pensata come un insieme di elementi ricombinabili, per creare tanti poster in uno.

Nel disegno rimangono costanti la posa del personaggio e l’ambientazione di sfondo, che richiama la città di Lucca, ma cambiano ogni volta abiti, fattezze e oggetti della scena. Sul sito ufficiale del festival, ogni utente ha la possibilità di scaricare una versione esclusiva del poster. Le combinazioni tra gli elementi sono infatti talmente tante da poter generare ogni volta un’immagine differente. Un manifesto che cambia e si trasforma quindi, e che per l’organizzazione del festival rappresenta «un vero ritratto multidimensionale della nostra community di appassionati».

Abbiamo chiesto a LRNZ di raccontarci la storia del progetto, il percorso creativo e i segreti produttivi che si nascondono dietro all’immagine.

Poster 2018

Ecco il poster di Lucca Comics & Games 2018 realizzato da LRNZ​ insieme a Studio Kmzero Firenze​ e con… voi!
Un software permetterà a ognuno di avere il proprio poster, unico e personalizzato. #LuccaIsCommunity #LuccaCG18

Pubblicato da Lucca Comics & Games su Venerdì 11 maggio 2018

Quando hai saputo che avresti disegnato la locandina per Lucca 2018?

Non si direbbe, ma è una storia lunga. Inizia tre anni fa, quando accetto con grande orgoglio l’incarico di illustrare il manifesto della seconda edizione di ARF! Festival. Era la prima al Mattatoio di Testaccio per la neonata manifestazione organizzata da Uzzeo, Campana, Piccoli, Gud e Verrocchi. Ci conoscevamo da tanto tempo, io avevo tutta la fiducia del mondo nella loro iniziativa. E poi era Roma: non puoi dire di no a Roma. Ho appena finito di realizzare il manifesto per loro, con un po’ di anticipo sui tempi, e ricevo una telefonata da Giovanni Russo di Lucca Comics & Games. Mi propose di realizzare il poster di Lucca.

Ovviamente mi stendo sul pavimento per evitare di farmi male cadendo. Mentre discutiamo delle mie paturnie sul fatto che non sono degno, mi ricordo del poster di Arf! e realizzo che probabilmente non avrebbe avuto molto senso per loro trovarsi due poster dello stesso autore per due manifestazioni di fumetto “concorrenti”, nello stesso anno. Lo dico con un senso di morte nel cuore a Giovanni e lui conferma che non è possibile.

La cosa salta: mi tengo il poster di Arf!, consapevole che per Lucca i fumettisti i poster li disegnano un anno sì e l’altro no, visto che vengono divisi fra illustratori e concept artist dell’area games. Consapevole anche del fatto che in due anni può succedere di tutto e che quindi è molto improbabile che ricapiti due volte, ci metto una pietra sopra, imparando oltretutto un aspetto nascosto, ma per nulla irrilevante, di come funziona il mio mestiere.

Due anni dopo vengo contattato da Cosimo Lorenzo Pancini, uno dei fondatori dell’area games di Lucca e direttore artistico della comunicazione del festival. Cosimo è una conoscenza di vecchissima data. Ci siamo incontrati la prima volta al Kaos Art Contest da lui indetto alla Lucca del 1998 (dove arrivai secondo dietro ad uno straripante Alberto Pagliaro) e negli anni ci siamo tenuti d’occhio, entrambi orientati verso una multidisciplinarietà fra disegno, progettazione grafica e interattivo. Cosimo mi chiede, un’altra volta, se avessi piacere a disegnare il poster di Lucca.

All’inizio della nostra conversazione do per scontato che si tratti della medesima proposta di due anni prima, e che per generosità estrema mi viene fatta per la seconda volta, ma scopro che non è così. Il direttivo di Lucca è cambiato, Emanuele Vietina è appena tornato a capo dell’organizzazione dell’evento e ben consci della proposta precedente vogliono comunque un poster mio, di nuovo.

Cosimo mi dice: ci serve quello che hai solo tu. Interdisciplinarietà, conoscenza del design italiano, capacità di reinventare il medium. Penso che tutti i miei predecessori devono essersi sentiti dei ladri a maneggiare il festival di Lucca al posto dei loro maestri, ma che, nonostante tutto, hanno onorato l’incarico. Accetto.

Bozzetti della fase preliminare, in cui si discuteva delle possibili inquadrature sul soggetto e del layout in generale
(Clicca l’immagine per sfogliare la gallery)

Quando mi hai parlato la prima volta del progetto mi hai detto che piuttosto che “scontrarti” con le locandine degli anni precedenti a livello grafico, hai preferito spostare l’accento su qualcosa di mai fatto prima.

Dopo che sai che il tuo lavoro verrà messo accanto a quello di Gipi, Chichoni, Phil Hale, Ortolani, Zerocalcare, Dell’Otto e compagnia il minimo che devi mettere in piedi è una strategia. Specie se in carriera non ti sei neanche mai lontanamente avvicinato a quei livelli di impatto culturale sul mondo del fumetto (e non solo).

Per non parlare del pubblico. Tralasciando i giovani fenomeni che sono in attività ora, il pubblico sa perfettamente che già solo fra i pesi massimi italiani c’è in giro gente come Altan, Bozzetto, Giardino che ancora non hanno mai fatto un poster di Lucca. Se sul ring c’è Mike Tyson e ci devi combattere, sincerati che non ci sia nessuna regola che impedisca di salirci armati fino ai denti.

Sbaglio o questo desiderio di andare oltre il disegno è il tuo modus operandi, come se il disegno da solo non bastasse e avesse bisogno di “altro”?

Sul mio modus operandi ci sarebbe parecchio da discutere, magari con uno psichiatra bravo, ma posso riassumerlo con un concetto semplice. La forma è il contenuto. Quando hai bisogno di un contenuto nuovo hai bisogno di una forma nuova. Non sto dicendo che sia sempre necessaria una rivoluzione tecnica, ma alle volte il tuo bagaglio diventa una zavorra e devi liberartene. Devi distruggere tutto quello che hai, tutto quello che ti rende sicuro, ma che ti appesantisce. Ricominciare da capo.

È pericoloso? Da morire. È doloroso? Pure, perchè significa prendere ogni volta coscienza che quello che si è fatto non vale mai abbastanza, che è perlopiù ciarpame. Aggiungici che non mi piace nulla di quello che faccio e completi il quadro. Ci sono quei disegnatori che amano il loro modo di disegnare, semplice o complesso che sia. Che disegnano sempre allo stesso modo. Mi piacerebbe tantissimo poter essere uno di loro.

Per rispondere alla tua domanda: il disegno non ha bisogno di nulla, siamo noi che abbiamo i nostri motivi per usarlo diversamente ogni volta, e dietro questo manifesto di motivi per cambiare ce ne sono davvero tanti. Non ho usato questa tecnica per colmare dei limiti del medium, anzi. La tecnica è al servizio dell’idea. Semmai, se proprio vogliamo ragionare sul medium in sé, l’ho fatto per mostrarne il potenziale infinito, e per dimostrare che c’è un universo ignoto ancora tutto da esplorare.

Dall’arte riproducibile all’infinito siamo passati all’arte personalizzabile all’infinito. Ognuno di noi avrà una propria Gioconda customizzata ad hoc. Le arti in generale vanno verso questa direzione, secondo te?

Non credo che ci sia una tendenza. Solo nuovi strumenti e nuove forme, ma non escluderanno le precedenti. Ci tengo a precisare che questo poster non è “personalizzabile”. È unico per ogni persona, ed è molto, molto diverso in termini artistici.

Quando aspettavi l’approvazione del progetto mi hai detto «È inapprovabile, perché sono tutti poster diversi. Approvi solo l’idea e poi ce devi sta’». Quindi è stata tutta una scusa per fare come ti pareva? Hai avuto totale libertà oppure ti è stato messo qualche paletto?

Nessuna scusa, anzi, direi proprio che mi sono messo nei pasticci. Non era affatto scontato riuscire a mettere in piedi tutto come un progetto del genere richiedeva. Già la disponibilità o meno di uno come Mauro Staci (il coder che ha realizzato con me e Cosimo il poster) dettava la fattibilità o meno del progetto. Parliamo di fortuna. Va detto che bisogna essere preparati per cogliere i colpi di fortuna, e questo merito me lo prendo.

Nessun paletto, quindi, ma resta vero: una volta che approvi un’idea del genere, come cliente, ti metti nei guai anche tu. Se conti che questo è il tipo di operazioni che ti verrebbe da associare a una piccola fiera che vuole farsi notare e rischia il tutto per tutto, è stata una scelta davvero fortissima da parte del direttivo di Lucca. Avevano tutto da perdere: bisogna rendergliene merito, assolutamente.

Ci spieghi come funziona il meccanismo della creazione del poster personalizzato?

L’ho progettato io. Mauro Staci si è occupato dell’analisi tecnica, della realizzazione e traduzione delle regole compositive in un software, del progetto dell’infrastruttura web e back-end. Studio Kmzero si è occupato invece del sistema di tag/parole chiave del sistema di codificazione dei colori, oltre che dell’impianto tipografico. Sono i colori infatti a essere determinati dalle combinazioni di parole.

Sull’abbinamento dei pezzettini grafici che generano il personaggio c’è un’alchimia segreta che preferirei non svelare. La mancanza di controllo sul risultato da parte dell’utente finale è uno dei fattori fondamentali di tutta l’operazione.

Ora che ognuno può farsi il suo poster, la viralità è esplosa in un attimo. Vi aspettavate questo riscontro?

Era l’obiettivo numero uno: un poster per e sulla comunità non può che riverberare nella comunità, ovvero in una moltitudine.

Nel video di presentazione dicevi che ogni poster stampato sarà diverso dall’altro. Che razza di inferno organizzativo sarà?

Molto meno di quanto si possa pensare. Le copie necessarie sono poche, in verità. La comunicazione di Lucca avviene soprattutto sul digitale e la stampa digitale ci permette di avere stampe tutte differenti. Con la stampa digitale non esiste differenza fra stampare mille soggetti unici o mille soggetti tutti uguali. C’è la libertà dal clichè, dal modello unico di partenza: questo garantisce la possibilità di stampare tutti pezzi diversi, quindi unici, ironicamente. La tecnologia è sempre stata lì, mancava l’occasione di sfruttarla fino in fondo e un multisoggetto portato all’estremo era l’ideale. Considerato che la comunicazione stampata di Lucca consiste in pochissimi elementi e in tirature basse, è molto meno complesso di quello che sembra. La parte difficile, insomma, era avere mille soggetti diversi da stampare che avessero senso, non stamparli.

Prevedo un solo inferno sulla terra, quello dei collezionisti e dei detrattori della stampa digitale come supporto artistico.

Test generativi con le prove colore/font fatte in ambiente generativo con Kmzero
(Clicca l’immagine per sfogliare la gallery)

Il poster è in continua evoluzione, hai detto che stai disegnando nuovi elementi, cosa bisogna aspettarsi nei prossimi mesi?

Ogni volta che avrò un’idea la aggiungerò nel sistema, non faccio previsioni. Diciamo che un pezzettino al giorno lo aggiungo. Se ho giornate libere, mi perdo e finisco per farne decine. Posso dirti che ci sono oggetti che hanno percentuali di apparire molto diverse fra loro, quindi anche un elemento inserito al lancio del poster del 18 luglio potrebbe rendersi visibile solo negli ultimi giorni del festival o non apparire affatto.

Il soggetto come l’hai scelto? Hai fatto altre prove oppure “buona la prima”?

Di norma faccio almeno tre proposte per ogni disegno. Sul manifesto di Lucca ci sono circa venti proposte di layout, ognuna testata in ambiente generativo grazie al sistema fornito da Studio Kmzero. Buona la prima significa anche “solo uno”. Io non mi permetterei mai di limitarmi ad una proposta sola quando davanti ho un’opportunità del genere, sono il primo a voler esplorare tutte le possibilità.

Nel caso l’idea del poster a infinite combinazioni non fosse stata approvata, avresti avuto un piano b?

No, perchè l’idea è stata approvata subito, già in fase di discussione del brief. Sono andato a trovare i ragazzi di Lucca Crea in sede. Abbiamo passato una giornata insieme. Gli ho mostrato una serie di studi che avevo fatto sulla stessa tecnica, ma diversi anni fa, con Mauro Staci (che si è occupato della realizzazione del software alla base di tutto il processo) lavorando ad un prototipo di videogioco che non ha mai visto la luce, Radial. Non c’è stato un dubbio, neanche per un secondo: era la strada da seguire.

Cosimo, con il suo studio, Kmzero di Firenze, era più che pronto a raccogliere la sfida logistica: se è vero che con Mauro avevamo già parte del lavoro pronto, lui aveva già un sistema potentissimo per abbinare parole a colori. Mancava solo il disegno.

Il tema di Lucca Comics & Games quest’anno è “Made in Italy”. Penso che ti abbia fatto piacere, perché quasi sempre i tuoi fumetti sono ambientati in Italia, a Roma nello specifico, piuttosto che in qualche luogo indefinito o di matrice esterofila. In che modo il soggetto che hai scelto ha a che fare con il tema?

Quando mi hanno proposto il Made In Italy ho avuto sentimenti contrastanti, in principio. Da un lato nasco come artista e designer e sono un estimatore, un evangelista dell’approccio progettuale e artistico Italiano: ho studiato e insegno nell’istituto di progettazione industriale più antico d’Italia, fondato da Argan, l’ISIA di Roma. Il Made In Italy è stato circoscritto ad una serie di eccellenze che hanno portato la forma a vette inedite o a successi industriali internazionali. Eppure, se anche è vero che la cura e la perizia tecnica dei nostri maestri è indiscutibile, l’approccio creativo e imprenditoriale italiano sembra splendere particolarmente quando ci sono libertà di pensiero e capacità di innovare.

Nell’arte, mi sembra che la forma si esalti cercando di perseguire uno scopo che è al di la delle possibilità dei mezzi, obbligando gli artisti a superarle. Un punto di vista unico, rivoluzionario, eversivo è comune a tutto il Made in Italy che rispetto. È impossibile definire quindi uno “stile” italiano a partire da un linguaggio specifico, quanto dallo standard qualitativo senza compromessi, da questo senso primitivo, fortissimo, al limite della brutalità, di pionierismo senza dogmi unito a un’irriverenza individuale unica.

Provando a trovare dei trait d’union visivi fra le immagini che vengono alla mente pensando al Made In Italy, si oscillerebbe dalla semplicità nell’uso dei colori, delle forme e dei materiali nel design industriale dell’età dell’oro al dettaglio sconfinato e sensibilissimo dell’arte figurativa. È impossibile quindi individuare un pattern formale comune analizzando le singole opere. Non c’è un’immagine singola che possa convogliarne ogni aspetto. Tutta la nostra storia artistica è perseguitata dal concetto sì di maestria, ma soprattutto di genialità e rinnovamento continuo.

Dall’altra parte, nel termine Made In Italy, c’è il concetto di confine. Sono un artista e sono allergico ai confini esclusivi. Sono allergico al concetto di razza. Di discriminazione fra i popoli. Da una nazione o sei fuori o sei dentro. I confini determinano se sei vivo o sei morto, quindi è ovvio che mi venga voglia di buttarli giù. I confini sono violenza allo stato puro, sono la traccia tangibile più forte del fatto che siamo ancora poco più che bestie organizzati in branchi.

Esaltare l’appartenenza ad una nazione con orgoglio ha i suoi aspetti indiscutibilmente belli, ma nel senso dell’appartenenza culturale, delle conquiste sociali di una comunità non esclusiva e di certo non limitate a un territorio soltanto. La cultura italiana travalica, distrugge i confini dell’Italia per arrivare al mondo intero. È l’apripista per un senso di inclusione, di convivenza, non di conquista. Tutti amano la cultura italiana, si può dire che siamo salvi solo grazie ad essa. Eppure viviamo un momento storico e politico in cui l’avanguardia è diventata protezione, dove la frontiera è diventata un muro, dove il limite dell’immaginazione ha un perimetro definito col sistema metrico decimale e dove la diversità è diventata da ricchezza a discrimine.

Mi era perfettamente chiaro, quindi, quali fossero gli aspetti del Made in Italy che volevo esaltare e quelli che invece volevo combattere nella maniera più chiara possibile: una visione del resto condivisa dall’organizzazione del Festival, che ha l’inclusione, la comunità, la scoperta e la gratitudine come valori chiave.

Come ogni comunità che si rispetti, la comunità dei lettori di fumetti e dei giocatori ha sicuramente una serie di problemi da risolvere, primo fra tutti l’autoreferenzialità che la porta ad alzare muri (sempre di confini si tratta) protettivi verso il resto della cultura o a schiacciarla a sua immagine e somiglianza. Va altresì detto che è però una comunità immensamente sensibile al tema della discriminazione, di qualsiasi tipo essa sia, razziale, sessuale, religiosa. È un popolo divoratore di storie, sa che dietro gli individui ci sono solo storie irripetibili, indifferentemente dal colore della pelle o dall’orientamento sessuale.

L’aspetto inconfondibile di Lucca Comics & Games, quello che è lampante agli occhi di qualunque ospite straniero che capiti durante la manifestazione, è assolutamente Made In Italy: il cortocircuito fra antico e moderno che si respira in quei giorni, le immagini che ognuno di noi ruba sbirciando migliaia di persone diversissime, di ogni parte del mondo, con ogni sorta di vestito stravagante o futuristico mentre riposano sedute sulle mura antiche di Lucca sono il cuore dell’evento. È possibile solo in un paese come il nostro. Le mura, i confini, diventano relitti di un passato di paura ormai lontano, frontiere da superare, spazi dove sedersi assieme per vedere lontano e incontrarsi.

E perché hai optato per il poster multiplo? Anche questa decisione è connessa al tema?

Ho pensato al pubblico di Lucca. Come è possibile rappresentare una moltitudine così integrata eppure diversificata? All’inizio ho provato a racchiudere una moltitudine in un solo disegno, ma per quanto mi sforzassi restavo sempre lontanissimo dal senso di universalità a cui aspiravo. Volevo piuttosto avere una moltitudine di scatti rubati a quella comunità così unica. Sono quindi arrivato alla conclusione che potevo provarci con un poster unico per ogni persona del pubblico. Un poster che contenga idealmente dentro di sé tutta la ricchezza di una comunità variegatissima, dove ogni persona è una storia. In cui il genere, il colore della pelle, sono qualità da esaltare per la loro unicità, dove nessuno è escluso.

L’opera non è il poster, sono tutti i poster. Quindi sì: la forma finale, la sua molteplicità e unicità, sono parte di una tecnica inedita ingegnerizzata a misura di un messaggio che non accetta compromessi.

Si ringrazia Andrea Fiamma per l’aiuto fornito nella realizzazione dell’intervista.