“Man of Steel”: la rifondazione di Superman di Bendis

Dopo le fanfare per l’arrivo alla DC comics, Brian Michael Bendis non poteva che partire con una rivoluzione su una testata di punta. E visto che Batman è già occupata da King e vende benissimo, ecco che si è preso “l’azzurrone”, rimettendogli pronti-via le mutande rosse.

Dopo una brevissima storia sul numero 1000 di Action Comics, che ora scopriamo essere stata una sorta di flashforward, su Man of Steel Bendis racconta chi sia il nuovo villain Rogol Zaar, come mai Superman sia tornato al costume precedente e che fine abbiano fatto il figlio Jon e Lois Lane. Come se non bastasse aggiunge subito altri colpi di scena: la distruzione di Kandor, della Fortezza della Solitudine e l’introduzione di una nuova cabala di saggi dell’universo, il Galactic Circle.

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Il tutto prende il via dalla più tipica delle soluzioni di Bendis: la retro continuity. Ci rivela infatti che Rogol Zaar è colui che avrebbe distrutto Krypton, quindi caduta non per un disastro naturale bensì con un atto di guerra – punto su cui torna anche nel primo numero della nuova Superman in un dialogo con un altro sopravvissuto ad analoga sciagura, Martian Manhunter.

Rogol Zaar avrebbe agito contro la volontà del Galactic Circle, che però, nonostante abbia tra i suoi ranghi uno dei potentissimi Guardiani (gli alieni blu che hanno fondato il corpo delle Lanterne Verdi), non ha i mezzi per punirlo. Zaar è infatti potentissimo, tanto da poter combattere e avere la meglio su ben due kryptoniani contemporaneamente: Superman e sua cugina Kara, Supergirl.

Chi però sperava che questo Man of Steel spiegasse le ragioni dell’odio di Zaar per i kryptoniani, che considera alla stregua di una piaga dello spazio, rimarrà deluso. Bendis infatti fa il possibile per posticipare ogni risposta e mette in bocca a Zaar pochissime parole, strategia anche legittima, ma che al posto di dare compiutezza alla miniserie ne svela la natura di prologo come ripartenza delle due serie regolari dove – se conosciamo Bendis – Zaar imperverserà ancora molto a lungo.

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L’altro disvelamento, quello su Lois e Jon, è poi giocato con ancora più astuzia narrativa, tanto da essere irritante nei suoi espedienti. Il primo numero ci mostra infatti un flashback con una scena a Smallville in cui la famiglia è al completo e si dissolve nel bianco, aprendo scenari di cancellazione della memoria o manipolazione della realtà o chissà che altro. Invece no, è semplicemente un flashback incompleto, che tornerà nei numeri successivi arricchendosi sempre più di dettagli senza alcuna ragione psicologica per questa progressione. Clark ricorda perfettamente come sono andate le cose e non potrebbe mai dimenticarlo del resto, quindi questo temporeggiare, con tanto di ripetizione di alcune vignette disegnate da Fabok, è semplicemente un espediente volto a incuriosire e ritardare la rivelazione su cosa sia avvenuto.

Al di là dei modi il risultato è per Superman una sorta di Soltanto un altro giorno (la saga della rimozione del matrimonio di Spider-Man), in cui la sua famiglia non è cancellata ma semplicemente spedita altrove, con l’effetto di restituirci un Superman malinconico.

L’attacco di Rogol Zaar del resto peggiora la situazione, perché Superman finisce con il non poter più contattare Lois e Jon e quindi è destinato a dividere la sua attenzione tra la Terra e ricerche improbabili nel lontano cosmo. A Metropolis intanto un piromane sconosciuto sta colpendo con un disegno preciso ma che rimane ancora più nel mistero delle motivazioni di Rogol Zaar, il quale a sua volta non viene sconfitto ma solo temporaneamente tolto dai giochi con la più ovvia delle soluzioni.

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Una conclusione della miniserie insomma tutt’altro che forte: più che un colpo di scena per il lancio della serie si tratta di una lenta progressione che definisce uno status quo, ma senza sorprendere più di tanto e senza neppure una grande enfasi drammatica. Per esempio della distruzione di Kandor non si ha alcuna prospettiva, le vittime sono piante da Superman che le ha conosciute, ma noi non abbiamo assistito al loro destino, alla tragedia della loro morte, che appare così ancora più come un colpo basso vagamente gratuito e colpevolmente debole.

Riguardo alla caratterizzazione dell’eroe, Bendis punta come già detto sulla malinconia e introduce in lui il dubbio che non stia facendo abbastanza, che potrebbe fare di più per la Terra e l’Universo. La cosa sarà ripresa in Superman #1 nel dialogo con Martian Manhunter, descritto come il cuore della Justice League in una didascalia ma poi scritto come un personaggio quasi sinistro, che suggerisce in un lapsus a Superman di prendere il controllo della Terra. E non è la sola caratterizzazione discutibile all’interno della Justice League di Bendis, nella quale Flash fa battute goliardiche sulla cacca e Wonder Woman dice a Kara che Superman ha fatto bene a lasciarla indietro in uno scontro. Ci mancava solo che avesse aggiunto «perché sei una donna» e poi eravamo a posto, ma già così è una frase sbagliata in bocca al personaggio sbagliato.

I disegnatori dovrebbero regalare una carrellata del meglio di DC Comics, con Ivan Reis, Doc Shaner, Ryan Sook, Kevin Maguire, Jason Fabok e persino un numero di Adam Hughes e alcune pagine di Steve Rude, il tutto colorato da Alex Sinclair. Il risultato è prevedibilmente di qualità, seppur altalenante, dove a mostrare una forte personalità e un talento fuori dal comune nel racconto è su tutti ovviamente Rude, seguito da Sook, al cui confronto Reis e Fabok risultano disegnatori bravi ma piuttosto banali.

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Discorso a parte meritano Maguire e Hughes, che qui sembrano faticare a rinnovarsi nell’era del disegno con supporto digitale, e le loro figure (soprattutto quelle di Hughes) appaiono a tratti quasi incollate sullo sfondo, come se si vedessero i livelli del lavoro al computer, tanto da neutralizzare la loro ottima recitazione in una fissità di posa innaturale.

Infine colpisce che Bendis sembri ricercare uno storytelling diverso da quello impiegato alla Marvel, con meno vignette articolate su doppia pagina e piene di balloon. Forse dipende anche dalla natura tutto sommato d’azione della storia, ma le poche doppie pagine articolate in molte vignette sono dedicate all’azione e quasi senza parole. Come se Bendis, nell’affrontare Superman, abbia deciso tenuamente di ricercare non solo la classicità del personaggio ma pure dello stile, senza però molta convinzione.

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