“Fahrenheit 451”, un adattamento a fumetti che funziona

Una cosa posso prometterla: non userò in questo scritto l’aggettivo “distopico”. Non perché attualmente ormai se ne faccia abuso nell’uso ma perché, se quell’aggettivo legato alla parola futuro ha un senso, ha invece poco a che fare con Fahrenheit 451, il più conosciuto romanzo di Ray Bradbury.

Fahrenheit 451 romanzo bradbury

Lo aveva capito l’autore mentre lo scriveva nel 1950 e poi mentre lo adattava per il teatro nel 1979, liberamente ripreso poi nel 2007 in Italia da Luca Ronconi. L’aveva stracapito François Truffaut, appassionato lettore, nel suo adattamento cinematografico del 1966, che rimane il punto di riferimento per quanto riguarda il rapporto tra il visivo e l’opera letteraria Fahrenheit 451. Scritto a pochi anni dai roghi dei libri prodromi degli stermini nazisti e dallo shock nucleare, tra l’ansia della Guerra Fredda e le paure ataviche del maccartismo − nuova riproposizione anti comunista della puritana caccia alle streghe −, l’opera di Bradbury è una metafora della continua perdita di senso e di libertà del singolo in una proiezione di perenne presente, aiutato dalla influenza e invadenza della nascente televisione commerciale, collocata in un futuro vicinissimo.

Non è un caso che Fahrenheit 451 rispecchi il concetto che fece nascere una trasmissione televisiva americana di culto come Ai confini della realtà, sulla CBS nel 1959 e ideata da Rod Serling che volle Bradbury come collaboratore per tutta la prima serie durata sino al 1964 proprio per significare la fragile soglia tra la realtà e l’incubo sociologico. Truffaut giustamente interpreta questo futuro non futuro come un tempo in cui i riferimenti scenografici e di design alludono al nostro presente e in cui la dittatura del pensiero unico, propagandata attraverso la tecnologia leggera e apparentemente amica, possiede la freddezza dei lager russi.

Si tratta quindi di un romanzo d’anticipazione, di una scrittura popolare di genere che come tutte le metafore ha il difetto di piegarsi completamente al postulato e di non ammettere sfumature ma vivere di contrapposizioni forti che se da un lato sostengono il plot dall’altro indeboliscono i personaggi e l’azione confinandoli nello stereotipo. L’adesione del romanzo ai canoni di genere ha il merito di rilanciare l’idea di un mondo dove l’assenza dei libri (e quindi dei concetti e delle parole) è la naturale conseguenza della dittatura della società dei consumi e dello spettacolo che vede soprattutto nella invasività domestica della televisione. Oggi parleremo della rete e dei social media, il cavallo di Troia per propagandare i suoi messaggi illiberali.

Nel film di Truffaut, Bradbury trova una revisione “obiettiva”, che restituisce quella corrispondenza stilistica con lo scorrere della vita quotidiana e che permette paradossalmente di smussare sia i toni lirici che quelli drammatici, normalizzando e rendendo la storia visiva decisamente meno pulp dell’originale scritto, pur mantenendo l’idea di base come icona, anche visuale, e simbolo universale. Questa scelta, culturalmente europea, da un lato permette, attraverso immagini dove la fantascienza cinematografica si percepisce per sottrazione, di rendere sempre viva e attuale la metafora proposta. Dall’altro lato, ideologicamente, sceglie di perdere il fascino di quella sottocultura di genere che è stato il romanzo fantastico americano degli anni Cinquanta e Sessanta, con tutti i suoi valori e metafore sociali.

Per questo, per parlare del graphic novel Fahrenheit 451, da poco uscito per i tipi di Mondadori Oscar Ink, diventa impossibile non comparare questo adattamento di Tim Hamilton, edito originariamente peraltro nel 2009, non solo con il romanzo di Bradbury, che ne ha riconosciuto in qualche modo l’aderenza alla sua opera, ma anche al più artistico e libero lavoro di Truffaut, che pure aveva ricevuto il placet dello scrittore statunitense nonostante gli evidenti tradimenti al testo.

Hamilton non è sicuramente un esordiente nel mondo dell’adattamento a fumetti di classici della letteratura. Vale per tutti il suo lavoro sul testo di Robert Luis Stevenson Treasure Island, edito negli Stati Uniti nel 2006 e subito diventato un punto di riferimento nell’ambito degli adattamenti. Autore e disegnatore appartenente a quella generazione di passaggio tra fumetto e graphic novel che pur guardando all’estetica del digitale mantiene tra le sue corde artistiche chiari riferimenti ai grandi autori americani ed europei come Milton Caniff, Will Eisner, Alberto Breccia, Josè Gonzales, Esteban Maroto, sceneggiatori come Archie Goodwin e disegnatori come Wally Wood, Neal Adams, Frank Frazetta, Steve Ditko e Al Williamsonm che negli anni Cinquanta e Sessanta lavorarono negli States per la EC Comics − in particolare Al Feldstein, che adattò a fumetti moltissimi racconti di Bradbury − e per la Warren, sulle testate Creepy ed Eerie.

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Fahrenheit 451 fumetto

Hamilton mescola riferimenti al mainstream superoistico d’autore per quanto riguarda la scelta della grafica, un uso espressivo dei colori, evidente sia nelle inquadrature più drammatiche e importanti del racconto sia nella scelta dei cromatismi violenti all’interno di una scala che sta in riferimento al climax più o meno angoscioso del racconto, e la giusta intuizione di creare un’atmosfera e un segno che vogliono evocare, pur rinnovandoli, le trasposizioni a fumetti di quella stagione fanta-horror popolare. L‘autore riesce così a bilanciare un racconto che rischia sempre di essere troppo denso o troppo lirico.

Una scelta estetica, quella dell’uso del colore, che richiama molto dal lavoro fatto da Nicolas Roeg, direttore della fotografia per il film girato da Truffaut, sempre pronto a passare da scene dove il colore assume i toni estetici del bianco e nero e altre sature di colori portati al massimo delle possibilità technicolor. Roeg si ricorderà di questo modello quando girerà come regista, nel 1973, un horror di buona qualità come A Venezia… un dicembre rosso shocking e poi quando adatterà, nel 1976, il capolavoro di Walter Tevis L’uomo che cadde sulla terra, altro racconto fantascientifico fuori dagli schemi.

Fahrenheit 451 di Hamilton è un capolavoro nel suo genere, perché riesce a traslare visivamente il racconto originale dandogli una solidità nuova in grado peraltro di alleggerire le parti meno avvincenti senza dover ricorrere ai “tagli” e alle libera interpretazione di Truffaut. Per quanto a volte eccessivamente prolisso e didascalico, lo scorrere del testo di Bradbury viene reso fluido e accattivante da Hamilton, il quale eccelle nei passaggio tra le ombre e penombre e le esplosioni di luci dei roghi alla temperatura di 451 fahrenheit, concentrandosi sui volti e sui corpi disegnati in modo da dare l’impressione di essere sempre realistici ma al limite del grottesco.

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L’attualizzazione di un genere di narrazione grafica applicato a un romanzo di genere divenuto un’icona della libertà attraverso il mezzo letterario, riporta il racconto alle sue origini scaturite da un clima di orrore sociale seguito al secondo Dopoguerra. I giapponesi crearono mostri e continuano a farlo, gli americani crearono “i confini della realtà” dove scritturi come Bradbury, Matheson, Leibner, Brown, Clarke, Sheckley e Ballard cercavano, con l’aiuto dei grandi classici dell’orrore letterario e della weird fantasy, di esorcizzare la paura per le dittature e del controllo sociale ed economico e nel contempo coltivare la memoria di quello che è stato e non dovrà mai più essere.

Il tema della memoria è centrale nel libro di Bradbury, in quanto solo la memoria può rendere vani per un po’ i roghi dei libri. Ma è la rivolta al sistema che può rendere liberi, perché solo ricordando − come afferma Borges, in Funes, o della memoria, scritto nel 1944 − si rischia di confondere ciò che è vitale con i suoi dettagli.

Tanto più vale il lavoro di Tim Hamilton, al di là dell’omaggio strategico alle produzioni di generi e sottogeneri che si può più o meno cogliere, tanto più lo si confronta con l’ultima realizzazione cinematografica, un tv movie della HBO, realizzato nel 2018 per l’adattamento di Ramin Bahrani, che si adagia in un mainstream sci-fi, politicamente corretto con tanto di personaggio principale interpretato da un attore nero come Michael B. Jordan. Qui, il romanzo di Bradbury, con le sue paure anni Cinquanta ancora drammaticamente attuali, viene relegato a idea di base su cui costruire una iperscrittura inutilmente ridondante di azione e di roghi che si perde nella giostra di una sequela di inutili personaggi, alla maniera delle serie televisive meno accattivanti.

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Hamilton resta fedele al testo non solo nell’interpretazione grafica e nella scrittura, rischiando nelle lungaggini e nel lirismo stereotipo di Bradbury, ma anche compiendo una straordinaria opera di ricostruzione visiva di un testo paradossalmente troppo scritto e troppo ideologico per un romanzo fortemente anti-ideologico. Il ritmo narrativo e le conseguenze visive scelte dall’autore fungono da antidoto a tutto questo, attraverso soluzioni mai di basso profilo ma costantemente in equilibrio tra la freschezza della grafica, le scelte stilistiche che rimandano al cuore del libro e un’ inevitabile sapiente gioco di inquadrature laddove i dialoghi sembrano voler dominare la scena.

Con questi graphic novel si consolida l’idea che il genere “adattamento” sia definitivamente uscito da quel limbo di sottoproduzione utile solo alle strategie marketing all’interno del media system, avendo tutte le carte in regola per aspirare a divenire, come per il cinema, una rilettura utile sia dal punto di vista divulgativo e ridotto del testo ma soprattutto un prodotto artisticamente autonomo, che unisce capacità di sintesi a un grande livello di gradiente comunicativo. Quando il plot incontra la qualità di scrittura e di resa artistica visiva siamo di fronte a un’opera che raggiunge l’eccellenza.

Fharenheit 451
di Tim Hamilton
Traduzione di Adalidia Lussonzer
Mondadori Oscar Ink, giugno 2018
Cartonato, 146 pp a colori
€ 20,00