Sunday Page: Emiliano Pagani su La Lega degli Straordinari Gentlemen

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite Emiliano Pagani, noto per il suo lavoro sulle pagine de Il Vernacoliere, nonché creatore in coppia con Daniele Caluri (con cui forma il duo noto come I Paguri) i fumetti umoristici Don Zauker e Nirvana. La sua ultima fatica, sui disegni di Bruno Cannucciari, è il graphic novel Kraken.

lega gentiluomini alan moore

Devo ammettere che quando mi è stato chiesto di scegliere una pagina per questa rubrica mi sono trovato un po’ in imbarazzo. Non amo (e non riesco a) fare classifiche, per cui avrei potuto scegliere tranquillamente almeno 30 pagine, di fumetti completamente diversi: dal comico, al grottesco, fino al super eroistico o al graphic novel intimista.

Poi, alla fine, mi sono deciso e ho scelto questa pagina della Lega degli Straordinari Gentlemen perché è una di quelle che cito più spesso, quando tengo dei workshop di fumetto e perché la prima volta che l’ho letta mi ha sorpreso, meravigliato ed eccitato, allo stesso tempo.

Ce la racconti?

Innanzitutto le premesse: Hyde e Griffin (l’uomo invisibile) insieme a Nemo e Allan Quaintermann, fanno entrambi parte della Lega degli straordinari gentiluomini, capitanata da Mina Murray. Hyde non sopporta Griffin il quale ci mette anche del suo tradendo i compagni e picchiando Mina. O almeno, così pare, considerato che, essendo invisibile, Griffin agisce senza che nessuno possa provare il suo tradimento.

Poche pagine prima, Hyde entra in un salone del British Museum. Appena arrivato davanti al museo, Hyde chiude gli occhi e inspira con il naso, poi li riapre con grande soddisfazione. Apre la porta e qui vediamo nelle tre vignette di mezzo, che sono di fondamentale importanza, il dettaglio della mano di Hyde che si chiude la porta a chiave, dietro le spalle e si mette la chiave nel taschino. Poi il campo si allarga e vediamo Hyde che entra nel salone, commentando da solo quello che vede, che prova o che ha intenzione di fare, come molti personaggi dei fumetti solitamente fanno.

Canticchia, si siede, prende il giornale e continua a parlare da solo. Forse è impazzito. In fondo un po’ pazzo lo è. E anche violento e incontrollabile. Invece no, Hyde sta parlando con Griffin. L’uomo invisibile è nella stanza ma noi, appunto, non lo vediamo. Hyde però sì. Hyde ha un olfatto da animale e lo fiuta (ricordate? appena sceso dalla carrozza stava inspirando forte con il naso).

Griffin pensa che basti star fermo e non far rumore per non essere scoperto, ma con Hyde questo trucco non funziona. A questo punto Hyde inizia a muoversi da solo. La sua è quasi una danza, ma in realtà è riuscito ad agguantare Griffin e lo sta picchiando. Può farlo sentendosi legittimato dal fatto che Griffin è un traditore e soprattutto perché Griffin è invisibile e le prove della sua violenza non potranno essere viste dagli altri. L’unica prova della presenza di Griffin è il vetro della finestra che si incrina, quando Hyde ci avvicina la mano.

«Questa è vita» sentenzia Hyde, come voce off sullo stacco che ci mostra le nuvole che si addensano sopra il museo, preannunciando il temporale. La vicenda si sposta altrove, con altri personaggi. Dopo 4 pagine, torniamo al museo. Hyde si è ricomposto. Spostando leggermente una tenda dalla finestra vede che la carrozza con i suoi ospiti sta arrivando. Si sente felice, soddisfatto e ha fame, dice a voce alta, da solo.

Stacco. Hyde si siede a tavola con gli altri commensali. Parlano del più e del meno. Anzi, no. Hyde parla male del Dr. Jeckyll, sostenendo che, adesso che se ne è liberato, si sente finalmente libero e senza freni inibitori.

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Tutta la sequenza ci mostra Hyde seduto a capotavola, con una bella camicia bianca sotto la giacca davanti ad una grande tavola apparecchiata con una candida tovaglia. Mentre parla, e mentre ascolta le domande degli altri, iniziano a formarsi sulla sua camicia alcune minuscole macchie rosse. Piccolissime al punto che ad una prima lettura non le noterete e dovrete tornare indietro, come ho fatto io, come abbiamo fatto tutti.

Poi anche sulla tovaglia. Poi sempre più grandi, mentre Hyde, tranquillo e sereno, continua a parlare. Alla fine sia la camicia di Hyde che la tovaglia sono completamente macchiate di rosso. Gli altri si allarmano e chiedono cosa succede. Hyde, continuando a mangiare, risponde che è Griffin che è probabilmente morto nella stanza accanto e, morendo, è tornato visibile.

Nemo corre nell’altra stanza e si trova davanti uno spettacolo disgustoso che noi non vediamo ma che intuiamo, in maniera ancora più potente, dalla tovaglia e dalla camicia di Hyde che adesso sono un vero e proprio lago di sangue.

Perché, allora, hai scelto proprio questa sequenza?

Abbiamo visto che Moore usa tutti gli strumenti che il medium fumetto gli concede per portare avanti la narrazione. I personaggi parlando di cose, mentre ne fanno altre e la comunicazione con il lettore va avanti su due livelli: verbale e visivo.

Abbiamo visto che suggerire è infinitamente più potente che mostrare. Vedere il lago di sangue con Hyde che, noncurante, continua a ridere e mangiare composto e sentire Nemo che grida dall’altra stanza ci fa immaginare una scena agghiacciante che probabilmente nessun disegnatore sarebbe mai riuscito a rendere con altrettanta forza.

Abbiamo visto che i dettagli sono importantissimi e ci consentono di veicolare messaggi, risparmiando spazio nei balloon, spazio che possiamo usare per promuovere altre informazioni o suggestioni. La stessa cosa vale per le espressioni facciali. Le espressioni che fa Hyde quando annusa l’aria fuori dal museo, quando entra fischiettando nella stanza e quando mangia a tavola ci descrivono il personaggio meglio di mille parole.

Scrivere solo i dialoghi, senza pensare alle azioni, agli scenari, ai dettagli e alle espressioni è un errore clamoroso, oltre che una terribile occasione sprecata. Moore, in questa sequenza ci insegna che, riuscire a calibrare bene ogni ingrediente porta a risultati strabilianti, per il lettore.

Ti ricordi quando e come hai scoperto quest’opera?

A Lucca. Non essendoci a Livorno fumetterie fornitissime aspetto sempre con impazienza Lucca Comics (o anche altre fiere) per fare scorta di fumetti. Essendo un appassionato di Moore (ma non solo, amo anche Ennis, Morrison, Aaron e ultimamente stravedo per Tom King) cerco di procurarmi ogni sua cosa che riesca ad avere una distribuzione decente, in Italia.

Qual è la lezione più importante, se c’è, che hai appreso da questo fumetto (o dal lavoro di Moore in generale)?

Non so se sia riuscito o meno ad apprendere qualcosa, spero di sì. Diciamo che di Moore amo il fatto che, come ho scritto anche sopra, usi tutti i possibili canali di comunicazione con il lettore per poter portare avanti la narrazione su più livelli, per passare informazioni, per evocare suggestioni, etc…

Ma non solo. Alan Moore non scrive semplici storie a fumetti, crea mondi. Innanzitutto scrive sceneggiature dettagliatissime, inserendo nelle sue pagine anche cose che non necessariamente dovranno finire nel fumetto ma che sono utilissime per trasportare il disegnatore nell’atmosfera e nello spirito di ciò che dovrà disegnare ma non solo.

Crea anche tutto un mondo parallelo, fatto di finti ritagli di giornale, finte pubblicità, finte foto d’epoca. Costruisce, insieme alla storia, tutto un mondo parallelo ma anche antecedente e rimanda suggestioni per un possibile scenario successivo. Fa un lavoro enorme che, a mio modo di vedere, riesce a coinvolgere il lettore più attento, in modo che non abbia l’impressione di leggere una storia a fumetti ma si senta perfettamente calato in quel mondo.