C.B. Cebulski, il capo globetrotter della Marvel

L’editor-in-chief di Marvel Comics C.B. Cebulski sarà presente a Lucca Comics and Games 2018, dall’31 ottobre al 4 novembre, in collaborazione con Panini Comics.


Cebulski marvel editor in chief

«Tutti noi della Marvel diamo il benvenuto nelle Casa delle Idee a C.B.-san!» Si concludeva così il comunicato stampa che nel 2002 accoglieva il nuovo editor associato di Marvel Comics, C.B. Cebulski, chiamato in azienda per le sue esperienze con il mercato orientale. Col senno di poi, una scelta non felicissima. Per spiegare il perché, bisogna prima raccontare chi è C.B. Cebulski, editor-in-chief di Marvel Comics dallo scorso novembre.

Origini segrete

Fin dalla più tenera età, Chester B. Cebulski è stato un appassionato di fumetti. A Stoccolma, dove passò gli anni della giovinezza, imparò a leggere su Asterix e Obelix, I Puffi e Lucky Luke, ma la scintilla scoccò solo con Uncanny X-Men #120, realizzato dallo storico team creativo Chris Claremont/John Byrne. Cebulski aveva 6 anni.

Il passaggio dalle letture sparute agli abbonamenti e poi a lavorare come commesso in una fumetteria fu breve. Prima di trasferirsi in America, Cebulski passò una parte dell’adolescenza in Giappone, dove venne a contatto con i manga, inglobando nelle sue letture un altro modo di fare fumetti.

Capì che i comic book erano la sua passione e che avrebbe voluto farne un lavoro. Scartata la carriera da scrittore («Capii di non essere abbastanza bravo»), iniziò a lavorare negli Stati Uniti come agente e traduttore freelance. Ingaggiato da Central Park Media, contribuì a portare nel mercato statunitense titoli come Record of Lodoss War, Slayers, Plastic Little, Geobreeders e Dark Angel. Il suo rapporto con l’industria giapponese lo aiutò a legare con diversi autori di manga (Yoshitoshi Abe, Range Murata, Kia Asamiya) che poi avrebbe ingaggiato per realizzare fumetti occidentali.

La reputazione di “esperto di manga” convinse Marvel Comics ad assumerlo prima come consulente per l’evento Mangaverse e poi come editor associato, dopo che i vertici si erano accorti che «i manga e gli anime sono più di una moda passeggera» e che i fumetti nipponici avrebbero potuto attrarre lettori giovani e soprattutto l’elusivo pubblico femminile.

mangaverse

«C.B. era destinato a lavorare con noi» spiegò Joe Quesada, all’epoca editor-in-chief della compagnia. «Non perché ha contatti nel mondo dei manga, non perché ha buon gusto in fatto di storie e disegni, e nemmeno perché parla giapponese e potrà portare in Marvel i migliori artisti del Giappone. No, vedete, è perché ognuno alla Marvel ha un soprannome creato da me e Bill Jemas e ne abbiamo uno grandioso per C.B.! Quindi voglio che diate il benvenuto nel team a C.B.-san!»

L’assunzione di Cebulski produsse risultati immediati. Il neo-editor chiamò Kia Asamiya (Silent Möbius, Dark Angel, Compiler) e Katsuya Terada (Blood: The Last Vampire) per disegnare copertine e brevi cicli degli X-Men; varò l’etichetta Tsunami, che flirtava con l’Oriente e da cui uscirono prodotti sfortunati ma anche lavori imprescindibili come Runaways; portò un gusto fusion più nei disegni che nelle storie, grazie all’arruolamento di disegnatori che al mondo giapponese strizzavano l’occhio come Takeshi Miyazawa, Mark Brooks, Joshua Middleton, Adrian Alphona (tutta gente che ora ha uno stile diversissimo e che forse quel gusto orientale lo aveva incorporato più per comodità che per urgenza espressiva).

La cotta della Marvel per l’Oriente ebbe vita breve. Nessuno dei progetti legati alla linea Tsunami vendette bene e Cebulski lasciò la Marvel nel 2006 per tentare la strada da sceneggiatore. Per Image Comics scrisse Drain, storia di vendetta con protagonista un vampiro proveniente dal Giappone, e Wonderlost, serie sull’innamoramento adolescenziale con spunti autobiografici.

Dopo nemmeno un anno tornò in Marvel con un contratto in esclusiva, questa volta in veste di editor e talent scount. Se, da una parte, il suo lavoro di editor non può dirsi memorabile (Marvel Fairy Tales, I Love Marvel), quello come pigmalione fece sbocciare le carriere di Skottie Young, Adi Granov, Sara Pichelli, Phil Noto, Steve McNiven e Jonathan Hickman, tra i tanti.

Espansione globale

Dal 2011, Cebulski è stato al centro dell’espansione globale di Marvel Entertainment supervisionando la sezione International Development Brand Management. In particolare si è occupato dell’Oriente, a Shanghai, dove ha passato 18 mesi a colonizzare il continente asiatico, stringere rapporti e reclutare nuovi autori. Sotto la sua guida, Marvel ha siglato intese in tre mercati chiave come Giappone, Corea e Cina attraverso i sodalizi con Kodansha, Daum e NetEase.

Esportare, dice Cebulski, non è la riposta giusta perché «ci sono differenze sostanziali nella struttura del racconto e i prodotti americani non venderebbero». La risposta giusta è creare contenuti su misura per quel pubblico. È del novembre 2017 invece la nomina a editor-in-chief (EIC) di Marvel Comics.

cebulski lucca comics

Che Cebulski sia ospite a Lucca Comics & Games è una mossa coerente per l’editor-in-chief che più sta girando il mondo, nonché il primo a sbarcare nel nostro paese. È stato l’uomo di punta per il reclutamento di nuovi artisti (molti dei quali italiani) durante le gestioni dei precedenti editor-in-chief Joe Quesada e Axel Alonso e non stupisce che gli sia rimasta addosso l’attitudine da globetrotter. L’estate scorsa l’ha passata girando tra le convention americane e a settembre ha presenziato al comic-con di Stoccolma, una tabella di marcia inedita per un editor-in-chief.

Da parte della casa editrice c’è anche la volontà di comunicare al pubblico l’arrivo di una nuova Marvel, inclusiva e globale. Una Marvel che è orfana di un volto pubblico da ormai molti anni. In tal senso, Cebulski è l’uomo con il profilo migliore. Si è infatti fatto conoscere per i suoi Chester Quest, i tour mondiali alla ricerca di nuovi artisti da impiegare sui fumetti Marvel, e di sicuro il suo nome è girato tra i lettori più di quello di Axel Alonso, il precedente editor-in-chief.

Il mandato di Alonso è terminato dopo 7 anni in cui ha traghettato la casa editrice attraverso la rivoluzione cinematografica della consorella Marvel Studios, gli instant reboot sulla scia della rivale DC Comics, l’introduzione di una massiccia diversificazione rappresentativa (che ha toccato personaggi come Spider-Man, Ms. Marvel, Iron Man, Thor e Capitan America) e lo sconquassamento generale di Secret Wars, responsabile dell’ennesimo azzeramento narrativo.

Cresciuto sotto l’ala protettrice di Karen Berger e dell’etichetta Vertigo – per la quale aveva curato in veste di editor serie come Hellblazer, Black Orchid 100 Bullets –, Alonso era approdato in Marvel al cambio di secolo, supervisionando il parco testate dell’Uomo Ragno, una scelta controintuitiva per l’uomo che aveva tenuto a battesimo Preacher. Molto più intuitiva, dato il suo curriculum, la partecipazione alla costruzione della linea Marvel MAX, riservata a fumetti dalle tematiche più adulte. Grazie a lui, la Marvel è riuscita ad assoldare autori come Garth Ennis, Peter Milligan e Frank Cho.

Alonso era diventato editor-in-chief nel 2011, dopo il “regno” di Joe Quesada, uno dei più lunghi e di certo anche dei più influenti, non solo per Marvel ma per il settore tutto, in termini di percezione pubblica e metodologica lavorativa (fu Quesada per primo a spostare l’accento sugli sceneggiatori, dopo la sbornia di potere ai disegnatori negli anni Novanta). Alonso, scrivevano sul New York Times all’alba della sua nomina, è stato «uno dei pochi nella storia della compagnia a ottenere l’incarico senza tumulti o spargimenti di sangue aziendali» e ha proseguito le linee editoriali di Quesada. Dopotutto, ne era l’allievo più diligente.

Jesse Schedeen su IGN rilevò come Alonso, nonostante gli apporti originali (l’aumento di diversità nella rappresentazione dei personaggi), abbia tentato di proseguire sul solco di Quesada senza però averne la fermezza decisionale: «Guardando indietro alla sua gestione, non sembra che la compagnia avesse una visione chiara e decisa. […] Non c’era una filosofia a guidare le scelte, se non quella di “fare più cose che funzionano, meno di tutte le altre”».

Come per Alonso, le sfide che ha di fronte Cebulski sono molte e i problemi sono tanto esterni (la chiusura di negozi e catene, sia settoriali che generalisti, la minaccia della pirateria digitale) quanto interni (il rischio di una bolla speculativa provocata dai continui rilanci, strategie narrative ed eventi promozionali che non riescono a attirare nuovi lettori e/o a mantenere lo zoccolo duro).

La soluzione pare essere quella di diventare globali ed espandersi oltre i confini delle nuvolette parlanti. «Il modo in cui è stato annunciato il suo ingaggio e, in realtà, il suo ingaggio stesso ci danno un indizio sulle strategie future della Marvel», scrive The Beat. «È chiaro che l’editore pensa che i soldi si trovino fuori dai tradizionali canali fumettistici».

Le accuse e le polemiche

Ma cosa c’entra quel «C. B.-san!» con cui Quesada lo aveva appellato al suo arrivo in Marvel? A neanche un mese dalla sua nomina, nel dicembre 2017, si scoprì che all’inizio degli anni Duemila Cebulski aveva sceneggiato alcuni fumetti usando lo pseudonimo Akira Yoshida. La rivelazione suscitò polemiche che si estesero anche al di fuori dei confini dell’ambiente fumettistico. L’accusa rivoltagli fu quella di appropriazione culturale.

La notizia circolava, non confermata, da tempo: il podcast di Gregg Schiegel, ex-dipendente Marvel, imbastiva una storiella in cui, cambiando i nomi, raccontava la vicenda di Cebulski. Anche Rich Johnston di Bleeding Cool ne era venuto a conoscenza, ma nessuno poteva o voleva confermare la notizia.

Brian Cronin, curatore della rubrica Comic Books Urban Legends Revealed, spiegò di aver trattato la faccenda anni addietro, scoprendo che in effetti nessuno degli editor che lo avevano supervisionato o dei giornalisti che lo avevano intervistato era mai entrato in contatto diretto con lo scrittore. Tutti gli scambi erano avvenuti via e-mail. Ma la testimonianza dell’editor Mike Marts aveva bruciato la pista: «Ci puoi scommettere [che l’ho incontrato]. Ci ho pranzato assieme. È un tipo a posto». Le parole di Marts erano bastate a Cronin per bollare la notizia come una bufala. E lo stesso aveva fatto Rich Johnston dopo che diverse sue fonti avevano attestato l’esistenza di Yoshida.

«Ho smesso di scrivere con quello pseudonimo dopo un anno» ha ammesso Cebulski, che all’epoca dei fatti era un editor di belle speranze. «Non era trasparente, ma mi ha insegnato un sacco di cose sulla scrittura, la comunicazione e la pressione».

All’epoca la Marvel non permetteva ai propri dipendenti di scrivere o disegnare fumetti, «o almeno che non venissero pagati per il lavoro. Prima dell’arrivo di Joe Quesada, gli editor erano soliti scrivere fumetti per altri supervisori, a volte reciprocamente, ed era vista come una pratica di corruzione».

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Prima di questa rivelazione, Akira Yoshida era noto come sceneggiatore meteora il cui merito maggiore era stato quello di scrivere uno dei rarissimi incontri tra X-Men e Fantastici Quattro (X4: X-Men/Fantastic Four), oltre a una serie di progetti medio-piccoli e con agganci all’Oriente, come X-Men: L’era di Apocalisse, Wolverine: Soultaker, Kitty Pryde: L’ombra e la fiamma, Elektra: La Mano tutti sceneggiati nello stretto arco temporale di 12 mesi, tra il 2005 e il 2006.

Yoshida era arrivato addirittura a vedere pubblicato il proprio nome su quattro testate contemporaneamente. Da anni, però, si erano perse le sue tracce. Non si sapeva nemmeno che faccia avesse e il suo retroterra restava avvolto nel mistero se non per qualche dichiarazione concessa ai siti americani. Di recente, una delle sue storie, Elektra: The Hand, rimasta inedita nel nostro paese per più di dieci anni, ha visto la luce sul mensile di Panini Comics Daredevil.

In seguito alla nomina di Cebulski il segreto è riemerso a galla, e così l’autore ha informato la Marvel dell’accaduto, sperando che «potesse essere archiviato tra le vecchie notizie». Invece, il fatto si è elevato dall’essere una curiosità innocua ed è stato ripreso dalle testate generaliste (LA TimesGuardianVariety) a causa delle critiche piovute su Cebulski, reo di aver violato il codice etico e di aver utilizzato un nome giapponese per scrivere storie con echi orientaleggianti.

L’accusa è stata quella di appropriazione culturale, di yellowfacing, la rappresentazione stereotipizzante di un personaggio orientale, e di whitewashing, l’abitudine di far interpretare personaggi di una certa etnia ad attori caucasici. Gli esempi, nel cinema statunitense, sono molti (dalle macchiette di Colazione da Tiffany e Cloud Atlas al casting desensibilizzante di Scarlett Johansson e Emma Stone rispettivamente in Ghost in the Shell e Aloha), ma per il fumetto rappresenta un caso unico.

«Cebulski presentava una visione della cultura giapponese insolita abbastanza da sembrare esotica, ma comunque allineata ai pregiudizi occidentali» ha detto la studiosa Kelly Kanayama a The Atlantic.

A soccorrere Cebulski è arrivata Sana Amanat, editor responsabile del successo di Ms. Marvel: «C.B. è molto sensibile alle culture altrui. Ha vissuto in Giappone, parla giapponese. Ha esperienza con la cultura del luogo».

Liquidando l’infrazione della politica Marvel («È qualcosa che ha fatto solo per provare a fare lo scrittore» ha detto a Channel News Asia), la Amanat si è concentrata sulla presunta appropriazione culturale dell’autore: «Credo che, quando c’è la possibilità di creare sensibilizzazione nei confronti di un particolare personaggio, asiatico o nero che sia, quella deve essere la nostra priorità. Raccontare una storia autentica, onesta e divertente su quei personaggi. Perché è così che si costruisce sensibilizzazione attorno a uno specifico gruppo culturale».

Certo, ha chiosato l’editor, assumere le giuste persone che realizzino questi fumetti è importante, ma lo è ancora di più «fare in modo che questi personaggi raggiungano il pubblico». Amanat ha citato l’esempio di Brian Bendis, «il più bianco tra i bianchi», che però ha una figlia afroamericana: «Dobbiamo smetterla di screditare le persone quando tentano di fare promozione culturale. Così non facciamo altro che creare una linea divisoria ancora più profonda tra le culture. Dobbiamo iniziare a comunicare».

La questione negli Stati Uniti è particolarmente sentita. Nel 2015, un pezzo del New Yorker affrontava il tema dell’uso di pseudonimi asiatici da parte di autori occidentali scrivendo: «Sembra in qualche modo più facile fingere l’Asia, una terra distante e imperscrutabile a molti americani. Mentre altre truffe funzionano perché sono ben progettate, quelle che riguardano gli asiatici se la cavano con qualche dettaglio, fintanto che quei dettagli sembrino “asiatici” a sufficienza».

Quella che è stata definita come «speculazione orientalista» è oggetto di discussione attuale, nell’anno del successo di Crazy & Rich, primo film di una major con un cast di nippoamericani dai tempi de Il circolo della fortuna e della felicità (era il 1993). Forse anche per questo, lo scorso giugno, Cebulski ha ribadito alla CBS di «aver commesso scelte sbagliate in passato, scelte che rimpiango. Ho fatto ammenda e sto cercando di lasciarmelo alle spalle».

Cebulski ora è la voce più grossa della “Hulk room”, la stanza per le conferenze che Dave Itzkoff sul New York Times descrisse come «l’incrocio simultaneo tra una corporazione, lo staff di uno show televisivo e un gruppo di trader della Borsa di New York».

«Spero di costruire storie che restino fedeli al DNA Marvel ma che implementino un assetto mentale globale», sono state le parole del neo caporedattore, che si è imposto da subito come quello con la mentalità più manageriale e meno interessata allo shock factor delle storie: «Dobbiamo riflettere ciò che succede nel mondo, ma a volte è meglio se gli eroi Marvel non si colorino troppo politicamente o incanalino le opinioni di chi li scrive. Dobbiamo trovare un equilibrio».