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“First Man – Il primo uomo”, la recensione

Ci sono alcune cose belle da dire e alcune osservazioni critiche da fare a First Man – Il primo uomo, il film diretto da Damien Chazelle e sceneggiato da Josh Singer, adattamento della biografia ufficiale First Man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansen pubblicata nel 2005 e tradotta in italiano da Rizzoli.

Il film è interpretato da Ryan Gosling (l’attore preferito del giovane regista Chazelle, già visto in La La Land, e per quel che ci riguarda qui visto anche in Blade Runner 2049) e l’intensa Claire Foy.

La pellicola è difficile da inquadrare. Dovrebbe essere la storia dello sbarco sulla Luna, almeno dal punto di vista dello spettatore che non ha ben capito che film sia. Lo è, per carità. Ma è anche la storia di un uomo, Neil Armstrong, che incidentalmente è anche il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna. Ma che soprattutto è un uomo che ha perso la figlia ancora molto piccola per un tumore. Un uomo che è in difficoltà, fa comprensibilmente fatica a rimettere assieme i pezzi del suo cuore e della sua famiglia, per andare avanti fino alla missione dell’Apollo 11 che l’ha in effetti portato sulla Luna. Insomma, c’è la Luna, ma non è realmente di quello che parla il film.

First Man è un film intimista, molto psicologico, girato con un carnet di tecnologie diverse (c’è anche l’Imax che avrebbe dovuto fare da ciliegina sulla torta quando Armstrong sbarca sulla superficie lunare e si guarda intorno con un’epica e silente panoramica a 270 gradi) e pensato per sporcare l’immagine il più possibile.

In lingua originale risulta notevole la qualità non solo dell’audio ma anche della recitazione degli attori. Al critico del New York Times, ad esempio, (che è uno tra l’altro a cui il film non è piaciuto), è saltato all’occhio anzi all’orecchio l’investimento di Claire Foy, che trasforma la sua altera pronuncia reale (lei è inglese ed è diventata famosa interpretando la regina Elisabetta II nella serie The Crown) in uno sciatto accento del Midwest.

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E di chicche come queste ce ne sono ovviamente a centinaia: consideriamo solo la puntigliosità maniacale con la quale vengono ricostruite tutte le tecnologie, le ambientazioni, gli apparecchi usati dagli astronauti e più in generale all’epoca (siamo negli anni Sessanta, il periodo dei “Mad Men”, sempre per parlare a chi ha esperienza di quell’epoca storica tramite la fiction televisiva). C’è tutto, anche la ricostruzione degli aerei e dei razzi vettore utilizzati in quell’epoca (Armstrong, ex militare, entra nel film come pilota civile collaudatore di aerei militari per il National Advisory Committee for Aeronautics).

C’è la serie infinita di errori e incidenti, le morti degli astronauti in voli di prova o in banali incidenti aerei, c’è la spinta di una generazione per arrivare a conquistare la Luna, obiettivo di altissimo livello che per gli americani è una sfida epocale, ma è anche l’unico modo per rimettere in pari la gara per la conquista dello spazio e quindi la supremazia tecnologica (leggete fra le righe: missili per tirare bombe atomiche ovunque sul pianeta) che stavano perdendo con i sovietici.

Un particolare che rende l’idea: c’è tutta una mistica fra gli appassionati di orologi su quali modelli siano stati utilizzati (e come) dagli astronauti. Nell’era pre-digitale, quando c’erano solo pochi primissimi computer pensati da Ibm proprio per la Nasa che davano informazioni a bordo e stavano accanto ai regoli calcolatori per la navigazione aerea e marittima (volare e navigare richiede calcoli pieni di logaritmi), il miglior amico del pilota era il cronografo di precisione al polso, che serviva per prendere il tempo di tante cose che accadevano (tot secondi di spinta, tot secondi di virata, tot secondi di salita, tot secondi di cabrata).

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L’orologio Omega Speedmaster indossato da Ryan Gosling in una scena del film

Ecco dunque il Ryan Gosling astronauta con al polso un Omega Speedmaster, l’orologio che la Nasa aveva selezionato, anzi qualificato per il volo spaziale (la referenza completa è Speedmaster ST 105.003).

Gli orologi di Omega, sempre dei cronografi Speedmaster, hanno accompagnato i voli delle serie Mercury, Gemini (che la gente della Nasa nel film pronuncia correttamente “ge-mi-ni” e non “ge-mi-nai” come invece fanno spesso gli anglosassoni quando parlano del segno zodiacale dei gemelli), Apollo, Skylab e Apollo-Soyuz, fino ad arrivare alle missioni della International Space Station di oggi.

Ma non finisce qui. Infatti ci sono altri due orologi sempre di Omega: uno è il cronometro usato dalla Nasa per prendere il tempo ad esempio delle simulazioni a terra dagli ingegneri, ed è un Omega Speedmaster Stopwatch.

Invece Gosling/Armstrong utilizza un altro orologio, sempre di Omega (ed è filologicamente corretto nel senso che Armstrong lo utilizzava dagli anni Cinquanta), quando non lavorava ancora per la Nasa o quando non era impegnato in missione. Si tratta di un Omega CK 2605. Orologio da uomo, in un’epoca pre-smart watch che vedeva nell’orologio da polso un oggetto maschile molto particolare, in parte gioiello ma in parte anche strumento di precisione per attività di vario genere.

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L’orologio Omega CK-2605 usato da Armstrong quando non lavorava per la NASA e indossato da Ryan Gosling nel film

Un immaginario perfettamente ricostruito che fa da sfondo a una regia intimista, con primi piani, mossi, sfocati, immagini sporcate, la grana della pellicola, i passaggi fluidi e mossi, con la recitazione quotidiana che gioca sulla figura di Armstrong, un ingegnere di poche parole, un uomo solido, capace di incassare un colpo dopo l’altro, assolutamente privato (a differenza dell’estroverso ed eccessivamente loquace e sincero Buzz Aldrin) ma intenso in una maniera difficile da rendere.

Gosling è bravo a interpretare questa figura che cerca di tenere il passo con il suo dolore interiore e lo usa per andare avanti, giorno dopo giorno, controllandolo e sfruttandone l’enorme energia che la rabbia provocata dal lutto porta con sé, sino a che non arriva finalmente sulla Luna.

Certo, chi si attendeva il solito film di esplorazione spaziale, con marcette che segnano il ritmo, gente che fatica, lavora, viene sconfitta, riparte e fatica e lavora ancora di più, sino alla vittoria finale (un tempo avremmo detto “la solita americanata”) qui si trova in fuori gioco. Cerca nel posto sbagliato.

Invece, Chazelle ha costruito una macchina da notte degli Oscar, che probabilmente farà una strage di premi, montando diligentemente la fredda passione del suo personaggio attorno a una storia vera in cui l’eccezionalità sta nella maturità e profondità delle emozioni. Una storia ancora più spettacolare di quanto non sia possibile prevedere, senza però spettacolarizzarla inutilmente.

Si può preparare la visione del film con la lettura della biografia di Armstrong, scritta come detto da James R. Hansen, oppure leggendo il classico del fumetto di Herge, Obiettivo Luna e Uomini sulla Luna, rispettivamente sedicesimo e diciassettesimo capitolo delle avventure di Tintin (pubblicati nel 1953-1954), pensando che l’anno prossimo, nel 2019, fanno 50 anni dallo sbarco del primo uomo sulla Luna.

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