Focus Profili Diventare leggenda: Leiji Matsumoto e il suo immaginario

Diventare leggenda: Leiji Matsumoto e il suo immaginario

Leiji Matsumoto sarà tra gli ospiti internazionali di Lucca Comics and Games 2018, dall’31 ottobre al 4 novembre.


Leiji Matsumoto

È difficile affrontare un discorso come quello relativo alla carriera di Leiji Matsumoto. È complesso sviscerare gli elementi costitutivi di una poetica limpida ma stratificata, capace di interconnettersi con il tessuto sociale e politico del suo paese. È difficile poter riassumere in poche righe la vastità rappresentata dall’importanza in termini culturali che Matsumoto ha rappresentato negli anime e nei manga che ha disegnato, scritto o curato.

Eppure ancora oggi, nonostante gli anni, nonostante i mutamenti di interesse derivanti dal cambio generazionale, nonostante l’animazione nipponica e i manga abbiano vissuto una radicale rivoluzione, Leiji Matsumoto vive di un culto di cui pochi possono godere.

Matsumoto è di un’altra generazione, fa parte di un Giappone che non esiste più, eppure, tramite i suoi lavori, si è costituito ponte, elemento di congiunzione fra epoche e immaginari diversi. Si pensi banalmente al suo anno di nascita: 1938. Nato prima della guerra, prima dell’atomica, prima di un periodo storico destinato a trasformare il Giappone, Leiji Matsumoto (pseudonimo di Akira Matsumoto) iniziò sin da subito a disegnare, arrivando a pubblicare a soli 16 anni il suo primo manga (Mitsubachi no bōken, ovvero Le avventure di un’ape). Poco dopo approdò al genere che più gli sarebbe divenuto congeniale: la fantascienza.

Nel 1968 uscì nei cinema 2001: Odissea nello spazio, nel 1972 Solaris di Andrej Tarkovskij. Star Trek e la sua epopea ebbero inizio nel 1966. La fantascienza classica, in termini di audiovisivo, fu superata da una fantascienza più concettuale eppure affascinante, astratta ma anche coinvolgente. Nell’ambito dell’animazione, chi seppe introdurre in Giappone la fantascienza fu sicuramente Osamu Tezuka con il suo Astro Boy (Tetsuwan Atomu), ma chi riuscì a imporlo come genere di riferimento nel corso degli anni Settanta fu Leiji Matsumoto.

Tra fumetto e animazione

Per sintetizzare l’importanza di un gigante come Leiji Matsumoto, ha senso identificare tre elementi del suo lavoro, a loro volta simboleggiati da un titolo iconico della sua produzione. Il primo riguarda la sua attività poliedrica. Matsumoto è stato in grado di portare avanti in parallelo due carriere: quella fumettistica e quella nel mondo dell’animazione. Questa interconnessione di linguaggi simili ma diversi ha fatto sì che la sua figura si imponesse a 360 gradi. Parlare di manga implica parlare di anime e viceversa.

In Giappone i mercati sono fortemente intrecciati fra loro, e portare avanti un discorso che esuli uno o l’altro mercato sarebbe fuorviante. Leiji Matsumoto ha saputo attraversare e rappresentare l’intera industria nipponica attraverso due delle sue forme più incisive e fondamentali. In veste di autore di manga e di animatore è riuscito a raccogliere ben più visibilità di quanto avrebbe fatto con un solo universo mediatico. Non solo: è riuscito a intrecciare in maniera ancor più indissolubile i due settori. Sembra una banalità, ma è un elemento fondamentale.

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leiji matsumoto yamato

Si pensi all’attività di Tezuka: anche lui aveva capito la necessità di raccontare le sue storie attraverso linguaggi e piattaforme diverse eppure riflettenti. Questo elemento può essere facilmente esemplificato dal primo grande successo di Matsumoto, La corazzata Yamato, nato in forma animata nel 1974 e successivamente divenuto manga (di cui Matsumoto era autore unico) nel 1975. Se è vero che col tempo Matsumoto non ha saputo reinventarsi, rimanendo bloccato all’interno di universi narrativi divenuti nel frattempo gigantesche icone, è altresì vero che nel passaggio dall’animazione alla carta (o viceversa) l’autore è stato in grado di regalare sfumature assai diverse, e Yamato ne è un esempio lampante.

Nella serie animata il suo contributo (Matsumoto ne curò il design e la regia) ha fatto sì che La corazzata Yamato diventasse un luogo avventuroso e meraviglioso, una space opera che si manteneva in equilibrio fra la riflessione e l’intrattenimento, senza dimenticare gli spettacolari design. Nel manga Matsumoto ebbe la possibilità di elaborare una storia più intima ma epica al tempo stesso, dalla quale emergevano con più chiarezza le tematiche pacifiste ed ecologiste.

Un’ideologia di fondo

Il secondo elemento riguarda le tematiche affrontate da Matsumoto. Forse non è un caso che la sua carriera sia decollata all’inizio degli anni Settanta, dopo gli smottamenti di una generazione protagonista del ’68 nipponico e desiderosa di smuovere le coscienze politiche e sociali dei propri concittadini. Di quella generazione facevano parte Isao Takahata, in parte Hayao Miyazaki, Mamoru Oshii. Matsumoto aveva vissuto la Seconda guerra mondiale, aveva vissuto l’occupazione statunitense e gli effetti sulle nuove generazioni, aveva visto gli effetti dello shock petrolifero, della crisi economica e del boom.

Matsumoto conosceva bene le dinamiche e gli elementi costitutivi della società in cui viveva, e quelle suggestioni, quegli apparati ideologici li traslò nelle sue opere. Pensate a La corazzata Yamato, in cui la protagonista è un’astronave con lo stesso nome di una nave da battaglia orgoglio della marina militare del Giappone militarista. Ma nella serie animata e nel relativo manga omonimo essa diventa lo strumento attraverso cui credere e sperare in un futuro migliore.

Capitan Harlock, probabilmente, era ancora più definitivo nel suo schierarsi su un fronte ideologico. Ampliando l’universo narrativo di Yamato, Matsumoto creò un personaggio talmente iconico e affascinante da divenire ben presto cult. Nel raccontare la storia del capitano Harlock, un pirata che combatte contro l’apatia che contraddistingue il genere umano che vive sulla Terra, Matsumoto compie un gesto dalla forte valenza politica. Per sua stessa essenza Harlock, che è un utopista, è destinato a fallire in nome di un ideale più grande di lui, più grande di tutti.

Harlock ha un sogno: la concretizzazione dei concetti di origine umanista (con sfumature romantiche) di inclusione, tolleranza e indipendenza mentale. Harlock è talmente fuori dagli schemi e dai prodromi dell’eroe classico (infatti è un anti-eroe) da parteggiare spesso per coloro che sono percepiti come nemici. L’esempio più evidente sta nella sua sensibilità nei confronti dei Mazoniani, i principali antagonisti nella serie, ovvero un popolo in fuga dal proprio pianeta morente. Assunti talmente profondi e universali da risultare validi e credibili ancora oggi, con la crisi dei migranti al centro del dibattito politico.

Oltre al discorso prettamente politico c’è quello filo-ecologico. Negli anni Sessanta e Settanta, con la radicale cementificazione del Giappone, la lotta ecologista cominciò a far sentire la propria voce. Autori come Takahata o come Matsumoto veicolavano il proprio messaggio attraverso la lente distorta della narrazione. Se si osservassero con attenzione gli universi narrativi di Matsumoto, si troverebbero alcuni elementi in comune: pianeti morenti, radiazioni killer, conseguenze catastrofiche del disinteresse ecologico nei confronti del proprio mondo. In questo elemento si cela il motore narrativo e parte dell’impianto ideologico di Leiji Matsumoto.

L’immaginario visivo

Il terzo elemento riguarda l’immaginario visivo che Matsumoto è stato in grado di creare e gli effetti che questo ha avuto sulla cultura popolare. Con La corazzata Yamato Matsumoto diede vita a una space opera emozionante, con Capitan Harlock coniugò l’universo piratesco e quello fantascientifico. Con Galaxy Express 999, facente parte dello stesso universo narrativo dei due titoli precedenti, Matsumoto ibridò il western con la fantascienza, mettendo in scena treni spaziali che attraversano l’universo.

leiji matsumoto galaxy express 999

La storia di Masai e di Maisha e del loro viaggio alla ricerca della verità è qualcosa a cui Matsumoto stesso si è affezionato oltremisura nel corso del tempo, tanto da riprendere il manga e concluderlo nella seconda metà degli anni Novanta. Nato in forma cartacea nel 1977 e ben presto trasformatosi in una serie animata fiume composta da 113 episodi più lungometraggi, cortometraggi e spin-off di vario tipo, Galaxy Express 999 è forse l’opera più cupa e pessimista di Matsumoto, ma anche quella in cui emerge la poesia spesso straziante della vita.

In Giappone questa serie è divenuta talmente amata che le Ferrovie Nazionali Giapponesi hanno realizzato una locomotiva in suo omaggio. Treni che volano nello spazio. Sembra un’assurdità, ma la delicatezza con cui Matsumoto mise in scena questa lunga storia la rese una tra le serie più cruciali nella storia dell’animazione nipponica. Che poi, a dirla tutta, Galaxy Express 999 racconta una sola cosa: il percorso verso la consapevolezza di quanto preziosa, unica, delicata e meravigliosa sia la nostra vita, anche e soprattutto in virtù della sua finitudine.

Qualcosa di incredibile per una serie destinata anche ai bambini. Qualcosa che oggi sarebbe davvero impossibile. Anche questo, oltre a tutto il resto, dimostra la grandezza di Leiji Matsumoto, maestro eterno e indiscusso del fumetto e dell’animazione.

Leggi anche: Treni fantastici dell’Est, da Miyazaki a Matsumoto

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