Focus Interviste Hurrican Ivan, il "sopravvissuto" si racconta

Hurrican Ivan, il “sopravvissuto” si racconta

di Ivan Carozzi

Per la recente pubblicazione della raccolta in volume della striscia I sopravvissuti (Eris Edzioni) di Hurricane Ivan (precedentemente serializzata sulla rivista Linus), ospitiamo una conversazione tra l’autore e lo scrittore Ivan Carozzi, che per alcuni anni ha collaborato con lui proprio sulle pagine di Linus.

Fino a circa tre anni fa, io e Hurricane non ci eravamo mai incontrati. Poi succede che il sottoscritto comincia a lavorare a Linus, chiamato dal nuovo direttore, Giovanni Robertini, e nel momento in cui arrivo io, arriva anche Hurricane, chiamato da Robertini in chiave di rinnovamento del giornale.

È lì che ci conosciamo. Piacere, Ivan. Piacere, Ivan. Cosa che capita abbastanza raramente e spesso significa che le rispettive famiglie erano mezze comuniste. Hurricane diventa il nostro consulente e pusher di fumettisti e illustratori… Tra gli altri: Giulia Sagramola, MP5, Davide Bart Salvemini, Giulia Cellino “Ritardo”, Fabio Tonetto, Maicolemirco, Alice Socal, Stefano Zattera, Matteo Guarnaccia, Dast, Enzo Jannuzzi, Akab, Elena Rapa, Sarah Mazzetti, Squaz, Vincino, Adriano Carnevali… quindi spaziando veramente tra figure e personaggi di generazioni diversissime e forse tenute insieme non tanto da somiglianze stilistiche, ma da un’attitudine.

Comunque questa è in grande sintesi la prima fase del rapporto professionale e di amicizia intercorso tra me e Hurricane e tra Hurricane e Linus. Poi inizia una seconda fase, in cui il direttore non è più Giovanni, ma Pietro Galeotti, con il quale nasce un bellissimo rapporto e realizziamo un’infilata di copertine davvero memorabili, da Bruno Bozzetto a Jesse Jacobs, passando per Luigi Serafini e Francesca Ghermandi. In questa nuova fase Ivan si affaccia e prova a buttarci lì: ma non è che v’interessa una striscia? Ovviamente non parlava di stupefacenti, ma di un progetto che aveva in mente.

Mi disse solo che si sarebbe chiamata I sopravvissuti. E io sentendo quel nome pensai a una serie tv inglese di metà anni 70 e in seguito trasmessa anche sulla RAI, di cui avevo un vaghissimo ricordo, bellissima, che si chiamava appunto I sopravvissuti e raccontava la storia di un gruppo di persone sopravvissute a un’epidemia. Ora anche la striscia di Hurricane in qualche modo mette in scena un mondo post-apocalittico, di esseri mutanti che si muovono sullo sfondo di paesaggi desertificati, dove spunta solo qualche albero bruciato e scheletrico, ed edifici di nudo cemento armato assolutamente spogli e spartani, solo che in qualche modo questo mondo di dopo riecheggia fortissimamente il qui e ora… per esempio non c’è lavoro e c’è Tinder che ti consegna a casa la fidanzata, che in questo caso si chiama Pangocciole,  ed è un mondo dove per un buono pasto ci si può vendere anche la mamma.

I nomi dei personaggi che vivono in questo mondo sono Omino, Tacchino (cresciuto senza la madre, come si scoprirà nella puntata «Tacchino edipico»), la Famiglia Varnelli, Erminio. Ora «I sopravvissuti» è diventato un libro che oltre a essere divertente, feroce, è dal punto di vista visivo e del disegno, a mio parere, davvero sontuoso. In questi anni ho visto Hurricane costantemente superarsi. Lo dico da lettore, da fruitore. Ogni elemento che c’è sulla tavola ha un suo carattere, un’indole, un’anima, qualcosa da dire. Può essere il tremolio di una lettera che compone una parola, così come un pelo ispido sulla nuca di tacchino. Tutto parla, ha un’anima e niente è lasciato al caso. Se questa non è arte, non so che cosa sia l’arte. E detto questo comincerei con le domande ad Hurricane.

sopravvissuti hurricane ivan eris

Com’è nato I sopravvissuti? Era un progetto che ti portavi dietro da tempo?

È una serie che avevo in testa da tantissimo tempo. Volevo raccontare una storia corale, quindi non legata a un solo protagonista, e ambientarla in un mondo disperato e senza amore che in qualche modo ricordasse la periferia dove sono cresciuto.

Le influenze iniziali sono state le Cronache del Dopobomba di Bonvi, Underworld di Kaz e Maxmagnus di Magnus & Bunker.

La giusta quadra però l’ho trovata soltanto due anni fa, quando finalmente ho trovato il segno che mi serviva, nervoso e sintetico, che prima non ero riuscito mai a collaudare come volevo. I personaggi dei Sopravvissuti sono tutti degli embrioni di personaggi più complessi che negli anni ho sviluppato in altre forme e in altre storie. Qui invece sono ridotti alla loro semplicità grafica primordiale. E questo mi ha permesso di lavorare meglio sul loro carattere.

Quanto tempo ti prendeva fare una puntata dei Sopravvissuti?

Di solito due intere settimane per trovare la storia e scrivere i dialoghi. E un’altra settimana scarsa, ma meno inquieta, per disegnare e colorare tutto e spedire a ridosso della consegna. Sempre all’ultimo. Ma poi dipende. Alcune storie, come ad esempio quella di Tacchino che non sa volare, sono venute di getto in pochissimi giorni.

La cosa più difficile era sempre dare il ritmo giusto, e il ritmo è l’anima della striscia. Perché un’idea buona può anche arrivarti molto presto, ma se la gag la bruci subito oppure la rallenti sei fottuto.

Ma l’idea di lavorare a una striscia vera e propria, anziché a una storia, era una tua vecchia ambizione o è nata di getto, in un momento particolare?

Entrambe le cose. Sentivo l’esigenza di mettermi in gioco con una forma di narrazione diversa, più difficile, e che soprattutto non avessi mai provato prima. E a me piace cambiare sempre, sperimentare ogni volta cose diverse, perché purtroppo mi annoio molto facilmente.

E poi c’era la possibilità di lavorare all’interno della più prestigiosa rivista di strisce in Italia e in Europa. Un’occasione per cui ancora ringrazio sia te che Pietro Galeotti che mi avete dato fiducia a scatola chiusa. Proporre una striscia a Linus era uno dei miei sogni di quando ero bambino.

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Quello dei Sopravvissuti è un mondo caricaturale, dove però si mantiene un legame profondo con il sociale reale, quello che conosciamo.  Ovvero, per esempio, con il fatto che il mondo, nonostante tutto, continua a essere diviso in ricchi e poveri. Chi è Pancrazio?

Pancrazio è il più ricco dei bambini poveri. È quindi un falso ricco, non un ricco vero, ma spicca rispetto agli altri bambini disastrati perché quel poco che ha lui lo ostenta in un modo paradossale. E per questo assume una posizione di potere: si compra i compagni di scuola, gira con delle inquietanti bodyguard e corrompe spudoratamente la suora della “Scuola per l’Infanzia Mortessori” (una specie di recinto di filo spinato dove i bambini vengono abbandonati, come nel film Brutti Sporchi e Cattivi di Ettore Scola, che è un altro dei miei riferimenti per questo lavoro).

Pancrazio è nato come antitesi di uno dei personaggi principali della serie: Erminio, il “bambino anziano”, il figlio di Varnelli che per sopportare la tragica condizione famigliare (un padre che si seppellisce per non avere responsabilità, una madre perennemente nervosa e un cane mezzo soppresso) si autoconvince di essere un superpensionato di ottantacinque anni, un privilegiato. 

Sei noto nel mondo dei comics anche per essere una sorta di tessitore, di creatore di contenitori artistici collettivi, di creatore di riviste e organizzatore di festival. Quando hai messo in piedi la tua prima rivista?

A quindici anni, al liceo, con gli amici. E già da subito abbiamo avuto la nostra piccola guerra editoriale: volevamo creare il giornalino della scuola, ma la scuola non aveva i fondi e quindi alla fine ce lo siamo dovuti autoprodurre con mezzi di fortuna. Una trama ricorrente.

Come campagna pubblicitaria del primo numero di questa rivista intitolata The Artist ci eravamo accaniti contro la vicepreside, che era parecchio bacchettona, e questo ci aveva fatto guadagnare i primi lettori aficionados. Ma non ci è mai interessato fare il giornalino del liceo. Già dai primi due numeri avevamo delle ospitate importanti: Carlo “Perogatt” Peroni, Osvaldo Cavandoli, Fernando Caretta, Danilo Loizedda, la coppia Maui & Neri, Dentiblù, il cantastorie siciliano Franco Trincale. Artisti generosissimi che hanno dato retta a degli scappati di casa senza alcuna credenziale.

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Le copertine degli ultimi 3 numeri di “Puck”, disegnate da Sergio Ponchione, Tom Bunk e Christopher Ulrich.

Raccontami qualche momento importante della storia della tua rivista autoprodotta Puck Magazine, nata nel 2009.

La serata Puck Show alla Don Gallery di Milano, con Hunt Emerson ospite speciale e Franco Trincale in concerto e tantisismi ospiti, da Bacilieri a Ponchione a Alberto Ponticelli e Akab. O la nottata di Apuckalypse, al centro sociale Macao, dove eravamo quasi tutti sbronzi marci a disegnare su un rotolo di carta lunghissimo: io, Vincino, Laura Nomisake, Elena Rapa, Stefano Zattera, Dast, Squaz, Johnny Grieco, Massimo Giacon… e ancora Adriano Carnevali, Aldo Monticelli, Matteo Guarnaccia, un giovanissimo Spugna, Stefano Alghisi, Piero Tonin, una Tomoko Nagao molestissima… 

C’è una verità, un insegnamento, una morale che ti ha lasciato il lavoro a Puck?

Morale nessuna. Insegnamenti e trucchetti tanti. Io credo di essere quasi ossessionato dalle riviste perché della vita di una rivista mi piace davvero ogni aspetto, dal reclutamento dei collaboratori alla parte creativa dei contenuti, fino alla promozione più becera, compreso venderla porta a porta o per le strade di Milano con una carriola sotto la neve (successo davvero). E con Puck! ho avuto la fortuna di farmi le ossa vivendo ogni fase della gestazione di una rivista, perché non c’era nessun editore o ufficio marketing a sollevarci dagli incarichi più sporchi. In ogni caso, qualunque piano di rivista tu abbia in mente, occorre che ci siano delle persone fidate a darti una mano: i miei soci più importanti per il corso principale della rivista sono stati Emanuele Fossati, Marco Falatti e la grafica Francesca Kanzi.

sopravvissuti hurricane ivan
Uno studio dei personaggi de “I sopravvissuti”

La prefazione de I sopravvissuti è firmata da Daniele Luttazzi. Come vi siete conosciuti? 

Lo avevo intervistato tanti anni fa, su una delle mie prime fanzine, il numero 5 di The Artist del 2004. È stato uno dei nostri servizi migliori, perché all’epoca lui era da poco reduce dal famoso editto bulgaro che lo aveva allontanato dalle tv e che poi negli anni gli sarebbe costato sempre più caro (vedi l’operazione di killeraggio compiuta da Le Iene qualche anno fa). Nel 2010 l’ho invitato nuovamente, questa volta in veste di disegnatore, nello speciale surrealista Puck Comic Party, per cui ha realizzato tre fantastiche vignette scritte e disegnate con il suo stile elegante e minimale.

Come firma per introdurre il mio libro ho pensato immediatamente a lui. È tra i miei autori satirici preferiti in assoluto, uno dei miei riferimenti di humour nero fin da quando ho iniziato (101 cose da evitare a un funerale, soprattutto). Quando gli ho chiesto la prefazione, puntando sul nostro comune amore per Harvey Kurtzman, mi ha risposto dopo pochi minuti: «Purtroppo vivi in Italia e questo ti fa ambire solo a una mia prefazione, quando dovresti averne una di Harvey Kurtzman, che la scriverebbe molto meglio di me anche nell’attuale condizione decomposta. Accetto solo se lui ti dice no» (Harvey Kurtzman è scomparso nel 1993, NDR).

Poi tu sei tra gli organizzatori di AFA, Festival di fumetto indipendente al Leoncavallo. In Italia per fortuna non sono pochi i festival del fumetto indipendente. Che cos’ha di speciale AFA rispetto agli altri? 

AFA (Autoproduzioni Fichissime Andergraund) è nato in uno spazio socialmente e culturalmente importante come il Leoncavallo di Milano, che da anni però non faceva un festival di fumetto e arti visive degno di quel posto. AFA è frutto di un collettivo di dieci persone diversissime, con esperienze e origini diversissime tra loro, e assieme è stato bello e inevitabile anche litigare. È nato seguendo l’esempio del festival Crack a Roma e di Borda a Lucca, ma ha anche un filo conduttore molto forte con l’Happening Internazionale Underground (HIU) di Marco Teatro, che si tenne proprio al Leoncavallo quasi vent’anni fa. È stato proprio quel festival a darmi la scossa per fare fumetti in un modo diverso, più consapevole forse.

Sempre all’HIU, quando avevo sedici anni, ho avuto la fortuna di incontrare di persona leggende come Peter Pontiac, Spain Rodriguez o Miguel Angel Martin.

Quello che io e i ragazzi di AFA abbiamo cercato di fare era recuperare quella magia, invitando sia la “vecchia guardia” che le generazioni giovanissime, cercando di innescare nuovi cortocircuiti artistici. E soprattutto dando importanza alla creazione di nuovi contenuti. Ogni edizione ha prodotto nuove riviste, libri, fanzines, edizioni apocrife, album di figurine, mostre curate fino all’ultimo dettaglio. Tutte cose che ci fanno stare bene, perché aprono mondi inimmaginabili prima.

Ad AFA hanno partecipato di persona mostri sacri dell’editoria indipendente come Max Capa, Enzo Jannuzzi, Matteo Guarnaccia, Martin Lopez Lam, Valerio Bindi, Vincino, Vincenzo Sparagna e Frigidaire, Vittore Baroni e Le Forbici di Manitù, Giacomo Spazio, Simone Lucciola, Rocco Lombardi, Massimo Giacon, Elena Rapa, Officina Infernale, Akab, Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, Emiliano Pagani e Daniele Caluri, Jorge Vacca di Topolin Edizioni, Paolo di Orazio di Splatter, Chuck Sperry, Tom Bunk di MAD Magazine. E con loro quasi tutta la nuova scena di autoproduzione contemporanea italiana ed europea: Doner Club, Passenger Press, Ediciones Valientes, Le Dernier Cri, Fortepressa, L’Ombroso,  Strane Dizioni, Uomininudichecorrono, Snuff Comix, Lucha Libre, Kolon, Museruola, Lok Zine, L’Antitempo, Cranico, Oltrecollage, Filler, Subseri e tantissimi altri.

E poi, e ci tengo molto a ribadirlo, AFA è un festival rigorosamente gratuito per chi partecipa. Una rarità, a Milano.

Nei Sopravvissuti non manchi di fare una specie di Autosatira sulle difficoltà economiche implicate nel vivere di fumetto. Mi riferisco alle tavole dove compari tu e sottoponi i tuoi personaggi a una specie di dieta e a una serie di castighi e di minacce. Se dovessi a un certo punto capire che non c’è più trippa per gatti, ce l’hai un piano B?

Una rapina. Assieme ad altri futuri ex disegnatori di fumetti. Ci stiamo già lavorando.

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Comunque tu tieni anche un corso di fumetto, detto “Per stomaci forti”. Da dove parte questo corso, di volta in volta, e dove ha l’ambizione di guidare il corsista?

So che è banale dirlo, ma mi piace considerare il disegno come una forma di linguaggio che tutti posseggono dalla nascita. Perché tutti da bambini disegnano, chi più chi meno. Poi il mondo esterno può portarti a un’ansia da prestazione insostenibile, farti credere che il disegno non sia una cosa per te, che tu sia un negato cronico. Ma in realtà se lo vedi per quello che è, un linguaggio che può tornarti utile, allora forse puoi vivertela in un modo più rilassato.

Ci sono fumettisti eccezionali che hanno fatto del loro modo di disegnare “sbagliato” uno stile unico e rivoluzionario. Agli iscritti mostro lavori di Reiser, Wolinsky, Vincino, Matt Groening, Dr. Pira, Joshua Held, MaicoleMirco, Mike Diana, Rory Hayes.

Dall’errore (una testa sproporzionata, una prospettiva storta, una stilizzazione) spesso può nascere un linguaggio del tutto nuovo. L’importante, a mio avviso, è che questo “sbaglio” sia funzionale alla storia che vuoi raccontare. La storia e il disegno devono essere complici, si devono compensare. Non è un corso tradizionale come quelli delle scuole professionali, perché io per primo non credo di dare il meglio disegnando in modo tradizionale. Quello che cerco di fare, invece, è aiutarti a sviscerare l’autore nascosto che latita dentro di te, il fumettista primordiale, e capire come farlo funzionare per evitare che tu possa essere così frustrato e pieno di storie irrisolte da diventare un potenziale serial killer. Più che un corso, insomma, è un esorcismo. 

Torniamo a Linus, di cui si parla ampiamente in queste pagine. Per Linus non hai soltanto disegnato e fatto da consulente, ma hai anche realizzato una serie d’interviste. Io ne ricordo due con grande emozione e divertimento. La prima perché c’ero anch’io di mezzo e fu una lunga intervista a Luigi Serafini, nella pazzesca casa studio di Serafini, e l’altra invece a Max Bunker. Ti va di ricordarci il dietro le quinte dell’intervista a Bunker? 

Bunker l’ho intervistato via email, come spesso succede a tutti quelli che cercano di rintracciarlo. Mi sembrava un colpaccio portarlo su Linus, in quanto simbolo della rivista concorrente per antonomasia, Eureka, di cui è stato direttore e fondatore. Che io sappia le due entità prima non si erano mai incontrate. L’intervista lo aveva divertito e così avevamo deciso di conoscerci di persona, a numero uscito, nella sede della sua leggendaria Max Bunker Press a Milano.

Poi però qualcosa è andato storto e l’incontro è saltato per colpa della prefazione del servizio, un redazionale non scritto da me (ci tengo a precisare) che conteneva una piccola frase innocua che però secondo i diretti interessati (Bunker e l’art director Thea Valenti) avrebbe dato più importanza a Magnus rispetto a Bunker. Non era nostra intenzione ma dal tono dell’ultima risposta, parecchio risentita, mi conforta che abbiano letto il pezzo in anticipo e non in diretta con me chiuso nella loro redazione. Temo che mi avrebbero giustiziato là sul momento, con il coltello di Kriminal a vendicare l’onta subita!!!! Detto ciò, Bunker è lo sceneggiatore di fumetti che io abbia letto di più in assoluto da bambino: Alan Ford, le Favole Nere, Maxmagnus, Kriminal, Satanik, Gesebel, anche le opere più recenti… Senza Alan Ford probabilmente non avrei mai iniziato a scrivere e disegnare fumetti.

Tante scene contenute ne I Sopravvissuti, quelle con i disastrati e i burocrati aguzzini, li devo alla sua satira sociale impietosa e grottesca. Per me è lo Steinbeck del fumetto, quello che meglio di tutti ha saputo raccontare i poveri senza mai moraleggiare. Un artista unico. Anche la serie che pubblicavo tutti i mesi su Frigidaire, i Nuovi Partigiani (i terroristi della terza età), è un omaggio dichiarato al suo Gruppo TNT. E anche il mio personaggio Puck ha tante caratteristiche caratteriali prese dal Numero Uno.

Vincino, Vincenzo Sparagna, Marcello Baraghini sono autori che tu hai conosciuto molto bene, con i quali hai lavorato e io ho solo incrociato. Però ne abbiamo parlato insieme tante volte. Che cos’hanno di speciale rispetto al resto dell’industria culturale?

Loro tre, assieme a Max Capa, sono i miei riferimenti editoriali. Sognatori, pirati, dinamitardi, all’avanguardia, mai moralisti. Mi ritengo molto fortunato ad avere collaborato con questi rivoluzionari dell’editoria, che a differenza di tanti altri della loro generazione non hanno mai avuto un atteggiamento paternalistico da “grande vecchio”, ma sempre da complice, anche con i più giovani, spesso mettendosi in gioco nei progetti più assurdi e sconclusionati. Sparagna mi ha fatto esordire, pubblicandomi ogni mese su Frigidaire e dandomi spazio per la mia prima serie regolare.

Vincino mi ha fatto crescere sulla sua nuova edizione de Il Male, chiedendomi una storia a settimana a ritmi folli, e mi ha aiutato in parecchie occasioni. Ogni volta che ci incontravamo fantasticavamo su progetti di riviste impossibili e spettacolari. Con Baraghini c’è stata sintonia istantanea: io avevo da poco iniziato una mia serie di albetti surreali, ispirandomi proprio ai suoi famosi Milellire, e la collaborazione è nata facile. È un “editore all’incontrario”, come dice lui, libertario ed anarchico, e non posso che sposare la sua filosofia.

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Hurricane Ivan ritratto da Vincino

E ora a cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un libro nuovo, che però sarà completamente diverso da I Sopravvissuti sia nelle trame che nel segno. Avrà tinte più horror e oscure. I Sopravvissuti però continuano a darmi degli spunti, non li ho abbandonati, ho ancora parecchie idee con questi personaggi. Devo solo trovare una rivista dove farli tornare… tu hai delle idee?

Come al solito: idee tante, soldi pochi, anzi nessuno. Proviamo a rapinare Pancrazio…

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