Prendere il vento quando c’è. Intervista a Francesca Ghermandi

*di Damiano Pergolis

Francesca Ghermandi è tra le più importanti autrici di fumetto italiane, pubblicata sia in Italia che all’estero. In occasione dell’uscita dell’albo Cragnologia scientifica della moderna editoria (Strade Bianche), scritto con Hurricane Ivan, BilBOlbul le dedica una corposa intervista, di cui qui trovate un estratto, partendo dal filo conduttore di quest’edizione del festival: il fantastico. Che cos’è il fantastico? È qualcosa da esplorare o da inventare? E come lo si racconta?

L’intervista completa a cura di Damiano Pergolis – della quale riportiamo qui un estratto – è pubblicata all’interno di BBB18 In corso d’opera, un volume che è al contempo una guida per navigare (concettualmente) il festival, una serie di spunti per vivere le mostre in modo diverso e un dietro le quinte sui ragionamenti che hanno portato all’edizione di quest’anno. Sarà acquistabile al bookshop di BilBOlbul, nella piazza coperta di Biblioteca Salaborsa, dal 23 al 25 novembre.
 francesca ghermandi

Il filo rosso di BilBOlbul 2018 è il fantastico. Il tuo modo di lavorare è quello di costruire dei mondi con il disegno. Non fai disegno realistico, non descrivi la realtà in maniera diretta. Cos’è secondo te il fantastico?

Il fantastico per me è tutto ciò che riesce a stupirmi, che fugge dalle convenzioni. Fantastico è un termine soggettivo e molto ampio, dipende dalla disponibilità a guardare, a esplorare.

Se penso a qualcosa di fantastico la prima cosa che mi viene in mente è un disegno bellissimo, in parte incomprensibile, che nella sua esplorazione mi apre a un mondo sconosciuto e stupefacente. E questo è per me il fumetto: riesce sempre a intrigarmi perché amo il disegno e le storie disegnate, indipendentemente dal fatto che siano o no “realistiche”.

Cosa significa per te esplorare? Qual è la differenza tra esplorare e inventare?

Sono due attività che si succedono sullo stesso binario. A me capita a volte e per lunghi periodi di disegnare e scrivere storie che lì per lì non mi soddisfano del tutto. Le accumulo, archivio materiale che mi interessa, magari mi arrabbio, butto tutto in un cassetto e mi dedico ad altro. Poi un giorno riapro il cassetto e in mezzo a tutto quel materiale che ho raccolto e disegnato vedo una bella idea che non c’entra nulla con quello che mi sforzavo di cercare ma che è esattamente quello che volevo: il punto di partenza di quel piccolo mondo incasinato che avevo abbandonato senza un ordine.

Il disegno è un mezzo per le tue esplorazioni?

Il disegno è il mezzo principale. Ma a volte, come mi capita da qualche anno aiutando Gianluigi Toccafondo con le scene e i costumi di piccole opere liriche, ho la possibilità di esplorare materiali diversi, conoscere storie che mai avrei letto (i libretti d’opera!), vedere dal vivo come può essere raccontata una lirica, improvvisarmi sarta per invenzioni che non funzionano (un costume con la testa mozzata che ha quasi decapitato un’attrice!). E allora mi vengono delle idee, capisco come potrei fare una storia in forma tridimensionale. Per qualche tempo ho sperimentato coi pupazzi animati per realizzare in stop motion una mia storia a fumetti (The Wipeout, Fantagraphics Books, 2003). Ma adesso che ho un po’ pasticciato con colle, cartoni e stoffe, capisco che è solo sperimentando il mezzo che puoi arrivare a usarlo, non traducendo una storia nata sulla carta così com’è. Provare liberamente uno strumento nuovo è una cosa con cui mi sono confrontata anche lavorando con i ragazzi di Cinno Selvaggio.

francesca ghermandi

È il progetto che hai portato avanti per il centro diurno Rondine di Bologna, con persone con psicopatologie e disabilità mentali. Ce ne parli?

Anche nel loro caso c’era un’abbondanza di idee e di materiale, ma il problema era riuscire a ordinarlo e a dargli un senso per creare storie, per alcuni anche riuscire a contenersi e a non prendere troppe strade per dare forma a un racconto. Trovare un filo e portare a termine un’idea è stato importante per molti di loro. La tendenza a chiudere, a dare ordine, è una cosa che deve esserci. Per cui essere esploratori vuol dire anche essere bravi navigatori, prendere il vento quando c’è, ma anche fermarsi e fare il punto. Quello che arriva non è mai malvagio, bisogna saperlo aggirare. Questa è un’abilità necessaria al navigatore dei mondi fantastici. E i cinni selvaggi sono stati incredibili a superare gli scogli e ad approdare in terre nuove.

Questo modo di procedere per piccole storie ricorda il tuo libro Cronache dalla palude (Coconino Press, 2010), dove c’erano storielle autoconclusive, personaggi laterali che vivevano sia nel mondo del libro sia in un loro universo autonomo. È un modo di lavorare che hai sempre avuto?

Diciamo che nei miei fumetti ho sempre privilegiato i piccoli racconti, le scenette, le gag. In quel libro ho sviluppato in una volta sola un racconto a più voci. Ultimamente invece raccolgo storielle e disegni nati autonomamente e li metto in fila. I racconti che li collegano nascono spontaneamente. In Cronache dalla palude succedeva il contrario, era progettato fin dall’inizio come libro.

Dalla metà degli anni ’90 ho fatto libri a fumetti senza che venissero prepubblicati a capitoli, mentre prima, grazie alle riviste a fumetti, avevo la possibilità di sperimentare e trasformare una storia in via di pubblicazione, e di riunirla in volume solo alla fine. Ma poi tante riviste hanno chiuso. Nel mio modo di raccontare a piccoli passi, per scene e raccontini, lavorare per i periodici è molto importante. Amo tantissimo anche fare illustrazioni per i giornali perché, oltre a leggere testi interessanti e attuali, è una maniera per trovare scene e personaggi. Penso a chi ha creato grandi storie partendo da un pezzettino, come poteva essere il feuilleton francese, le storie a puntate, spesso inventate al momento e che poi formavano una cosa più grande, come nel caso di Pinocchio di Collodi o de La Comédie humaine di Balzac. Del resto, ora uno può trovare con molta più facilità una prepubblicazione nella forma che vuole.

francesca ghermandi

E cosa mi dici della coerenza grafica dei libri?

La coerenza non può essere stabilita a priori. È qualcosa che viaggia autonomamente, mica va inseguita. A volte uno crede che cambiando o distorcendo un elemento senza averlo previsto venga pregiudicato qualcosa nella comprensione del racconto. Come per esempio succede quando, senza volerlo, il nostro personaggio si trasforma nel corso di una storia e cambia carattere. Ma non succede così anche nella vita reale? Solo alla fine ti accorgi che fa tutto parte di quel personaggio, e chiedersi se è coerente o no è inutile.

È da questo tipo di sperimentazione libera che nasce il fantastico?

Per me sì, come dicevo all’inizio: farsi stupire dalle cose che ti circondano perché sono davvero misteriose e vuoi scoprirle oppure perché le stai guardando con occhi nuovi e ti aprono a una storia che non immaginavi. Per esempio, ho sempre amato il mondo degli oggetti: nelle strisce di Hiawata Pete (Coconino Press, 2008) o nelle pagine di Helter Skelter (Phoenix, 1997), gli oggetti erano parte integrante delle storie ma stavano sullo sfondo. In The Wipeout ho provato invece a creare un mondo partendo dagli oggetti. A me piace molto la materia, la tridimensionalità, costruire teatrini o personaggi con il cartone, la gomma o i materiali che trovo.

Da dove prendi ispirazione? Quali letture ti hanno colpito negli ultimi tempi?

Negli ultimi anni mi hanno colpito storie di viaggio e libri scientifici antichi sul funzionamento del corpo umano, atlanti di isole e raccolte di leggende. Ho continuato a lavorare su testi a cui attingevo per altre cose, come Kitsch, l’antologia del cattivo gusto di Gillo Dorfles (Mazzotta, 1968), un libro che ho da quando ero piccola e a cui ho attinto nelle mie prime storie. È un libro teorico sul concetto di cattivo gusto, e parla in maniera ampia di cose che vanno dall’architettura agli oggetti.

Un’altra lettura che mi appassiona ultimamente è la fisiognomica e i vari studi sulle facce e i caratteri, a cui mi ha avvicinato uno studioso, Maurizio Giuffredi, con il suo libro Fisiognomica, arte e psicologia tra Ottocento e Novecento (CLUEB, 2001).

E i fumetti?

Negli ultimi anni ho scoperto il lavoro di Hurricane – oltre alla sua simpatia e la capacità di coinvolgere le persone in lavori collettivi con un entusiasmo contagioso – e recentemente abbiamo prodotto a quattro mani un piccolo librino, edito da Strade Bianche, che riguarda proprio l’arte di sviscerare le facce e i caratteri: Cragnologia scientifica della moderna editoria, una presa in giro dei caratteri tipici che si incontrano nella vita del disegnatore.

francesca ghermandi

E al di là dei fumetti e dei libri, cosa influenza il tuo lavoro?

Sono diventata sorda ormai vent’anni fa e tutte le cose che ho provato non hanno funzionato. Ho una malattia genetica, una forma strana: non sento i bassi ma sento gli acuti, una specie di daltonismo dell’udito. È incurabile. A un certo punto ho tentato una cura che lavora sull’orecchio medio. Erano sessioni di quindici giorni, cinque ore al giorno di ascolto e non verbalizzazione. Potevi fare la calzetta (ma io ne avevo già fatta tanta) o disegnare o fare puzzle. Io mi sono messa a fare puzzle. Ho fatto tutti i puzzle della terra e mi sono divertita come una pazza ascoltando questa musica, ma non dovevo parlare e non potevo leggere. Potevo dormire, al limite, senza appoggiare troppo la testa con le cuffie. Questa cosa che ho fatto per due o tre anni mi ha portato a disegnare in maniera diversa. Mentre facevo le mie cose solite, pian piano ho iniziato a disegnare delle cose brutte, e mi facevano un sacco ridere, e ne ho fatte a chili senza nessun motivo. Da quel momento ho avuto un cambiamento, una forma di esplorazione: percorrevo il foglio senza sapere dove stessi andando. Mi dicevo: provo.

Francesca Ghermandi è nata a Bologna nel 1964. È tra le più importanti autrici di fumetto italiane. Le sue storie sono apparse su molte riviste in Italia e all’estero. Ha pubblicato romanzi a fumetti e raccolte di disegni, tra cui Pasticca (Einaudi, 2003), Bang! Sei Morto (Seuil, 2003), Un’estate a Tombstone (D406, 2006), Grenuord (Coconino Press, 2007), Cronache dalla palude (Coconino Press, 2010). Come illustratrice, ha lavorato su testi di Rodari e Piumini, collaborato con case editrici, riviste e agenzie pubblicitarie, e realizzato la sigla animata della 62° Biennale del Cinema di Venezia. Ha esposto in Italia e all’estero (Museo dell’Illustrazione di Ferrara, Gam di Bologna, Biennale Giovani a Salonicco, Biennale d’Illustrazione di Bratislava, Festival di Angoulême). Tra i molti premi che ha vinto: Lo Straniero, Miglior Autore Completo a Lucca Comics, Jacovitti/Lisca di Pesce a Expocartoon, ADC Award in Giappone.