“Kick-Ass”, 10 anni di mazzate e nasi rotti

«Mamma diceva sempre: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita», raccontava il saggio Forrest Gump a chi si ritrovava a dividere con lui la panchina nel film di Robert Zemeckis. Una grande verità, non ci si scappa, sempre che nei paraggi non ci sia Mark Millar.

Mark Millar kick-ass

Lo scrittore scozzese è l’equivalente narrativo di quel dolcetto dall’aspetto esageratamente lascivo e appariscente da evitare in ogni modo e che invece, come uno stupido, finirai per scegliere al volo. Perché ti tenterà in ogni modo con le sue promesse pirotecniche e il primo morso sarà, garantito, qualcosa di quantomeno esaltante. Ma sarai anche ben cosciente che finirai, ancora una volta, con il rimorso di avere consumato qualcosa di cui potevi fare tranquillamente a meno. Peccato che alla prossima occasione il gioco si ripeterà e finiremo ancora una volta per caderci con tutte le scarpe.

La tecnica dello sceneggiatore per confonderci le idee e attirarci nella sua ragnatela è semplice: ogni volta si cambiano tutte le carte in tavola. Se analizziamo la sua produzione è impossibile non notare la quantità folle di miniserie lanciate in pompa magna e concluse in un pugno di numeri. Troppo scaltro per non rendersi conto di quanto le sue trovate siano spesso un meraviglioso fuoco di paglia, Millar non ha mai giocato troppo col fuoco preferendo concedersi poco al pericoloso gioco dei sequel.

Con Ultimates aveva fatto centro, e la stessa cosa vale per Jupiter’s Legacy, ma per il resto è stato un susseguirsi a rotta di collo di Nemesis, Empress, Secret Service, Starlight, Chrononauts, MPH, Wanted, Unfunnies, Il prescelto, Superior e così via. E poi c’è il discorso Kick-Ass, forse il titolo che più gli ha cambiato la vita. E non importa se prima erano arrivati gli Eisner Award e il megasuccesso di Civil War, perché fino a quel momento Millar era rimasto solo un buon scrittore di fumetti con un fiuto finissimo per le novità e una dose di sfacciataggine come non se ne vedeva da tempo. Capace di vendite enormi ma, tutto sommato, limitato al suo campo da gioco.

L’arrivo del lugometraggio di Matthew Vaughn, la perfetta controparte cinematografica di Millar, fu un’autentica epifania per il creatore della serie. Certo, prima c’era stato l’insipido Wanted, ma si trattava della solita trasposizione live-action in chiave anni Novanta – anche se eravamo già nel 2008 – dove dell’opera originale rimaneva ben poco.

Dopo anni di cinecomic Marvel è stranissimo pensarlo, ma una volta – diciamo negli anni post-Batman burtoniano – nei film basati sui fumetti non era previsto che si vedessero molti fumetti. Si comprava la proprietà intellettuale, si scriveva una sceneggiatura che la ricordasse alla bene meglio e si affidava la regia a un pubblicitario e/o tecnico degli effetti speciali.

Grazie anche alla spinta del primo Iron Man però le cose sembravano mature per cambiare. Il primo ad accorgersene fu naturalmente Vaughn. La sua carriera è presto riassunta. Da produttore dell’ondata pulp inglese passa quasi subito alla regia, prima giocando in casa con Layer Cake e poi arrivando al fantasy con la trasposizione dello Stardust di Neil Gaiman.

Grazie anche a una saggia gestione dei budget tutte le sue opere finiscono per essere profittevoli, inanellando una serie positiva di tutto rispetto. Forte di tale storico, Millar, assieme alla Plan B di Brad Pitt, abbassò ulteriormente i costi e investì tutto sulla storia di un ragazzino che decide di combattere il crimine inguainato in una tuta da sub.

Il film che ne risultò fu grintoso, frizzante, godibile e scorretto quanto bastava per farne parlare tutti. Non incassò molto, ma rientrò tranquillamente nei costi e non scomparve nelle pieghe della programmazione dopo il primo weekend. Vinse premi e lanciò almeno due carriere (tre se contiamo la definitiva consacrazione del regista). Ma soprattutto diede l’occasione a Millar di ammirare una sua idea messa su grande schermo esattamente come l’aveva concepita lui. L’umorismo sguaiato, l’ultraviolenza, il linguaggio triviale, i mille riferimenti pop e il menefreghismo assoluto verso la costruzione di qualcosa destinato a durare. Nel passaggio da fumetto a pellicola non venne lasciato indietro nulla.

In quel preciso momento Millar decise che non avrebbe scritto più nulla senza prendere in considerazione l’idea di farla opzionare per la trasposizione in altri media. Così, nel giro di due anni, divenne consulente speciale per la 20th Century Fox e vendette altri quattro progetti al cinema. Poco più di un lustro più tardi il film basato sulla sua Civil War incassò più di un miliardo di dollari. E tutto aveva preso il via dalle sgangherate imprese del sedicenne Dave Lizewski, intenzionato a ogni costo a diventare il primo supereroe del mondo reale.

E torniamo quindi a Kick-Ass. Inutile girarci attorno, l’idea su cui è costruito funziona alla grande. Come se la caverà un nerd allo stadio terminale contro spacciatori e mafiosi? Riuscirà a uscirne vivo, considerando con quale enfasi il fumetto viene venduto come costruito attorno all’idea di real life super-hero?

La soluzione è semplice: Millar fa saltare subito il banco. Negli otto numeri della prima serie non c’è nulla di neanche lontanamente prossimo alla real life. Ci sono teenager che debellano case mafiose, dodicenni in grado di padroneggiare ogni forma di aggressione violenta, un sacco di buchi di trama e soluzioni pigre e facili come se piovesse.

Ogni grossa svolta narrativa viene messa sulle spalle di Hit-Girl, ragazzina killer indistruttibile capace di cavare il protagonista da ogni guaio. Un personaggio miracoloso, in grado di passare da perpetuo deus ex machina a provocazione al limite del kitsch fino a ricoprire il ruolo di carattere sopra le righe a ogni costo. Eppure il fumetto funzionò alla grande e vendette molto.

A facilitare il compito ai distributori furono la violenza gratuita, il linguaggio spinto, i riferimenti al vero mondo dei sedicenni e, soprattutto, i disegni di John Romita Jr., Tom Palmer e Dean V. White. Due giganti e un nome destinato a diventare uno dei migliori coloristi dell’industria statunitense (si veda Black Science, tanto per capire a che livelli sia arrivato). Se la sceneggiatura di Millar si confermò il solito ottovolante dalla struttura troppo esile per farti arrivare a fine corsa senza crollare sotto il suo peso, le tavole erano dense e furiose come ogni fumetto di supereroi dovrebbe sempre essere.

Romita non si risparmiò e curò sfondi e proporzioni fisiche, senza dimenticare il suo caratteristico tratto geometrico. Le chine pastose e i colori caldi e materici fecero il resto per riempire ogni spazio vuoto. Dopo le oltre 350 pagine della gestione condivisa con Millar di Wolverine – parliamo dell’arco narrativo Nemico pubblico, quello dove il bodycount del canadese aveva toccato migliaia di cadaveri – la sinergia tra i due era ormai perfetta e l’azione non poteva che beneficiarne.

kick-ass mark millar

Per quanto stupido e traditore delle attese iniziali, dubito che qualcuno possa lamentarsi della lettura del primo ciclo di storie di Kick-Ass. Si tratta di intrattenimento gustoso e frastornante, la controparte fumettistica di certo bubblegum punk che sgomita per meritarsi un posticino accanto ai grandi scossoni della storia della musica. Sebbene sia di una robetta che vorrebbe essere di rottura, in realtà di pagina in pagina conferma quanto sia inoffensiva, e alla fine va bene così.

Si tratta di un’opera cristallizzata negli anni in cui è stata concepita e come tale dovrebbe essere goduta. Avrebbe potuto finire lì e tutto si sarebbe concluso nel migliore dei modi. E invece Millar – incurante del pericolo – decise di dargli non un sequel, bensì due.

Kick-Ass 2 giocava facilissimo e non faceva altro che alzare la posta. Più supereroi, più violenza, più follia. Millar decise di tirare al limite il mostrabile su un fumetto mainstream e ci infilò bambini uccisi a colpi di mitragliatrice e uno stupro di massa. Il tono si fece più grottesco, spesso si era quasi infastiditi da quanto fosse gratuito quello che accadeva sulle pagine, e il risultato non fu per nulla all’altezza delle aspettative.

Unico colpo di genio – in questo caso davvero lucido e cristallino – era la rilettura di Civil War nella parte conclusiva, con tanto di citazioni letterali alla miniserie Marvel. Per il resto era ordinaria amministrazione. Le situazioni – anche quelle più folli – si risolvevano in maniera semplicissima, qualcuno dei buoni moriva tanto per dimostrare che dopotutto la violenza è davvero sbagliata e la sceneggiatura viaggiava alla velocità della luce.

La struttura era esplicitamente studiata per la trasposizione cinematografica e infatti così avvenne, sebbene con risultati molto più discutibili rispetto al capitolo originale. Romita pareva svogliato e la tensione grafica del primo volume non venivaassolutamente eguagliata.

Le cose parvero migliorare con il secondo sequel. Tutta la prima parte era costruita attorno all’idea di dimostrare quanto in realtà Dave e i suoi amici fossero un gruppo di mediocri, incapaci di fare davvero la differenza. Spuntarono anche le prime conseguenze delle azioni del precedente volume, sviluppate in maniera non del tutto banale. Anche la violenza e le esagerazioni venivano mitigate, e il tono tornava a essere più farsesco che shockante a tutti i costi.

Certo, l’idea comica più riuscita di tutto l’arco narrativo era copiata da un noto monologo del comico Steve Huges, e la deriva tardo adolescenziale pareva essere una trasposizione del Superbad di Greg Mottola, ma dentro c’erano anche un sacco di intuizioni fantastiche. In realtà il motivo per cui questo ciclo dovrebbe essere ricordato è la confessione reazionaria di Millar. Alla fine dell’ottavo numero della miniserie i cattivi erano tutti morti, i buoni tutti vivi, il protagonista decideva di passare dalla parte dei veri eroi arruolandosi in polizia e un tizio che si buttava da un palazzo con un costume alato riusciva davvero a volare (ribaltano il senso della più iconica scena del Kick-Ass originale).

kick-ass mark millar

Pareva di essere in una di quelle commedie di Judd Apatow, dove si dicono un sacco di parolacce e ci si sfonda di bong ma alla fine tutti i pezzi vanno al posto giusto e ci si ritrova in piena zona middle class ultraconservatrice. Anche in questo caso la scrittura era perfetta per il cinema e gli autori lo esplicitarono con titoli di coda e scenetta post-credit. Si concluse così la trilogia dedicata al primo real life super-hero. Cosa aspettarci quindi se non un bel reboot?

Kick-Ass: La nuova tipa è un’operazione cinica e perfetta come solo Millar saprebbe mettere in piedi. Fuori il nerd sfigato, avanti la madre single afroamericana reduce dell’Afghanistan. Via da New York, passiamo al profondo sud degli Stati Uniti. Al posto della voglia di rivivere le scene preferite dei propri fumetti del cuore, mettiamo al centro di ogni scelta della protagonista la mera sussistenza.

Dopotutto i ricordi della grande crisi del 2006 bruciano ancora. Se prima i cattivi erano macchiette italoamericane, ora sono malviventi che citano Steve Jobs e mandavano avanti la baracca come se si trattasse di una multinazionale. Al posto di onore e famiglia troviamo fusioni e fatturato.

Kick-ass colore

Ancora una volta Millar coglie al volo lo spirito del tempo senza sbagliare di una virgola. Patience, la nuova protagonista, non è la solita donna che si comporta da uomo – o, in alternativa, la gelida esecutrice asessuata – che eravamo abituati a incontrare fino a qualche tempo fa nella narrazione di genere quando si voleva sostituire il marmoreo protagonista con qualcosa di più esotico.

Ora abbiamo a che fare con una madre amorevole, femminile ma forgiata dal suo lavoro, desiderosa di prendersi una laurea ma con tanti problemi di soldi. Una a cui ci penserei due volte a mancare di rispetto, ma con cui non sarebbe male uscirci una sera.

Lo sceneggiatore sembra inoltre avere imparato la lezione, e ora a spaccare teste ci mette qualcuno che fino a poco prima lo faceva di lavoro, non un efebico adolescente dedito all’onanismo. Il problema della sospensione dell’incredulità sembrerebbe essere parzialmente risolto, se non fosse che per lo scozzese pareva troppo ragionevole calare la nuova Kick-Ass in situazioni tutto sommato gestibili. E rieccoci quindi davanti al solito problema del voler schiacciare l’acceleratore a tavoletta ogni volta, anche se quella curva in fondo al rettilineo pare davvero troppo scivolosa per affrontarla a tale velocità.

La sceneggiatura non perde un colpo come ritmo, ma spesso il risultato è davvero tirato per i capelli. Patience, dopo mesi all’altro capo del mondo, è in grado di raccogliere informazioni segretissime sulla malavita locale con la facilità di un’agenzia di intelligence, mentre ogni criticità si risolve per qualche insperato colpo di fortuna (palloncini gonfiati a idrogeno nel 2018?).

kick-ass mark millar john rimita jr recensione 2018

Nella corsa a rotta di collo che ci si para davanti c’è anche spazio per inserire un cattivone per il prossimo arco narrativo e uno da accoppare al volo. Il tutto compreso di flashback sulla precedente vita della protagonista, scritti come se Millar volesse scimmiottare le livide storie di guerra di Garth Ennis. Bel tentativo, peccato che l’irlandese non avrebbe mai inserito battute tronfie come:

«Cosa ti fa pensare di avere una chance?»
«L’esercito americano.»

Dal canto loro John Romita Jr. e Peter Steigerwald danno davvero il massimo e rendono godevoli pagine che non prevedono mai un’apertura di campo o qualche scena genuinamente visionaria. Si tratta di vignette e vignette piene di figure umane in ambienti a malapena percettibili, con tutto il focus concentrato sulla recitazione dei personaggi. Qualche tocco splatter rimane, ma non è certo il perno su cui ruota tutto il resto come succedeva in precedenza.

Rispetto a quanto visto sulla prima trilogia il lavoro è molto più di fino, con la completa sparizione dei tratti corposi che tanto avevano caratterizzato le disavventure del giovane Lizewski a favore di matite molto più lievi e tratteggiate. Anche la colorazione prende la stessa piega e tutto pare meno caricaturale, adattandosi ai toni più adulti e sfumati – seppur nei loro limiti – della vicenda.

Il tutto si conclude con un finalone tanto d’effetto quanto ambiguo e una bella chiusura che quasi ti fa sentire al multisala quando parte il singolo portante della colonna sonora sui titoli di coda. Ed è qui che volevo arrivare. Di Millar possiamo dirne tutto il male che vogliamo, ma rimane uno che certe cose le sa scrivere come pochi altri. E, come se non bastasse, ad accompagnarlo ci trovi sempre disegnatori di un livello assoluto. Qui, per di più, in formissima.

Alla fine dei conti, nonostante abbia investito più di 14.000 battute a elencare tutti i difetti dell’operazione Kick-Ass, sono già in attesa del prossimo volume. Che sicuramente mi deluderà e mi farà pensare di come si tratti dello solita caciara messa in piedi dallo scrittore che tutti amano odiare e a come potevo investire meglio il mio tempo. Peccato che ormai sarà troppo tardi, come la volta prima e quella prima ancora.