Dagli spot Ceres al fumetto: “Ragazzino va all’inferno” di Enrico Macchiavello

Enrico Macchiavello è stato cantore misconosciuto dell’adolescenza brufolosa di inizio Duemila, quell’ultimo brandello di storia umana in cui si poteva ancora nascere e sopravvivere con i denti storti. Macchiavello ha cantato la puzza ascellare di quella generazione dall’unico piedistallo che noi ragazzi potessimo desiderare: la pubblicità. È lui infatti che dal 1999 ha disegnato gli spot animati di Ceres, è lui che ci raccontava del casino, dei parcheggi, dei gruppi fetidi di maschi e dell’abbigliamento imbarazzante, con quel character design apparentemente disgustoso che invece si ritrovava a essere strumento di consolazione e immedesimazione per ogni adolescente-mostro di quegli anni.

ragazzino inferno macchiavello

Il lavoro di Macchiavello per Ceres è stato uno dei pochissimi brandelli di verità passati per la televisione commerciale, più di Radiofreccia, più di Ovosodo, più di Dawson’s Creek. Quello creato da Macchiavello è un immaginario grottesco ed eccessivo, fatto di nasi giganteschi e bitorzoluti, teste enormi, occhi strabici e corpi deformi, tutti elementi che ritroviamo nel suo fumetto d’esordio, Ragazzino va all’inferno (GRRRz).

Ragazzino è uno sfigato, inetto e brutto come il peccato. È un disagiato con un padre ubriacone, una madre impasticcata e un fratello bullo che non perde nessuna occasione per vessare il poveretto. Ragazzino è anche l’involontario protagonista di un video girato da alcuni suoi compagni di classe mentre si stava facendo una sega nei bagni della scuola. Ragazzino vuole vendetta e la vuole subito, ma non ha idea di come fare. Almeno finché lo spirito di sua nonna non gli viene in soccorso e gli suggerisce di chiedere aiuto a Satana.

Parlare di Ragazzino va all’inferno è più difficile del previsto, soprattutto perché, se si vuole restituire la sua semplicità e il suo essere felicemente diretto in quel che vuole dire e trasmettere, si rischia di farlo apparire quasi superficiale. E invece Macchiavello su quella superficie ci scivola sopra che è un piacere, divertendosi e beandosi del lusso di poterci pattinare sopra grazie a una narrazione cristallina che rende da subito evidenti le tematiche e il possibile andamento della trama. Non ci sono segreti in Ragazzino va all’inferno, tutto è così chiaro e limpido da renderlo una lettura agile e immediata, che non si vergogna nel voler far divertire il suo lettore.

Leggi un po’ di pagine in anteprima di Ragazzino va all’inferno

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Macchiavelllo lo fa inizialmente attraverso il suo stile di disegno che non ha subito alcun imborghesimento dopo la permanenza in televisione. Anzi, i passaggi televisivi ci sono stati utili, perché abbiamo imparato a conoscere quello stile eccessivo, non così tanto da farci l’abitudine a sporcherie e fetidume, ma abbastanza da imparare ad amarlo e apprezzarlo. Così i brufolazzi, i monociglioni, i denti storti e le fatiscenze miste (del corpo, dell’anima e degli ambienti) di Ragazzino va all’inferno descrivono un mondo grottesco e al contempo decadente che, a voler inventare una nuova definizione, definirei neorealismo jacovittiano.

Macchiavello porta al limite i difetti dei corpi per puro dileggio, inserendoli però in un contesto fatiscente e realistico da città di provincia stilizzata. In questo senso, il suo Inferno è ordinario tanto quanto le vie percorse da Ragazzino, così come i diavoli non sono poi molto diversi dai personaggi umani. Stranamente la conseguenza della commistione di questi due elementi non fa apparire i personaggi fuori posto ma, anzi, sembra perfettamente integrarli in quell’ambiente: sono a casa loro (Inferno compreso).

La scrittura di Macchiavello invece si scopre essere piacevolmente irriverente, percorsa da un umorismo che evita battute facili preferendogli gag più articolate (come quella della Bibbia da leggere fino in fondo). Non manca anche una certa complessità, che raggiunge il suo apice nella descrizione crudele e sincera della famiglia di Ragazzino.

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Macchiavello evita qualsiasi paternalismo pinocchiesco e anche la più piccola particella di moralismo statunitense, ma con una divertita cattiveria permette addirittura al suo protagonista di pensarci un po’ su prima di salvare mamma papà e fratello dalle grinfie dei diavoli. Stupisce in questa sequenza la totale sincerità di Ragazzino: non è una gag simpatica (anche se si risolve come tale), è un pensiero reale che qualsiasi adolescente ha fatto almeno una volta nella vita.

Ed è grazie a quella scena che ho compreso Ragazzino va all’Inferno. Lì ho capito che il libro di Macchiavello è il fumetto perfetto per qualsiasi ragazzino dai dieci ai quindici anni. Seriamente, chi di voi a dieci anni non avrebbe voluto ritrovarsi tra le mani un libro che ti dice che la Bibbia non serve a nulla, che racconta con i pugni e con i diavoli la storia della rivalsa di uno sfigato, che ti fa ridere e che si fa leggere in fretta, che ti racconta un mondo di brutti e che non nasconde la normalità delle pulsioni sessuali e dei cattivi pensieri?

Non è mia intenzione sminuire il lavoro di Macchiavello definendo il suo libro un fumetto per ragazzini, anzi. È una medaglia al valore per avere avuto il coraggio e la bravura di parlare a un pubblico così complesso in una maniera così inusuale, piena di quell’irriverenza che spesso manca nelle storie per questa fascia di età. Sia chiaro: Ragazzino va all’inferno piacerà anche a noi adulti (per certe cose non si cresce mai), ma posso solo immaginare l’effetto dinamitardo che potrebbe avere su un dodicenne.

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Mi piace immaginare che dopo aver formato una generazione di lettori di fumetti ventenni, la GRRRZ abbia deciso di passare a cervelli più assorbenti e reattivi, a teste ancora tutte da costruire. Lo fa con un libro che ha una complessità narrativa tale da risultare adulto per i ragazzi e giovanile per gli adulti, capace di divertire entrambi ma con la forza di essere più incisivo sui giovani lettori, pronti a rimanere stupiti nel leggere una storia come nessuno gliel’aveva mai raccontata prima.

Ragazzino va all’inferno
di Enrico Macchiavello
GRRRz, settembre 2018
brossurato, 160 pp., b/n
15,00 €