Rubriche Sunday page Sunday Page: Geoff Klock sui Fantastici Quattro di Grant Morrison

Sunday Page: Geoff Klock sui Fantastici Quattro di Grant Morrison

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Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica ospitiamo Geoff Klock, professore associato di letteratura inglese al Borough of Manhattan Community College della City University of New York. Accademico e saggista, ha scritto diversi libri sul fumetto, il più importante dei quali resta How to Read Superhero Comics and Why, che analizza l’era postmoderna del fumetto supereroistico americano utilizzando il concetto di “l’angoscia dell’influenza” di Harold Bloom.

geoff klock fantastici quattro grant morrison

Dato il tuo curriculum, mi sarei aspettato una pagina da un qualche fumetto postmoderno degli anni Ottanta. Fantastici Quattro 1 2 3 4 è un lavoro marginale nel canone supereroistico – e nella fumettografia di Morrison. Come mai l’hai scelto?

In effetti è una miniserie marginale. Lo scorso aprile Vulture ha pubblicato una lista delle cento pagine più influenti del fumetto. Non si poteva non includere Watchmen o Il ritorno del cavaliere oscuro, ma non ci sarebbe stato motivo di includere FF 1 2 3 4. Quello che mi piace di questa rubrica invece è che più personale – le parole “influente” o “importante” producono risultati molto diversi da “preferita”. Con “preferita” riesci a vedere una personalità.

La pagina che ho scelto non è importante, almeno non credo, ma lo è per me. Ho scelto questo titolo perché l’ha scritto Grant Morrison e la pagina che ho scelto mi è rimasta in mente molto tempo dopo aver dimenticato tutte le altre. Scegliamo le opere d’arte che vogliamo fruire, per la maggior parte, ma sono le cose che amiamo che alla fine scelgono noi. È per questo che in inglese “innamorarsi” si dice “falling in love”, “cadere in amore”, perché è irrazionale, come una caduta.

In più, e questa è un’aggiunta meno soddisfacente, alcuni dei miei studiosi o artisti preferiti affrontano ogni intervista ripetendo quello che già hanno detto altrove, come avessero un copione da cui leggono sempre le solite battute e io non volevo cadere in questa trappola – volevo raccontarti qualcosa che non ho mai detto a nessuno, così avrebbe significato qualcosa.

Ti ricordi quando hai letto per la prima volta 1 2 3 4?

Quando uscì ero all’università e compravo qualsiasi cosa scritta da Grant Morrison per partito preso, un principio che utilizzo ancora oggi, anche se non mi piace più così tanto come mi piaceva all’epoca. Jae Lee mi piaceva dalle superiori, quando ero dark e gotico, e il suo stile cupo ma fico mi attirava. All’epoca ascoltavo tanto i Nine Inch Nails e vestivo tutto di nero.

Di questa pagina cosa ci racconti?

Nei numeri precedenti a questo, Destino ha attaccato i Fantastici Quattro con una qualche stramberia sullo stile della gemma dell’Infinito ed è riuscito a soggiogare la Cosa, la Donna Invisibile e la Torcia Umana, un numero alla volta, manipolando la loro realtà in maniera onirica per poterli fare a pezzi psicologicamente. Mr. Fantastic è stato nel suo laboratorio tutto il tempo e non ha permesso a se stesso di interrompere il lavoro, quindi il lettore pensa che Reed non sia al corrente della situazione. In questa splash page, Destino si presenta con un robot gigante per festeggiare la sua vittoria e sbarazzarsi anche di Mr. Fantastic, immaginando la loro battaglia come una partita a scacchi, questo era il suo scacco matto.

Mr. Fantastic è un tipo strambo. Ha un dottorato, ma in un mondo dove tutti fanno vanto del loro grado di educazione scolastica (Dottor Strange, Dottor Manhattan, Dottor Destino, Doc Savage), lui si fa chiamare Mister. Ovviamente, la guida di stile del New York Times riserva il titolo di “dottore” alle professioni mediche (quando ottenni il mio dottore, il tutor mi disse che l’unico dottore della letteratura inglese era Doctor Johnson). Quindi all’inizio sembra un segno di umiltà da parte sua, ma poi quando deve scegliersi un nome da supereroe opta per FANTASTIC, mentre gli altri membri hanno nomi che non danno valori alla persona in alcun modo, anzi, qualcuno potrebbe essere anche insultante. Sembra quasi una classica rinuncia del privilegio da maschio bianco eterosessuale fatta per ribadire il proprio potere. Reed è spesso ritratto come inumano, freddo e distante, come succede con il Professor X, il mio supereroe preferito. 1 2 3 4 parte da questo presupposto ma poi ribalta l’idea in maniera brillante.

E come mai l’hai scelta?

Quello che mi piace di questa pagina è il modo in cui Morrison sovverte uno stereotipo, contrapponendo una mentalità antica a uno stile nuovo. È un tema che ritorna spesso nei suoi lavori (specialmente in Invisibles e New X-Men). Qui c’è il vecchio Dottor Destino, che può piegare la realtà ma decide di usare un robot gigante con le sue fattezze, facendo slalom tra i grattacieli e gli elicotteri come King Kong. Stile classico, con un monologo da cattivo troppo sicuro di sé che cola archetipi e spavalderia: «Richards, in una sola breve notte ho preso tutto quanto. Il ragazzo è cieco, storpio e schiavizzato. Il mostro è a pezzi, perduto, la sua amata è sposa dell’Uomo Talpa nel suo regno di sporcizia. Tua moglie è affogata nel profondo dei fantasmi della sua frenesia adultera. Tutto ciò che rimane è DESTINO». Gigioneggiare così è una delle basi del genere.

Ma il vecchio non può scandagliare il nuovo ed è qui che entra in gioco Mr. Fantastic. Morrison utilizza il luogo comune dell’erudito nella torre di avorio, troppo puro per le cose del mondo, chiuso nella sua conoscenza senza scopo. Morrison innova ripensando i suoi poteri. Può allungare il suo corpo come gomma, come fa Plastic Man. Ma è anche un genio, a differenza del clownesco Plastic Man. Morrison unisce le due cose, il cervello e il corpo, e immagina che il vero potere di Mr. Fantastic sia quello di plasmare il cervello, pensando in modi nuovi. L’immagine di lui sospeso nella vasca, il suo corpo gommoso, ci ricorda dei suoi poteri anche se non li sta usando nella maniera tradizionale. La sua mente è così impegnata che non si preoccupa di tenere insieme il corpo. Avere una forma è un’azione che fa per le altre persone, qui è isolato e non gli interessa.

Le strane orbite blu e i cavi che sembrano tentacoli danno un aspetto inquietante e adoro che Reed inizi a parlare senza preoccuparsi di guardare il robot gigante che ha fatto un buco nella vasca. La vignetta principale taglia diagonalmente la pagina ma distrugge tutto, porta l’occhio a viaggia da destra a sinistra – il contrario della direzione di lettura convenzionale. Ti rimanda alle vignette precedenti. Non è un caso. Perché questo è il momento in cui devi tornare indietro nel tempo, indietro a quelle vignette, e ripensare tutto quello in cui credevi – Mr. Fantastic non è affatto sorpreso, e questo era il suo piano dall’inizio. Sapeva che Destino sarebbe arrivato ed è andato in isolamento immediatamente, senza avere tempo di spiegare o di capire cosa fare a riguardo. Retroattivamente si scopre che quella che appariva come una debolezza, la sua natura intellettuale, la sua distanza, era in realtà la sua forza.

È per questo che il loro scambio è così potente. Destino domanda cosa abbia fatto Reed mentre distruggeva le vite della sua famiglia. Reed gira la testa e risponde: «Be’, Victor, ho pensato». È un momento incredibile perché la società mette azione e pensiero in opposizione e generalmente preferisce l’azione. Gli Americani non hanno scelto una persona molto riflessiva come loro presidente, per esempio, e molti a sinistra vedono il pensare troppo come una debolezza. Amleto non può agire perché pensa troppo.

I fumetti di supereroi sono strumenti in grado di rappresentare l’azione meglio di quanto facciano con il pensiero ed enfatizzano l’azione ogni volta che possono. Qui invece il pensiero non è messo in contrapposizione all’agire, ma è una sua espressione. Pensare vuol dire fare qualcosa. In qualità di persona che pensa di mestiere, spesso senza uno scopo chiaro in mente, è un concetto che mi appartiene. C’è una scena molto simile in uno dei miei film preferiti, A Serious Man. Ho sempre voluto incorniciare questa pagina e metterla in ufficio per mostrarla agli studenti che entrano.

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