Comics Le vacanze romane di Hit-Girl, tra stereotipi e splatter

Le vacanze romane di Hit-Girl, tra stereotipi e splatter

Quando la nuova serie di Hit-Girl è stata inaugurata, Mark Millar aveva spiegato che l’idea di fondo era di realizzare una sorta di versione iperviolenta di Tintin, con avventure in giro per il globo affidate a diversi autori.

hit-girl roma fumetto mark millar

Così dopo la Colombia, sceneggiata da Millar stesso per le matite di Ricardo Lopez Ortiz, e dopo il Canada, scritta da Jeff Lemire e disegnata da Eduardo Risso, siamo passati a Roma, con i testi del brasiliano Rafael Scavone e i disegni di Rafael Albuquerque per i colori di Marcelo Maiolo.

Un po’ come in Tintin, ben noto per la sua stereotipizzazione a volte anche razzista dello straniero, così anche in Hit-Girl, sebbene pubblicato oggi e non 90 anni fa, si sguazza in un tripudio di luoghi comuni, qui esagerati in stile pulp.

Del resto lo stesso accadeva nelle storie americane, quindi non c’è di che indignarsi, semmai spiace per l’occasione perduta di scrivere qualcosa di un po’ meno ridicolo di una banda mafiosa che controlla la capitale italiana, capitanata da una suora fanatica di un santo del tutto inventato e a sua volta improbabile. 

I luoghi comuni non mancano nemmeno nelle situazioni, a partire dall’inseguimento – ovviamente in vespa – del primo episodio, fino alla battaglia nel Colosseo o a un passaggio di fronte alla Fontana di Trevi. Altri luoghi romani per inciso non sono riconoscibili riducendo questa trasferta a un viaggio da cartolina con sfondi spesso lacunosi o generici, come in Tintin di certo non si sarebbero visti: si dica quel che si vuol di Hergé ma rimane ben al di sopra di un’operazione del genere.

Hit-Girl, prima di dedicarsi al consueto massacro splatter con amputazioni e ammazzamenti acrobatici ed esagerati, soprattutto perché perpetrati da una bambina, racconta di una ladra – la gatta – che sta cercando di trafugare per suor Giustina una santa reliquia. La gatta però si alleerà presto con Hit-Girl, che avrà così modo di scatenarsi nel macellare suore, biker dal look vintage, frati armati di mazze ferrate che gridato “Putana” con una T sola (visto che non manca certo il turpiloquio era troppa fatica trovare almeno lo spelling corretto?) e ovviamente suor Giustina stessa.

L’anziana religiosa, dietro spessi occhiali, si rivela ferocissima non solo con inermi cuochi che sbagliano a salare la salsa, ma pure capace di tenere testa a Hit-Girl maneggiando una pesante spada a due mani e combattendo con sorprendente agilità. 

Albuquerque è come noto un disegnatore capace di rendere benissimo il dinamismo dell’azione e chiaramente si è divertito tra colpi di mannaia, amputazioni e personaggi sopra le righe, ma non si esce dalla solita “millarata”, tanto ben disegnata quanto vuota e coperta di eccessi più o meno divertenti.

Il solo passaggio che davvero omaggia Roma è alla fine la “trattoria di Pichelli”, dedicata naturalmente alla romana Sara Pichelli, nata nella Marche ma romana d’adozione, ormai vera superstar del comicdom, apprezzata anche da colleghi di successo come Albuquerque.

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