Focus 30 anni di "Sandman"

30 anni di “Sandman”

La casa di Neil Gaiman sembrava una spiaggia. A un certo punto i fan dell’autore avevano preso l’abitudine di inviargli per posta mucchietti di sabbia dalle coste di tutto il mondo. Era un gesto di affetto verso Neil Gaiman e la sua creatura più famosa, Sandman. Solo che la cosa prese una brutta piega, e l’assistente di Gaiman pregò i fan di smetterla con i cadeau di silice. A trent’anni dal suo debutto, Sandman continua a riecheggiare nella memoria degli appassionati, tanto da aver recentemente generato un universo di titoli.

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La copertina del primo numero di Sandman, illustrata da Dave McKean

«Sandman è nato come un gioco di parole sui molteplici significati della parola “sogno”» disse Gaiman in una conversazione con Chip Kidd. «Ci sono i sogni che facciamo la notte quando chiudiamo gli occhi, ci sono i sogni intensi come speranze e aspirazioni e ci sono sogni come storie che ci raccontiamo per dare un senso al mondo. E il fatto che sia riuscito a passare da un significato all’altro di “sogno” è stato il motore della serie.»

Di sogni e di storie

Durata 75 numeri pubblicati tra il 1989 e il 1996 (più qualche speciale, durante e dopo), Sandman parla delle storie, quelle che ci nutrono, quelle che raccontiamo l’uno all’altro per imparare, crescere, trovare conforto, illuminarci e farci ispirare. Il protagonista della serie è Sogno, una delle sette entità note come Eterni che regolano ogni aspetto della vita umana. Noto anche come Sandman o Morfeo (ma gli appellativi a lui riferiti si sprecano), controlla il mondo dei sogni. Quando inizia la testata lo troviamo alla ricerca dei propri poteri perduti, che recupererà per poi scontrarsi nel corso degli albi con personaggi provenienti da altre mitologie, tradizioni letterarie e storiche, combattere incubi scappati al suo controllo o ricucire i rapporti con gli altri Eterni.

Con queste premesse, quanto mai vaghe, Gaiman poté permettersi di raccontare qualsiasi tipo di storia: smontò le tradizioni popolari, spaziando dalle divinità africane agli dei nordici; ci mise dentro la mitologia cristiana (riletta attraverso William Blake, John Milton e Dante Alighieri), le fiabe mediorientali, i racconti shakespeariani, quelli ottocenteschi; cercò nella Storia peculiare delle genti l’elemento comune che il genio umano ha inserito in ognuna di loro.

La saga di Sandman è piena di vicende sfilacciate, personaggi che spariscono e tornano (al protagonista stesso capita di finire sullo sfondo della vicenda, o di non comparirvi nemmeno). Ha una trama debolissima e per tanto non si presta ai riassunti facili o a elevator pitch.

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Una tavola di Sam Kieth da Sandman #4

All’epoca della sua uscita era una serie anomala per essere edita da uno dei due colossi del fumetto supereroistico, in particolare negli anni Novanta, una decade fatta di esagerazioni, di scrittura sciatta e piegata a disegni bombastici ma vuoti, tutto il contrario della cifra stilistica di Sandman. Eppure il suo lirismo, la sua anticonvenzionalità, l’intimismo e il suo afflato letterario hanno fatto breccia nel cuore di molti lettori, la gran parte dei quali non aveva neanche mai preso in mano un fumetto prima di allora.

In effetti, Gaiman non è mai stato un fumettaro, non hai mai provato la glaciale riverenza per le consuetudini del mezzo. E non gli interessava che cosa lui potesse dare al personaggio, come la sua scrittura potesse asservire agli scopi del protagonista. Era piuttosto il fumetto che doveva essere utile a Gaiman e si doveva piegare al suo volere creativo.

Il culto dello scrittore

Nel fumetto di genere, il culto dell’artista si è evoluto come una funzione esponenziale: da una lunga fase storica in cui gli albi non presentavano i nomi dei creatori o – quando lo facevano – il nome nascondeva dietro di sé schiere di assistenti e autori non accreditati, a un’accelerazione che ha portato i fumettisti, verso la fine del Ventesimo secolo, a diventare icone culturali. Negli anni Novanta, chiunque prendesse in mano un fumetto conosceva Stan Lee, Jack Kirby, Alan Moore o Frank Miller, ma la loro aurea svaniva appena si usciva dalla bolla di settore. A un fruitore di intrattenimento casuale, il nome di Alan Moore poteva anche far risuonare qualche campanello, ma niente a cui valesse la pena dedicare più di qualche secondo di riflessione.

Meno intenzionalmente di quanto possa apparire, Neil Gaiman si è appropriato del culto dello scrittore per far diventare Sandman un mezzo con cui, salvo eccezioni, a emergere è stata soprattutto la sua voce, non quella dei disegnatori che si sono susseguiti alla realizzazione della serie. Lui non ve lo dirà mai, assicurerà di aver scritto ogni sceneggiatura pensando al disegnatore, pretenderà di aver saputo chi avrebbe disegnato l’albo prima di iniziare a scrivere, mandando ai pazzi l’editor Karen Berger. Ed è vero, ma l’altra verità è che, grazie alla frammentazione grafica, Gaiman divenne una celebrità, mentre i disegnatori che lo affiancavano venivano relegati in secondo piano.

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Neil Gaiman nel 1991, durante una sessione di autografi in compagnia del romanziere Terry Pratchett

Il controllo che DC Comics gli concedeva sulla serie era parziale ma determinante. Verso la fine della sua gestione Gaiman iniziò a concedere interviste in cui asseriva con il suo tono piano ma ficcante che, se Sandman fosse proseguito con altri sceneggiatori, lui avrebbe terminato il proprio rapporto lavorativo con la casa editrice. «Senza rancori», aggiungendo, «ma se invece avessero chiuso la serie, io sarei rimasto».

Così, quando Sandman stava per raggiungere il traguardo prefisso da Neil Gaiman, Berger gli disse che ne avrebbero cessato la pubblicazione. «Sì, forse è meglio così», rispose lui. DC assecondava i suoi ritardi ed evitava che la testata venisse macchiata dal nome di altri scrittori. Nessun riempitivo, nessuno seguito della serie senza di lui. Quando se ne parla sui mezzi di comunicazione, la serie è associata al solo nome di Gaiman, quasi ne fosse anche il disegnatore (o l’opera fosse un libro).

In effetti, Sandman è soprattutto uno sforzo letterario che nasce e muore con Neil Gaiman e in cui l’apporto del disegnatore, pur cruciale, non arriva a rendere la sua presenza necessaria, corroborando pregi e difetti del culto dello scrittore. Lo stile è ondivago, nel primo periodo cambia senza una ragione narrativa (poi si stabilizza e il lettore accetta che, se cambiano i personaggi e il modo in cui vede Morfeo, allora ha senso che cambi anche il disegno). Sandman senza Gaiman non sarebbe tale. Sandman senza Sam Kieth, Mike Dringenberg o Jill Thompson, sì.

E mentre il culto del disegnatore ha avuto fortune alterne, la figura dello scrittore ha trovato nuova fortuna nel Ventunesimo secolo. Ancora oggi, Sandman è associato indissolubilmente soltanto a Neil Gaiman, che nel frattempo è passato ad altro e ha smesso di essere «il più famoso scrittore di cui non avete mai sentito parlare» (The Times).

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Shakespeare rivisto da Neil Gaiman e Charlie Vess, in “Sogno di una notte di mezz’esteta” (su “Sandman” #19)

Un’eredità che non c’è

Nel suo profilo per il New Yorker, Dana Goodyear appella Gaiman “Kid Goth”, un’etichetta che serve a identificare parte della sua produzione e del pubblico che lo segue. Il pezzo offre una lettura attenta del personaggio ma non si lascia sfuggire qualche leggerezza. Secondo l’autrice, i lettori di riferimento di Gaiman sarebbero «le ragazze gotiche bisessuali con disordini della personalità che studiano teatro e vogliono diventare delle gattare».

Lo dice per via indiretta, mettendo questa definizione in bocca a un generico «I critici su internet dicono che», facendo infuriare più di qualche testata e indisponendo perfino lo stesso Neil. Eppure, l’impressione che ha avuto Goodyear nasconde un fondo di verità. Secondo Karen Berger «Sandman è stato il primo fumetto moderno ad attrarre un vasto pubblico femminile. Se vai agli incontri di Gaiman, metà del pubblico, se non di più, è composto da donne».

«Il problema», chiosano su Hooded Utilitarian, «è che Sandman ha aumentato il numero di lettrici fintanto che queste lettrici leggevano Sandman. Non ha cambiato il panorama dei consumatori in assoluto. Anche se rispettata dalla critica e amata dal pubblico, la serie ha avuto un’influenza straordinariamente scarsa». Il fumetto generalista degli anni Novanta ha colto soltanto la superficie dei discorsi di Gaiman.

Uscirono – ed escono ancora – spin-off e fumetti che tentavano di catture quello stile, ma nessuno di loro si è mai distinto dal resto. E di certo quella fetta di nuovi lettori non ha continuato a leggere altri fumetti una volta terminato Sandman. Quella di Gaiman è un’opera che fece sistema a sé. Lui si è messo a scrivere romanzi, gli autori sono tornati ai loro fumetti androcentrici e le lettrici a leggere manga. È stato lo scatto di velocità di un podista a cui sono cedute le gambe poco dopo.

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Gli Eterni, raffigurati da Frank Quitely

La prosa floreale e l’abbondanza di descrizioni celavano malamente un autocompiacimento che Gaiman non sapeva quando tenere a freno. Nel 2006 The Comics Journal pubblicò un pezzo di critica intitolato My Gaiman Decade: The Sadness of Being a Fan in cui si diceva che «la sua scrittura ha il sapore di un neodiplomato che parla per frasi complesse e crede che per questo qualunque pensiero abbia in testa meriti di essere proferito». La stessa Berger ha affermato, parlando delle sue prime opere, che «Neil è sempre stato, tecnicamente, uno scrittore molto bravo, ma a volte teneva il lettore emotivamente distante».

L’incursione nel mito di Sandman – il primo tentativo di mitopoiesi gaimaniana, dove ai già citati il Nostro aggiungerà il pantheon greco-egizio-nordico, Shakespeare e il folklore britannico – è stata bissata a ogni romanzo successivo con esiti per certi versi più felici. Gaiman infatti faceva a pugni con l’economicità del fumetto, gli riusciva difficile contenersi. Le 180 parole che stavano, in media, in una pagina, e le 36 che rendevano già pieno un balloon gli sono sempre sembrate un inutile paletto alla sua verve linguistica. «Una delle prime volte che scrivevo i dialoghi ho inserito 70 parole in una nuvoletta. Ho visto cosa è successo alla pagina e ho giurato di non farlo mai più.» Il fumetto per Gaiman è un processo continuo di negoziazione con l’innegoziabile.

Revisionismo

Fu la lezione di Alan Moore su Swamp Thing a fornire a Gaiman la chiave di accesso a un modo di fare fumetti che gli si confaceva. Swamp Thing era un titolo pulp di bassa lega che Moore affrontò con piglio revisionista. Un momento in particolare segnò la svolta: Swamp Thing #21. L’albo, scritto da Alan Moore e disegnato da Steve Bissette, conteneva la storia La lezione di anatomia, una piccola grande rivoluzione stretta nello spazio di ventidue pagine. Con un movimento circolare, Swamp Thing #21 ribaltava le origini del personaggio (non più l’uomo che si fa pianta, ma la natura che diventa senziente), ne vivisezionava ogni componente, parlava della ricerca di identità e spingeva ai margini gli elementi horror-supereroistici.

Si può intuire come La lezione di anatomia avesse modellato l’idea di fumetto che ha Gaiman. Sandman era in gran parte composto da storie autoconclusive, racconti brevi che prendevano un oggetto, un sentimento, un motivo, lo guardavano da tutte le prospettive, poi lo mettevano in bisaccia e ne pescavano un altro in tempo per l’episodio successivo. Ogni tanto, un elemento veniva ripreso in mano, cambiando la prospettiva da cui lo si guardava.

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La copertina di “Sandman” #8

La continuity, il grande arazzo, la struttura sottopelle di Sandman interessavano poco a Neil Gaiman, che nei suoi lavori fumettistici avrebbe operato brevi incursioni o, quando anche di sostanza, avrebbe scritto frammenti di un mosaico narrativamente fragile. «Sono pessimo in questo. Mi interessano le persone. Le trame mi sono sempre parse qualcosa che funzionavano bene se erano organiche. Non vuoi vedere il meccanismo, per me Watchmen è bellissimo ma avrei apprezzato altri tre numeri di nulla in cui i personaggi fanno l’amore e sono tristi e si irritano invece di dover stare appresso alla trama. In Sandman cerco di far diventare un pregio il mio difetto di non saper escogitare una trama.»

Sandman inizia davvero con il numero 8. Nei primi sette numeri, il lettore fa la conoscenza di Sandman, uno dei tanti nomi con cui è noto il dio dei sogni, lo vede liberarsi dalla sua prigionia e recuperare i tre artefatti che lo rendono il padrone dei nostri incubi: la sabbia, l’elmo da guerra e il rubino. Le cose succedono, poi succedono altre cose. Terminata la storia, il disegnatore Sam Kieth lasciò la serie perché si sentiva «come Jimi Hendrix nei Beatles», forse il giro di frase più lusinghiero per evitare di dire “divergenze creative”.

«L’ottavo fu il numero in cui Neil scoprì la sua voce» ha affermato Karen Berger. Da quel momento in poi la strada di Sandman apparve chiara tanto a Gaiman quanto ai lettori. «Prese il volo come scrittore e andò in luoghi che onestamente non pensavo potesse raggiungere.»

Il suono delle sue ali era la sua piccola versione de La lezione di anatomia. Iniziava con due pagine senza dialoghi la cui innocenza era destabilizzante. Il lancio di un pallone infrangeva la tranquillità della situazione. Sogno la fermava senza sforzi, senza nemmeno guardarla, emotivamente disconnesso da tutto. L’albo non accennava ad aumentare il ritmo e presentava un’altra manciata di pagine in cui veniva introdotta la sorella di Sogno, che capovolgeva l’umore dell’albo (ma non del fratello) raccontando quanto le piacesse Mary Poppins.

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L’entrata in scena di Morte, per i disegni di Mike Dringenberg

A un terzo della storia, Sogno ricapitolava – a beneficio dei nuovi lettori, perché questo era percepito da molti come un probabile “numero 1” – cosa fosse successo nelle precedenti uscite. Le vicende fino ad allora raccontate si erano solidificate, diventando mito. Proprio come il suo scrittore, Morfeo aveva raggiunto il suo obiettivo, la sua storia era stata narrata e ora si ritrovava senza uno scopo.

A pagina 15 finalmente venivamo a conoscenza dell’identità della ragazza, Morte, il cui compito era quello di traghettare le anime nel mondo dei defunti, da un vecchio ebreo che stava per spirare di morte naturale a un neonato, passando per un suicida e un ragazzo morto in un incidente. La ragazza doveva fare il suo dovere, così come Sandman doveva ricostruire il mondo dei sogni e Gaiman doveva raccontare le sue storie.

Lo scrittore fuggiva dalle rappresentazioni trite. Morte era un giovane donna che sembrava molto cordiale. Il suo atteggiamento ancorato al presente faceva capire a Sogno la natura della sua missione, ma soprattutto mostrava una nuova prospettiva sul concetto di morte: qualcosa da accettare e con cui entrare in confidenza, invece che un’ombra lugubre da cui scappare. Una ragazza che seguiva le mode aveva preso il posto dello scheletro con la falce.

Esperienze

Alla fine di Il suono delle sue ali Gaiman aveva piantato i semi per i successivi cinque anni di storie, svelando il grande tema sotterraneo di Sandman (che poi è quello dell’intera poetica gaimaniana): non facciamo altro che raccontarci storie che parlano delle nostre esperienze, e le storie che scegliamo di raccontare decretano l’effetto che quelle esperienze hanno su di noi.

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Una tavola di Jill Thompson, da “Sandman” #46

Ecco, se c’è una cosa di Sandman di cui vale la pena parlare è degli effetti che leggerla e scriverla hanno avuto rispettivamente su noi lettori e sullo stesso Neil Gaiman, più che dei suoi meriti, poco riassumibili se non usando formule di circostanza (“uno dei più importanti fumetti degli anni Novanta”, “l’opera che fece conoscere Gaiman al mondo”).

In Sandman c’era tutto quello che avrebbe in seguito raccontato Neil Gaiman nella sua eclettica carriera, tra libri, sceneggiature per cinema e televisione, fiabe per bambini. E (ri)leggerlo insegna che il mondo è fatto di storie, esse sono la particella minima dell’universo e in loro troviamo speranza. Ci muovono, accudiscono, ci guidano, illuminano.

Con Sandman, lo scrittore inglese ha creato un livello di passione che, negli anni, è deragliato in un attaccamento ossessivo. Questo perché la serie a fumetti con protagonista Morfeo, il re dei sogni, ha messo su carta molto della personalità di Gaiman, dando quindi l’illusione al lettore di entrare in confidenza più con l’autore che con i personaggi man mano che ci si addentrava nella lettura.

Il grande tema sotterraneo di Sandman è applicabile anche al modo in cui la poetica di Gaiman si approccia al mondo (e, di contro, come noi ci approcciamo a lui): non facciamo altro che raccontarci storie che parlano delle nostre esperienze, e le storie che scegliamo di raccontare decretano l’effetto che quelle esperienze hanno su di noi.

Leggi anche: Tutto Sandman, in un post

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