Barnaby, ovvero l’arte di lottare contro i genitori

“Barnaby è l’ultima grande striscia a fumetti” – Chris Ware

barnaby crockett johnson

I nostri genitori hanno represso la nostra fantasia fino a farla diventare banale. Questo è, pressapoco, ciò che inconsciamente ricordo quando mi capita di rileggere Barnaby di Crockett Johnson. E anche se in fondo tutti sappiamo quanto fosse necessario crescere e abbandonare le visioni che popolavano la nostra mente in espansione, difficilmente perdoniamo completamente mamma e papà. Barnaby nasce da questa profonda consapevolezza. Per questo motivo, Barnaby (come fumetto e come bambino) non diventerà mai vecchio.

Il sottotitolo della prima edizione italiana monografica dedicata al Barnaby di Crockett Johnson nel 1970 recita: “Il mondo come verità e immaginazione nella più singolare storia a fumetti dei nostri tempi”. Il volume Oscar Mondadori che conservo gelosamente ha la prefazione di Oreste del Buono. Non credo che OdB pensasse davvero a Barnaby come alla “più singolare storia a fumetti dei nostri tempi” ma certamente la considerava una delle più illuminanti e profonde mai realizzate. Quarant’anni dopo, possiamo dire che non si sbagliava.

È stato fortunatamente pubblicato da Fantagraphics quest’anno il primo volume di una serie divisa in cinque volumi che raccoglierà tutte le strisce di Barnaby. La serie è curata graficamente nientemeno che da Daniel Clowes, da sempre grandissimo fan di Crockett Johnson e ha un’introduzione di Chris Ware. Non dei fan di poco conto. “Barnaby – scrive Ware – è l’ultima grande striscia a fumetti. Certo, ci sono dozzine di altre strisce che vale la pena rileggere e ripubblicare, ma nessuna è così grande. Barnaby è grande quanto Beethoven, o Steinbeck, o Picasso”.

Crockett Johnson in realtà si chiamava David Johnson Leisk. Classe 1906, nato a New York da padre scozzese e madre tedesca, iniziò a utilizzare il suo soprannome fin dall’infanzia a causa della sua sconfinata ammirazione per il leggendario Davy Crockett. Iniziò a disegnare appena poté e fu un ottimo studente, fino a che, nel 1925, dovette cominciare a lavorare per mantenere la famiglia in seguito alla morte del padre.

Fece l’operaio in una fabbrica di ghiaccio, il pubblicitario da Macy’s, fino a diventare direttore artistico della rivista Aviation, dove imparò da Frederic Goudy l’arte del design grafico che influenzò fortemente il suo stile di disegno. All’inizio degli anni ’30, come molti della sua generazione, divenne un uomo di sinistra. Cominciò a collaborare  con il settimanale New Masses, periodico dichiaratamente “comunista”, pubblicando le prime vignette. All’inizio degli anni ’40, all’età di 35 anni, ormai noto come Crockett Johnson, cominciò a lavorare a Barnaby.

Pubblicato originariamente tra il 1942 e ’46, Barnaby è stato proposto per la prima volta nel nostro paese da “Il Politecnico” di Elio Vittorini e in seguito, molto più tardi, da “Linus”, a partire dal 1965. Come spiega OdB, Barnaby non piacque ai lettori: “inferiore solo a Krazy Kat come fumetto avversato  – anche se, aggiunge – Non era una classifica davvero disonorevole, dato che Krazy Kat è il più bello, il più poetico, il più riuscito fumetto che sia mai apparso e che forse mai apparirà”. Non apriamo qui parentesi su Krazy Kat. Ne riparleremo. Il punto è, prosegue l’allora direttore di “Linus” che “solo oggi nel 1970, dopo una qualche educazione al fumetto quale mezzo d’espressione, Barnaby può essere apprezzato come merita”.

Bè, provate a rileggerlo oggi. Capirete non solo da dove Bill Watterson abbia preso ispirazione per Calvin e Hobbes, ma sarete travolti da una forza critica rimasta praticamente intatta. I genitori lottano contro i loro figli, gli amici immaginari dei bambini fuggono e non tornano più, la magia dell’infanzia si perde per sempre. Ma se tutto ciò è vero per noi, questo non è il caso del piccolo Barnaby. Lui, il suo amico immaginario, non lo abbandona. Il che ci lascia con una domanda senza risposta: se crediamo in ciò che vediamo, dove comincia la verità e dove l’immaginazione? Siamo proprio sicuri che la realtà di noi adulti sia più “vera” di quella di un bambino?

Quando il piccolo Barnaby riceve la visita del suo Fato Padrino, non ha dubbi: quel simpatico folletto con le ali esiste tanto quanto il suo papà e la sua mamma. E da quel momento, la sua vita si riempie di avventure e di scoperte. Ma anche di conflitto. I suoi genitori non possono tollerare che loro figlio parli del signor O’Malley, così si chiama il folletto, come se fosse una persona vera. E allora fanno di tutto: provano a spiegargli che cosa è reale e cosa non lo è (dal loro punto di vista), lo mettono in punizione, lo portano addirittura da uno psicanalista per l’infanzia. Niente da fare. Barnaby non ha nulla che non va. Il suo problema infatti non è nella sua testa, ma nella società in cui vive, dove il signor O’Malley non può esistere. Ma provate a spiegarglielo.

Come dice OdB, il concetto è semplice: Barnaby si sta affezionando alla lotta. La sua immaginazione contro il resto del mondo, il resto del mondo contro di lui. Chi vincerà?