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Chi era Luigi Bernardi

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Luigi Bernardi se n’è andato la mattina del 16 ottobre 2013, a sessant’anni. In tanti lo hanno ricordato in questi giorni, raccontando l’importanza del suo lavoro come direttore di riviste (Orient Express, Nova Express, Mangazine, Nero) o editor (Stile Libero Noir, Perdisa Pop, traduttore di Jean Patrick Manchette, curatore della Trilogia nera di Léo Malet), e la centralità del suo ruolo come editore, soprattutto di fumetti (L’Isola Trovata, Glénat Italia, Granata Press).

Bernardi è stato il talent scout che ha ‘scoperto’ un autore come Vittorio Giardino, che ha accompagnato la maturazione autoriale di Magnus, che ha portato al successo Lupo Alberto e Pimpa. Ma la lista di grandi autori e opere sarebbe lunghissima. Per non dire del fatto che fu lui a portare il manga ad affacciarsi organicamente sul mercato italiano.

Se come editor di fumetto “d’autore” – come lo si chiamava ai tempi di Orient Express – ha sviluppato soprattutto un’impostazione letteraria, vicina alla sua sensibilità di scrittore, nella progettazione editoriale ha saputo mescolare ingredienti, linguaggi e talenti creativi.

Sulle pagine di Nova Express – secondo molti, l’ultima grande rivista nella storia del fumetto italiano – portò a incontrarsi i mondi distanti di Carlo Lucarelli e Howard Chaykin, Give me liberty di Miller e Gibbons e Crying Freeman di Koike e Ikegami, Pino Cacucci e Antonio Caronia, interviste a William Gibson o William Burroughs.

luigi bernardi magnus davide toffolo
A sinistra, Magnus. A destra, Luigi Bernardi. Disegno di Davide Toffolo (da Animals).

Difficile trovare una figura paragonabile nell’editoria italiana degli ultimi trent’anni, e altrettanto difficile parlarne a chi non l’avesse conosciuto, sentito discutere, seguito nei suoi innumerevoli progetti. Un modo può essere, allora, lasciar parlare lui stesso. Per esempio, a partire da un’intervista del 2011, in cui Luigi Bernardi diceva di sé:

«Sono un tipo piuttosto inquieto, mi è difficile lavorare se non ho il controllo assoluto su quello che facendo. E questo inevitabilmente crea attriti con i collaboratori o anche con i datori di lavoro.

Però, alla fine dei conti, la mia inquietudine trae linfa da un’altra qualità che mi accompagna da sempre: essere sempre in anticipo sui tempi (è successo con alcuni fumetti, con il noir italiano, con i manga, con la rivalutazione di un certo cinema di serie b, persino con l’importazione dei giallisti nordici), così, quando i tempi mi raggiungono, e certi fenomeni diventano di massa, da un lato mi sento come defraudato, dall’altro sopravviene una sorta di noia che mi porta a guardare i vecchi amori con occhio ancora più critico di quando meriterebbero.

E allora mi metto a cercare un’altra strada. Non riesco a capire coloro che fanno la stessa cosa per tutta la vita, io di sicuro non sono uno di quelli».

Aveva iniziato come editore già intorno ai 25 anni. In questa intervista, apparsa su Scuola di Fumetto nel 2004, Luigi Bernardi raccontava:

«Cominciò tutto più o meno nello stesso momento, prima avevo fatto solo una trasmissione radiofonica, Segnali di fumo, a Radiocittà 103 e così conobbi altri appassionati del fumetto, come Stefano Federici (poi nell’Isola Trovata), Giorgio Carpinteri (che debuttò sul primo fascicolo de La Città Futura), Igort, Daniele Brolli…

Vittorio Giardino suonò un giorno alla porta della Radio, a fine trasmissione, si presentò come aspirante autore di fumetti, facendoci vedere delle strisce comiche, delle formichine tipo BC, che ci lasciarono perplessi, poi iniziammo a frequentarci e non ho mai conosciuto uno con una volontà più precisa e definita della sua!

Per Città Futura fece dei racconti molto ‘toppiani’, sia come ispirazione narrativa che grafica, e poi un racconto per Indagini dell’Altroquando (uno dei due primi volumi de L’Isola Trovata), contemporaneamente iniziò Sam Pezzo per il Mago. Tutto si giocò in pochi mesi per lui e anche per me (anch’io cominciai a collaborare con il Mago).

Era l’inizio del ’78, fine ’77: ricevetti la proposta dalla Città Futura, e contattai Panebarco, che mi fece conoscere un agente promotore della Longanesi, con cui decidemmo di fare una casa editrice, lui poi si defilò presto, al suo posto entrò Giorgio Beltramo».

Tra le qualità di Bernardi, oltre alla curiosità, c’erano certamente l’intelligenza e la grande libertà con cui esprimeva le proprie opinioni, come questa del 2002 a proposito dell’amata rivista Linus:

«Linus è diventato una sorta di manuale di consolazione, un esempio – uno dei tanti – dell’attuale incapacità a elaborare pensieri ribaldi. Mi dice che sono intelligente, vorrei insinuasse anche qualcosa sulla mia irrimediabile ottusità, come faceva una volta.

Per di più trasuda l’idea, molto più che in passato, di mungere le istanze dell’antagonismo non tanto per convinzione quanto per la necessità di tenersi in qualche modo a galla. Così ho deciso che non comprerò più Linus, e lo prendo dal settembre del 1966. Non ho più voglia di avere la compagnia di un simulacro, uno che non possiede neppure l’insolenza di un’ombra».

Per lungo tempo fu Bernardi stesso a definirsi un gaijin, uno straniero, dovunque si trovi. Qui per esempio ne spiegava le ragioni:

«Per carattere e direi anche cultura mi piace sentirmi estraneo, partecipe ma in una posizione critica, osservatrice. Per questo alcune mie rubriche, per esempio su Comic Art ma anche sul settimanale politico bolognese Zero in condotta, avevano il contrassegno del gaijin.

Intendevo dire che sì, ero io, ero presente, però in quel contesto mi sentivo anche un estraneo. Una posizione forse di comodo, ma necessaria per elaborare un punto di vista che fosse mio e solo mio, non coincidente con quello della testata che mi ospitava».

Infine, in Crepe (Il Maestrale 2013), l’ultimo romanzo, da lui stesso considerato il migliore della sua produzione, Luigi Bernardi scrive:

«Il passato non conta più, potrebbe metterlo in una scatola da sistemare accanto a quelle che contengono i ricordi dei suoi amori precedenti. Il passato è il regno del male. Il male è potente e fa breccia anche nel mondo dei sogni. Non c’è riparo al male. Però ci si riprova ogni volta come se non si sapesse fare altro.

Il passato gli ha fatto capire che quando si sceglie un modello di vita, bisogna accettarlo fino in fondo, percorrerlo fino alle estreme conseguenze, fino a falsificare i risultati del proprio lavoro, se è un espediente capace di regalare la felicità. E Gregorio adesso è felice, felice come non lo è mai stato, felice come neppure s’immaginava di poter un giorno essere».

Leggi anche: Luigi Bernardi, nelle parole che Vittorio Giardino ha voluto affidarci

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