Dreamers & Dissenters: lo stile di Matteo Guarnaccia

In un paese in cui la tradizione visiva underground è sempre stata davvero underground e solo sporadicamente rivalutata dall’establishment culturale (meglio così?), il caso di Matteo Guarnaccia assume i contorni di una macroscopica eccezione. La mostra Dreamers and Dissenters allestita a Milano da Triennale Design Museum ne è l’ennesima riconferma.

matteo guarnaccia

Sarebbe sbagliato definire questi disegni dedicati ai più svariati fenomeni di costume degli anni ’60 come una semplice collezione di ritratti di stile. Si rischierebbe di cadere nella trappola del già visto e già consumato, facendosi imbrigliare in un banale discorso nostalgico-modaiolo. Ciò che invece è necessario saper mettere a fuoco è la sottile ma fondamentale differenza tra stereotipo e archetipo.

Il lavoro di Matteo Guarnaccia è da sempre teso alla raffigurazione dei secondi, mai dei primi. E il discorso vale anche per Dreamers and Dissenters, dove ciò che emerge è la genesi e l’essenza della cultura alternativa di cui siamo ancora oggi eredi piuttosto che un’operazione banalmente descrittiva.

“Non ho nessuna nostalgia degli anni ’60” – mi dice Matteo durante la lunga chiacchierata che mi ha concesso nel suo studio – sono stati anni durissimi, e in realtà eravamo in quattro gatti a essere fuori dalle righe. Tutti gli altri remavano contro. Chi aveva il potere non era minimamente interessato a noi e la nostra era una contestazione da pagare sulla pelle giorno per giorno. Non è stato certo tutto rose e fiori come si tende a dire oggi!”. Il valore dell’immaginario lisergico di Guarnaccia risiede così anche e soprattutto in una buona dose di autoironia in grado di addolcire quella che è una vera e propria analisi antropologica condotta attraverso il disegno.

“In realtà – prosegue – il modello del giovane ribelle stile anni ’60 non nasce negli anni ’60, ma molto prima. Arriva dal surrealismo degli anni ’20, che a sua volta deriva dai primi decadentisti e così via fino ai poeti maledetti e ancora prima, in una lunga storia che è profondamente radicata nella società moderna” (a proposito della ricerca degli archetipi). “Ovviamente – prosegue – durante quel decennio sono esplose una serie di istanze e di impulsi che si sono concretizzati in determinate forme di contestazione, ma in qualche modo si tratta di un’onda che sale e scende in continuazione”.

Parlando di oggi: “ci sono epoche in cui l’obiettivo di una generazione è più facilmente riconoscibile, in cui il nemico è più scoperto, altre in cui sembra impossibile da trovare. Ma si tratta di fasi storiche che si alternano di continuo”.

“Per esempio – rincara la dose anti-nostalgica – l’operazione con cui negli anni ’70 la tradizione narrativa a fumetti italiana è stata rivestita di un’aura intellettuale dai vari Eco, Del Buono ecc…non l’ho mai apprezzata. Preferisco di gran lunga il fumetto che non segue nessuna regola, che non cerca di imitare il romanzo ma che assomiglia di più a una canzone rock: veloce, ritmato, esplosivo. Jacovitti, per esempio. Ecco, Jacovitti è stato forse il più grande fumettista italiano”. Degli autori di fumetto di oggi, Matteo legge poco. “Mi piace molto Joe Sacco, in lui ritrovo un segno capace di interessarmi e di raccontare il mondo…ma tutto ciò che va sotto il nome di graphic novel non lo digerisco tanto”.

È impossibile per me qui raccontare tutto ciò di cui abbiamo discusso, ci vorrebbe spazio e tempo che purtroppo mancano (mi auguro di trovare entrambi prossimamente). Posso solo dirvi che la chiacchierata è proseguita a proposito di Banksy (“un bravo vignettista ma non così estremo politicamente”), a proposito della collezione privata di Albert Hoffman (che Matteo conobbe di persona) e infine a proposito dello spettacolo teatrale su Syd Barrett a cui sta lavorando attualmente (leggete qui).

Come concludere? Nel modo più semplice: con un invito ad andare subito a vedere Dreamers and Dissenters prima che chiuda. E con un monito: state (sempre) alla larga dagli stereotipi.