Focus Profili Alan Moore: "Ho sempre avuto interesse a svillupare la sessualità dei personaggi"

Alan Moore: “Ho sempre avuto interesse a svillupare la sessualità dei personaggi”

In occasione dei 60 anni di Alan Moore, riproponiamo qui un’intervista di cinque anni fa. Nell’ampia conversazione – realizzata il 19 Febbraio 2008, da smokyman e Antonio Solinas – l’autore si concentra sul suo più recente graphic novel, Lost Girls, per poi parlare di rappresentazione del sesso, archetipi, pornografia ma anche di Milo Manara, del dopo-Watchmen e del suo lavoro per il romanzo Jerusalem

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Potresti parlarci della genesi di Lost Girls. Come è nato questo progetto?

Dal mio punto di vista suppongo d’aver sempre avuto interesse ad esplorare la sessualità dei personaggi, sin da quando ho iniziato a lavorare per i fumetti mainstream, perché ritenevo fosse un aspetto necessario nella loro caratterizzazione. Al tempo avevo cercato di inserire, se era opportuno, delle scene di sesso nei fumetti che scrivevo perché sentivo che in quel modo il personaggio acquisiva maggiore tridimensionalità. Ma era un po’ un peso, perché per lo più scrivevo di mostri o di supereroi. Credo che abbiamo realizzato alcune storie piuttosto valide sulla sessualità di quei personaggi ma ho sempre avuto la sensazione che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa con un maggior respiro, che fosse interamente incentrato sulla sessualità e sull’immaginario sessuale.

Quest’intenzione nasceva anche dal fatto che alcuni dei riferimenti alla sessualità in Watchmen erano stati del tutto banalizzati dagli autori che avevano seguito le tue orme?

Credo che sotto certi aspetti sia vero. Ad esempio quando abbiamo realizzato gli episodi “sessuali” di Swamp Thing [il riferimento è in particolare alla storia Rite of Spring su Swamp Thing N. 34, DC Comics, 1985. In Italia Il rito della primavera su Swamp Thing Vol. 4, Magic Press, N.d.T.], stavamo cercando nuovi modi di esprimere quel genere di idee ma quando lo stesso approccio veniva applicato ai supereroi, nelle mani di molti autori che sono venuti dopo di me, tendeva piuttosto rapidamente a degenerare in una sorta di barzelletta sporca – essenzialmente una trovata oscena – verso cui non ho mai avuto alcun interesse.

Perciò ero molto deciso a fare qualcosa sul tema della sessualità che non avesse nessuna attinenza con i supereroi o con qualsiasi personaggio su licenza, e ho iniziato a pensare al modo in cui avrei potuto concretizzare quest’intenzione. Ma era più facile a dirsi che a farsi. Tutte le idee che mi venivano in mente, quando avevo il tempo di pensarci, non erano per nulla diverse dal materiale pornografico che vedevo intorno a me e che trovavo insulso o deprimente. Era davvero difficile immaginare una forma di pornografia che non ricadesse in quello stesso genere di schifezze. In parte perché sono stato programmato, suppongo, dal mio lavoro in quest’ambiente, al pensiero di collaborare con un altro uomo, semplicemente perché la maggior parte delle persone (se non tutte) con cui avevo collaborato, fino a quel momento, erano stati degli uomini come un’inevitabile conseguenza dello sbilanciamento della loro presenza nell’industria dei comics.

Ma nel 1989 sono stato contattato per partecipare ad un’antologia erotica che si sarebbe dovuta chiamare Lost Horizons of the Shangri-La [Gli orizzonti perduti di Shangri-La, N.d.T.]. La rivista non fu mai pubblicata, ma inizialmente mi contattarono per chiedermi se mi sarebbe piaciuto fare una storia di otto pagine. Quando iniziai a pensare a qualcuno con cui collaborare, all’improvviso mi venne in mente Melinda Gebbie, poiché ero un ammiratore delle sue opere da lungo tempo. Avevo seguito il suo lavoro nel fumetto underground: avevo scritto un articolo sull’argomento [Invisible Girls and Phantom Ladies, apparso a puntate nel 1983 nei numeri dal 4 al 6 della rivista inglese The Daredevils. Può essere letto on line qua, N.d.T.] in cui avevo portato Melinda ad esempio perché pensavo che fosse fra i migliori disegnatori del movimento underground. Non pensavo neppure che fosse necessario specificare “miglior disegnatrice”: lei era una fra i migliori disegnatori, punto e basta. Ancora non sapevo che anche Melinda era stata contattata per collaborare allo stesso antologico, ma avevamo un amico in comune, Neil Gaiman, lo scrittore. Neil l’aveva vista di recente e si offrì di metterci in contatto.

Dopo esserci incontrati ci dichiarammo entrambi interessati a lavorare insieme e Melinda incominciò a venire qui [a Northampton, UK, dove Moore risiede da sempre, N.d.T.] nei weekend e passammo due o tre settimane solamente a cercare di capire quello che avremmo voluto e quello che non avremmo voluto fare. Era ancora molto difficile tirar fuori un’idea che ci convincesse entrambi, ma passammo molto tempo a parlare di quello che non ci piaceva nella produzione erotica o pornografica del periodo e in questo processo iniziammo a lanciarci l’un l’altro degli spunti possibili per la storia. Mi ricordai di un’idea di cui non ero del tutto convinto e che avevo avuto qualche tempo prima, ossia che sarebbe stato possibile realizzare una storia basata su una decodifica sessuale del Peter Pan di J.M. Barrie. Per ragioni molto semplici: perché in Peter Pan ci sono molte scene di volo e Sigmund Freud ha detto che sognare di volare è un’espressione della sessualità. Come ho già detto, non era un’idea particolarmente brillante o originale, ma la misi sul piatto delle ipotesi per vedere se ne usciva qualcosa di buono. Melinda replicò dicendo che le era sempre piaciuto realizzare dei fumetti in cui ci fossero tre donne coinvolte in una qualche dinamica di relazione tra loro: c’era un fumetto che aveva fatto intitolato My Three Swans in cui le protagoniste erano tre donne dalla forte personalità. In qualche modo le nostre due idee si fusero insieme. Io iniziai a pensare: “Se una delle donne è Wendy di Peter Pan – che era una delle donne di cui Melinda voleva raccontare le vicende – chi potrebbero essere le altre due?” e, immediatamente e in maniera del tutto ovvia, ci vennero in mente i nomi di Alice da Alice nel Paese delle Meraviglie e Dorothy da Il Mago di Oz. Fu proprio nel momento in cui pronunciammo insieme i nomi di quelle tre donne che capimmo che si trattava di un’ottima idea. C’eravamo arrivati quasi per caso, ma mettendo insieme quelle tre eroine tratte da famosi libri per l’infanzia c’erano così tante possibilità che si dispiegavano di fronte a noi: è stato quello il momento in cui Lost Girls ha iniziato a prendere forma con una velocità davvero impressionante. Non appena mettemmo insieme quei tre nomi, tutti gli altri dettagli vennero praticamente di conseguenza.

Alan Moore e Melinda Gebbie
Alan Moore e Melinda Gebbie

Nel corso di tutta la tua carriera hai sempre mostrato un certa predilezione a giocare con gli archetipi. Ad esempio nella Lega degli Straordinari Gentlemen,così come in Watchmen e From Hell, hai preso dei personaggi archetipi e hai infuso loro uno spessore maggiore di quanto avessero in precedenza. Da dove proviene questa tua preferenza? È possibile, in qualche modo, tracciare delle similitudini tra Lost Girls e gli altri tuoi lavori?

Penso sia possibile trovare delle somiglianze nel fatto che, in qualsiasi ambito mi trovi a lavorare, cerco di sfruttare al massimo le caratteristiche del genere o del personaggio. Cerco di dare il massimo di me stesso su qualsiasi personaggio e credo che quei personaggi archetipi riflettano semplicemente il mio modo di intendere la caratterizzazione. Ritengo che la maggior parte dei personaggi, anche quelli intercambiabili, se gestiti nel modo giusto, possano tendere a diventare degli archetipi. Basta soltanto guardare a Charles Dickens: molti dei suoi personaggi più memorabili che sono diventati degli archetipi sono delle figure d’aspetto umilissimo, penso a Huriah Heep, a Fagin… Credo che sia quello che metti in un personaggio a renderlo un archetipo e il fatto che quest’approccio è così frequente nelle mie opere è dovuto al fatto che è così che vedo o cerco di vedere i personaggi di cui mi occupo, anche i peggiori. Se posso fare qualcosa per renderli maggiormente memorabili o degli archetipi, lo farò.

Con Lost Girls c’era una fortissima attrattiva non solo perché avevamo a che fare con tre personaggi archetipi della letteratura per l’infanzia ma anche perché li avevamo coinvolti in una storia erotica che presupponeva il proseguimento della loro vita dopo le vicende narrate nei loro libri. Non si tratta solamente dei personaggi ma del contesto in cui si trovano. Ad esempio in Watchmen, non si trattava solo di supereroi, ma del fatto che erano inseriti in un mondo pseudo-realistico in cui era presente un elemento politico, così come altri elementi che i lettori del tempo non si aspettavano di trovare in un comic book. Con Lost Girls, si trattava di prendere dei personaggi notissimi, che associamo con delle storie per l’infanzia apparentemente innocenti, e pensare che, dal momento che tutti noi abbiamo letto quelle storie quando eravamo bambini, o ci sono state lette, o di cui comunque in qualche modo siamo a conoscenza, qualsiasi sia la nostra identità sessuale… in un certo senso ci siamo identificati in quei personaggi quando eravamo piccoli. In qualche maniera, noi eravamo loro e, prima di Lost Girls, quei personaggi rimanevano fermi all’età in cui si trovavano in quelle storie, laddove invece noi eravamo cresciuti. Noi eravamo cresciuti, i nostri corpi erano cambiati, le nostre menti erano cambiate, così come le nostre emozioni…

E anche i nostri desideri…

Certamente. All’improvviso eravamo meno innocenti e con le guance rosa di quei personaggi con cui ci eravamo tanto identificati quando eravamo bambini, eppure, penso che anche nei libri che hanno puramente dei bambini come protagonisti, ci sia una qualche implicazione che fa pensare che quegli stessi personaggi cresceranno. In effetti in Peter Pan (il solo tra le tre opere), alla fine del libro Wendy è cresciuta e ha una figlia, cosa che implica che abbia fatto del sesso ad un certo punto della sua vita [risate], come è normale che sia. Perciò ci sembrò che non fosse del tutto illegittimo proiettare quei famosi personaggi bambini in una sorta di immaginaria età matura e inoltre pensammo che un’operazione simile avrebbe avuto una grande risonanza perché, in un certo senso, stavamo raccontando la nostra storia, la storia di come tutti noi ci siamo sentiti quando siamo entrati nel regno della sessualità – che sia accaduto, o meno, in giovane o tenera età – e abbiamo scoperto che si trattava di un mondo strano e imbarazzante, in tutto e per tutto sbalorditivo e illogico quando Oz, Neverland o il Paese della Meraviglie. E quando abbiamo scelto questi tre personaggi abbiamo capito d’avere a disposizione una metafora perfetta. Con quei tre personaggi avevamo una metafora perfetta per rappresentare quanto stupefacente e disorientante sia stato il mondo della sessualità quando ognuno di noi l’ha scoperto.

Le mani di Alan Moore
Le mani di Alan Moore

Facendo un passo indietro, hai detto che in origine Lost Girls avrebbe dovuto essere una storia di 8 pagine. C’è stato un momento in cui avevate pensato ad una versione “ridotta” o vi siete accorti molto presto che sarebbe stato impossibile contenere la storia in così poche pagine?

Ce ne siamo accorti molto presto. Come ho detto prima, una volta identificati quei tre personaggi la storia ha iniziato ad espandersi e a crescere, e abbiamo capito che per renderle giustizia (avevamo capito che era un’ottima idea e che avremmo dovuto renderle giustizia) non potevamo condensarla in otto o sedici pagine. Ci siamo rapidamente resi conto che ci sarebbero voluti 30 episodi da 8 pagine ciascuno oppure un volume da 240. Al tempo non sapevamo che ci sarebbero voluti 17 o 18 anni per concluderla. Ma credo che se anche l’avessimo saputo saremmo andati avanti comunque. Anche se fossimo stati consapevoli di quanto lavoro avrebbe richiesto eravamo così entusiasti per quell’idea che l’avremmo comunque portata a termine.

Ovviamente Lost Girls ha avuto un impatto anche nella tua vita privata…

Le nostre vite e la storia su cui stavamo lavorando hanno ovviamente iniziato ad intrecciarsi. Non credo che avremmo potuto realizzarla se io e Melinda non fossimo stati legati da una relazione seria. E visto che è così che sono andate le cose, credo che questi due aspetti sono stati estremamente benefici l’uno per l’altro. Lo penso perché quando abbiamo iniziato a collaborare a Lost Girls, sin da subito abbiamo dovuto essere molto chiari e onesti in tutti i nostri pensieri e idee e in molte relazioni questo non succede. Molti possono arrivare alla fine di una relazione senza avere mai discusso di argomenti così intimi e personali mentre per me e Melinda questo è stato il punto di partenza per il nostro legame che credo ne abbia sicuramente beneficiato. D’altro canto, penso che essere legati nella vita sia stato di notevole importanza per Lost Girls perché molte opere pornografiche, non importa quanto siano ben scritte o disegnate, soffrono di una certa freddezza. C’è una sorta di distacco emotivo dal testo o dalle immagini. Spesso sembra che i protagonisti siano pupazzi privi d’emozioni e questo è uno degli aspetti che sia io che Melinda abbiamo sempre trovato alienante e, di conseguenza, abbiamo fatto in modo che in Lost Girls ci fosse molto calore, molta compassione e fossero rappresentate molte delle usuali azioni di una persona, i sentimenti, le emozioni. Probabilmente il fatto che io e Melinda fossimo legati affettivamente ed emotivamente ha dato a Lost Girls un forte spessore emozionale. Credo davvero che lavorare a Lost Girls e stare insieme sia stato un vantaggio per entrambe le cose.

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Nell’introduzione a Writing for Comics uscito di recente in Italia [Proglo Edizioni, 2007, N.d.T], Rick Veitch racconta come le idee delle tue storie siano praticamente già compiute e dettagliate sin dall’inizio. Nel caso di Lost Girls si può invece dire che ci fosse una forte idea di base ma che la storia si sia evoluta via via con la vostra crescita personale e come partner.

È vero. Anche se quello che ha detto Rick sul fatto che le mie idee siano praticamente del tutto formate è in larga misura altrettanto vero. Avevo un’idea di massima di tutti i 30 episodi di Lost Girls prima che iniziassimo a lavorarci, così come avevo un’idea di quale direzione avrebbe preso la mia relazione con Melinda, ma allo stesso tempo per entrambe le situazioni se si conoscesse tutto in anticipo non ci sarebbe alcun divertimento. Perciò, anche se avevamo una struttura di massima della storia, ci sono stati degli elementi che abbiamo sistemato capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina: alcuni dettagli, il modo in cui raccontare la vicenda e, nel caso di Melinda, quale approccio grafico usare per ogni sequenza. Questi erano aspetti che all’inizio non erano “scolpiti nella roccia”. Elementi che abbiamo lasciato che venissero risolti più avanti, semplicemente perché così sarebbe stata un’esperienza più piacevole. Mi piace che le mie storie siano ben dettagliate sin dall’inizio in modo da sapere quale sarà la fine e avere un percorso di massima che mi conduca dall’inizio al traguardo ma preferisco lasciarmi almeno qualche elemento a sorpresa.

Da questo punto di vista si è trattato di una collaborazione unica per te?

Credo che rispetto a tutte le mie altre collaborazioni Lost Girls sia assolutamente unica. Innanzitutto perché praticamente sin dall’inizio abbiamo avuto il problema di quale metodo di lavoro adottare. Melinda è un’autrice completa, aveva sempre disegnato le proprie storie, mentre io avevo sempre collaborato con disegnatori mainstream che erano abituati a lavorare su una sceneggiatura (anche se non erano soliti ricevere sceneggiature così lunghe e dettagliate come le mie) e Melinda fino ad allora non aveva mai lavorato su uno script altrui. Così quando le ho dato questi spessi fascicoli di qualche dozzina di pagine per un episodio di otto pagine, penso che sia stato molto difficile per lei visualizzare le mie descrizioni delle vignette, il tipo di scene che avevo in mente, così molto presto, forse dopo circa sei capitoli realizzati usando una mia sceneggiatura (e aveva funzionato piuttosto bene) abbiamo pensato che il processo poteva essere migliorato se io avessi fatto degli schizzi delle tavole (degli schizzi piuttosto dettagliati) che avrei passato a Melinda che avrebbe realizzato le tavole definitive e avrebbe naturalmente aggiunto un’immensa quantità di lavoro ai miei sketch. E poi, alla fine di questo procedimento, guardavo i disegni e c’era spazio per lasciarmi andare all’ispirazione: se Melinda aveva messo una certa espressione sul viso di un personaggio o aveva inserito qualche dettaglio di contorno poteva accadere che questo condizionasse i miei testi. Ciò ha permesso una forma di collaborazione più completa e organica rispetto a molte mie esperienze passate. Questo significa che Melinda ha contribuito alla scrittura, nel senso che abbiamo discusso i dettagli di ogni tavola, e io ho cercato di inserire quante più idee di Melinda e di tenere in considerazione le cose che le piacevano e quelle che non le piacevano nel tentativo di scrivere una storia che si adattasse alle sue qualità. Nello scrivere Lost Girls ho ricevuto moltissimi input, diretti o indiretti, da Melinda, e i suoi disegni hanno avuto moltissimi input dai miei schizzi. Entrambi eravamo coinvolti nell’attività specifica dell’altro. È stata una collaborazione molto stretta, probabilmente la collaborazione più stretta che abbia mai avuto, fino al punto che il lavoro finale potrebbe essere l’opera di una singola persona.

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Sei interessato a ripetere un’esperienza simile o pensi che rimarrà unica e limitata alla relazione con Melinda?

Non penso che ripeteremo l’esperienza. Credo d’essere tornato alla mia posizione iniziale per cui, in tutte le storie che sto scrivendo, è incluso l’aspetto sessuale come un tassello importante. Ad esempio ne La Lega degli Straordinari Gentlemen, specialmente nei prossimi numeri, c’è un approccio molto più diretto verso la sessualità. È un elemento della narrazione tra tanti altri. Non penso di voler fare un altro progetto focalizzato specificatamente sul sesso o sulla sessualità. Credo che nei 18 anni che ci sono voluti per realizzare Lost Girls abbiamo davvero esaurito tutto quello che volevamo dire sull’argomento.

Parlavo in termini più generali riguardi il tuo modo di collaborare con un disegnatore…

Quello che ha permesso una collaborazione simile è stato che Melinda è stato il primo artista con cui ho lavorato che viveva qui a Northampton. Così ho potuto fare degli schizzi perché potevo spiegarli di persona visto che sono piuttosto indecifrabili (non ho mai detto d’avere delle gran qualità come disegnatore) e con Melinda potevo sedermi con lei e mostrarle le mie pagine di scarabocchi e dirle: “Allora, quel segno lì, che potresti aver scambiato per una specie di pallone meteorologico deformato che fa capolino sul fondo di questa vignetta, è in realtà la testa di uno dei personaggi che volge lo sguardo lontano da noi”. Così potevo comunicare con lei attraverso quegli schizzi e lei poteva capire quello che cercavo di dire. Non ho mai seguito un procedimento simile con nessun altro disegnatore con cui ho collaborato perché impiego molto tempo a disegnare qualcosa che possa essere compreso da un’altra persona [risate] ed è molto più veloce e semplice per me scrivere la descrizione in una sceneggiatura e posso essere molto più accurato di quanto riesca ad esserlo disegnando. Non dico che non potrà mai più succedere, ma penso che sia molto improbabile che possa collaborare con qualcun altro nello stesso modo così intenso con cui ho lavorato a Lost Girls insieme a Melinda.

Ogni opera che ho fatto tende a suggerire da sé il modo in cui debba essere realizzata, e il nostro metodo usato per Lost Girls è semplicemente scaturito mentre ci lavoravamo, come una richiesta spontanea. Alla fine siamo giunti ad una soluzione che ci faceva felici, che era tagliata su misura per noi e che ha funzionato perfettamente. Ma è molto difficile che accada di nuovo, semplicemente perché non ho una gran fiducia nelle mie doti di disegnatore per spedire a qualcun altro un pacco di fotocopie dei miei scarabocchi e sperare che ne tiri fuori qualcosa di buono. Con Kevin [O’Neill], sul terzo episodio della Lega, sono tornato a scrivere delle sceneggiature incredibilmente lunghe con delle descrizioni incredibilmente dettagliate.

Se il risultato sarà il solito, suppongo che non potrai che esserne felice…

Esatto. Disegnatori diversi, storie diverse richiedono un diverso approccio e non penso che il lavoro di Kevin ne avrebbe un gran giovamento, o per dirla in altre parole, non penso che la Lega sarebbe un fumetto migliore se usassimo come base i miei schizzi. È un fumetto diverso e non penso che il metodo di Lost Girls funzionerebbe.

Ero interessato perchè c’è una sorta di mito sul fatto che tu voglia avere il controllo assoluto dei fumetti che scrivi, penso che tu ne sia a conoscenza…

È assolutamente vero, anche se nel mio attuale rapporto con un’artista le cose sono molto più semplici [risate].

Tutto quello che includo nelle mie sceneggiature vuole essere solo un suggerimento. Kevin O’Neill dice che la maggior parte delle volte la mia descrizione delle vignette e la scelta delle inquadrature è probabilmente il modo migliore per disegnarle ma qualche volta, poiché lui è un disegnatore e ha una migliore sensibilità grafica di me, ne trova di più efficaci. Lo stesso è successo con i miei schizzi per Lost Girls quando Melinda ne ha modificato qualcuno perché aveva trovato un modo più semplice o migliore per farli. Bisogna sempre lasciare spazio al disegnatore di fare quello che vuole, ovviamente fino ad un certo punto, specie riguardo le scelte grafiche. Tutto quello che bisogna fare è fornirgli una struttura che possa essere rimpolpata con qualunque cosa voglia inserire. La storia è una sorta di scheletro e se ne sei certo, se sei sicuro che lo scheletro sia solido, allora puoi essere davvero fantasioso nelle decorazioni, nella “ciccia”, che vuoi aggiungere.

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Una tavola di Lost Girls

Tornado a parlare di Lost Girls, stavate affrontando un tema delicato: la pornografia, stante la definizione che tu stesso hai dato. Considerando l’attenzione che l’opera avrebbe ricevuto, c’è stato un qualche intento d’essere consapevolmente “provocatori”?

Per nulla. Bisogna ricordare che abbiamo iniziato Lost Girls nel 1989, ed il clima sociale e la percezione della sessualità erano molto diversi. Allora, innanzitutto, non c’era il panico per la pedofilia che è cresciuto in maniera così forte nell’ultimo decennio. Naturalmente eravamo consapevoli di questi aspetti, ma non c’era ancora l’onda della pedofilia su Internet che è in gran parte la causa della risposta quasi isterica di alcune frange della stampa. Erano tempi diversi. Inoltre, non eravamo sotto la presidenza di George W. Bush: non c’era la stessa attenzione verso la destra religiosa che è notoriamente avversa alla libertà d’espressione sessuale o alla pornografia. Perciò eravamo consapevoli che se avessimo seguito la storia fino alle sue logiche conclusioni, e se l’avessimo fatto con l’onestà che richiedeva, se il nostro fosse stato un approccio autentico, era ovvio che avremmo potuto offendere qualcuno. Era possibile. Ad esempio, quando abbiamo iniziato Lost Girls, le voci più critiche e forti che si levavano contro la pornografia provenivano dalle femministe. Così abbiamo letto le loro opinioni critiche perché almeno erano razionali, anche se non eravamo d’accordo con loro. E abbiamo cercato di concepire Lost Girls come una risposta alle domande poste dal movimento femminista.

Inoltre c’era da parte vostra lo sforzo di alzare il livello del dibattito su quello che era davvero pornografico e osceno…

Sì. Naturalmente non potevamo affrontare un dibattito partendo dalla posizione anti-pornografia dei Cristiani, perché non era un argomento razionale. Con il massimo rispetto per i Cristiani (e per chiunque) di credere in qualsiasi cosa vogliano, non si può basare una discussione razionale sulla supposizione di quello che piace o meno al creatore dell’universo: semplicemente non è razionale. Ma le argomentazioni delle femministe lo erano, così ci abbiamo riflettuto a lungo e abbiamo cercato di alzare il livello del dibattito rispondendo ad alcune delle critiche poste dal movimento femminista, facendo in modo che le donne protagoniste della storia non fossero delle semplici figure di carta e che il libro non fosse scritto dalla prospettiva eterosessuale di un uomo ma fosse scritto per le donne quanto per gli uomini, per gli omosessuali quanto per gli eterosessuali. Abbiamo cercato di fare il nostro meglio per rendere il più possibile il libro bello e a prova di critiche. Volevamo qualcosa che non fosse rigorosamente “politicamente corretto”, che fosse un’autentica opera pornografica (o erotica) ma che fosse così ben disegnato e ben scritto da trascendere tutte le ovvie obiezioni sull’argomento trattato. Quando eravamo prossimi alla pubblicazione, con il libro finito, e ci siamo resi conto che sarebbe uscito nel 2006, per lo meno in America, abbiamo incominciato ad avere un’idea un po’ più chiara del tipo di reazione che avremmo dovuto aspettarci. Ci trovavamo sotto la presidenza di George Bush e in un periodo che poteva essere particolarmente rischioso per un libro come Lost Girls: pensavamo che ci sarebbe stata una reazione isterica da parte della stampa, anche se poi non è accaduto nulla di questo.

Avevate già pronta una strategia per rispondere alle possibili critiche?

Avevamo più volte preso in esame, nel corso dei 18 anni di lavorazione, praticamente tutte le possibili obiezioni che ci avrebbero potuto rivolgere e penso che saremmo stati in grado di difendere Lost Girls in maniera valida quanto chiunque altro. Non c’era niente in Lost Girls che non sarei stato felice di difendere fino all’ultimo respiro. Pensavo che le nostre motivazioni nel creare Lost Girls fossero inattaccabili, ma ero comunque pronto ad incontrare delle persone che avrebbero potuto non essere d’accordo con questa mia valutazione. Infatti ci sono stati un paio di casi che ci hanno preoccupato: ad esempio, le leggi canadesi proibiscono esplicitamente qualsiasi disegno di immaginari minorenni ritratti in atti sessuali e li classificano come materiale pedo-pornografico, perciò pensavamo che avremmo avuto dei problemi in Canada. Per questo il nostro editore Chris Staros ha messo insieme un dossier con estratti da recensioni di Lost Girls di alcuni dei più prestigiosi giornali americani ed inglesi, includendo una lettera di intenti firmata da me e Melinda in cui spiegavamo le nostre motivazioni e in risposta abbiamo ricevuto una splendida lettera dalle autorità doganali canadesi che diceva, sostanzialmente, che sebbene ci fossero delle scene equivalenti ad incesto o bestialità, l’opera non poteva essere considerata oscena da nessun punto di vista, e anche se vi comparivano dei minori che prendevano parte ad atti sessuali, non poteva essere considerato materiale pedo-pornografico, e che si trattava invece di un lavoro di grande rilevanza sociale ed artistica. Praticamente lo stesso parere espresso dalle autorità doganali inglesi. Questo significava che non sapevamo ancora come sarebbe stato accolto il libro ma almeno avevamo avuto l’approvazione per importarlo, con la dichiarazione che, da un punto di vista estetico, Lost Girls è un’opera d’arte e di conseguenza esente dal dibattito sulla pornografia. Persino nei fondamentalisti Stati Uniti d’America non ci sono state copie confiscate di Lost Girls anche se opere ben più innocue sono state poste sotto sequestro in alcuni negozi, specialmente negli Stati del Sud. Ma nessuna copia di Lost Girls. Credo che in un certo senso sia sorprendente e mi domando se non sia una riposta al fatto che sin dall’inizio abbiamo dichiarato che si trattava di un’opera pornografica. Credo che questa sorprendente mancanza di una reazione ostile nei confronti di Lost Girls possa avere qualche relazione con il fatto che sin dall’inizio abbiamo insistito nel definire Lost Girls un lavoro pornografico. Penso che se avessimo detto: “Questa è un’opera d’arte”, allora la reazione istintiva da parte della critica avrebbe potuto essere: “No, questa è un’opera pornografica”. Invece avendo dichiarato: “Questa è un’opera pornografica”, allora molte delle persone che l’hanno letta e che potenzialmente avrebbero potuto essere i nostri detrattori, si sono trovate spiazzate e hanno dovuto rispondere: “No, questa un’opera d’arte” [risate]. Non sono del tutto sicuro del perché le cose siano andate così, ma ne sono molto felice e sia io che Melinda siamo contenti – anche se quando abbiamo iniziato non potevamo certo saperlo – che il libro sia uscito nel 2006. Perché se fosse stato pubblicato sette o otto anni prima sarebbe uscito durante l’amministrazione Clinton, che era decisamente più liberale di quella Bush, e il mondo, anche se ben lontano da essere privo di guerre, era molto meno segnato dall’idea di guerra di quanto lo sia al giorno d’oggi. E uno degli aspetti più importanti di Lost Girls insieme, al messaggio pro-sessualità, è la posizione contro la guerra.

Alan Moore e Melinda Gebbie al loro matrimonio
Alan Moore e Melinda Gebbie al loro matrimonio

Per questo motivo avete scelto di ambientare la storia nel 1913?

Abbiamo scelto quell’ambientazione perchè quella data ci veniva suggerita dalle tre protagoniste. Quando abbiamo scelto quei tre personaggi, abbiamo cercato di immaginare per ognuno di loro una cronologia, basandoci sulle date di uscita dei tre libri, e ci siamo resi conto se volevamo raccontare una storia in cui Dorothy non fosse stata troppo giovane o Alice troppo vecchia, allora la nostra finestra temporale si restringeva al periodo tra il 1913 e il 1915. Così immediatamente sono stati fuori altri elementi come la Prima Guerra Mondiale, la prima rappresentazione de La sagra di Primavera [di Igor Stravinskij, il 29 maggio 1913, N.d.T.] all’Opera di Parigi e la conseguente rivolta. Ci è sembrato un periodo splendido in cui ambientare la nostra storia perché era un momento di svolta: in termini politici il mondo stava cambiando e non sarebbe più stato lo stesso, ma anche il mondo dell’arte era in crisi e sull’orlo di un cambiamento. C’erano ancora gli echi di una sensibilità romantica e art nouveau ma, allo stesso tempo, c’era stata anche la nascita del modernismo.

Un aspetto che avete cercato di inserire dal punto di vista grafico nella storia…

Assolutamente. Ci ha permesso dei forti contrasti, persino nei vestiti dei personaggi. È stata un’ambientazione molto forte, uno sfondo di fronte al quale ambientare le nostre delicate ed emozionali fantasie sessuali che si sviluppavano in primo piano. E come dicevo prima, siamo contenti che Lost Girls sia stato pubblicato nel 2006 perché se fosse uscito otto anni prima, sotto una presidenza americana più liberale e meno condizionata da toni di guerra, non avrebbe avuto la stessa rilevanza. Il contrasto che avrebbe mostrato non sarebbe stato così forte o evidente. Per questo siamo molto felici del periodo in cui è stato pubblicato perché penso che, se il mondo abbia mai avuto bisogno di un’opera come questa, il momento è proprio ora. Sembra che quel messaggio hippie piuttosto semplicistico “fate l’amore, non la guerra”, sembra sia necessario riaffermarlo di tanto in tanto, e credo che il momento attuale in cui ci troviamo sia uno di quelli in cui questo messaggio debba essere ribadito perché l’abbiamo dimenticato.

Quante volte ti è stato chiesto se stavate cercando di redimere il genere pornografico? Lo trovate fastidioso?

No, perchè è una domanda diretta e perché il nostro intento era proprio quello di redimere il genere. Una delle cose che ho notato è che c’è un fattore ricorrente nel modo in cui lavoro: cerco aree culturali che sono neglette e che sento abbiano potenzialmente una grande importanza. L’ho fatto con i fumetti quando ho iniziato a lavorarci e l’ho fatto con la pornografia e con la magia. Tutte aree culturali che hanno potenzialmente un’importanza e un valore incredibile ma sono completamente sottovalutate. Trovo questo tipo di settori molto fertili e mi piace molto lavorarci specialmente se nessuno l’ha fatto prima, e questo era di sicuro il caso di Lost Girl. Non solo nel campo del fumetto, ma in realtà anche nel più ampio campo dell’illustrazione e della narrativa erotica, non c’era mai stato un progetto della portata e ambizione di Lost Girls, anche se abbiamo impiegato molto tempo a realizzarlo. Non sto dicendo che non ci sarà mai un’altra opera simile, ma che bisognerà aspettare almeno altri 18 anni prima che appaia.

Da questo punto di vista, anche se è fuor di dubbio l’alto valore artistico di Lost Girls, hai mai avuto interesse per le “comuni” produzioni pornografiche? Come hai rielaborato quel tipo di materiale e come ti relazioni con l’industria del porno?

Quando ho fatto Watchmen ho introdotto degli elementi presi all’esterno del mondo dei comics, ma Watchmen è stato il risultato della lettura di un gran numero di orribili albi di supereroi. Ho dovuto assorbire tutti i luoghi comuni e le tradizioni di quel genere per essere in grado di scrivergli in maniera appropriata o di scriverne una nuova versione. Ho fatto lo stesso per la pornografia anche se non ho dedicato neppure un minuto alle produzioni moderne. Il mio interesse per la pornografia tende a svanire all’incirca intorno al periodo Edwardiano. Ci sono alcuni romanzi della Olympia Press e alcune cose degli anni ’50 che sono molto, molto validi, e qualcosa degli anni ’60, ma ritengo che il Periodo D’Oro del genere pornografico sia probabilmente l’epoca Vittoriana ed Edwardiana. Con questo non voglio dire che la produzione del periodo fosse esente da pecche o eccezionalmente buona, ma aveva delle qualità. Non ho letto naturalmente tutto ma ho identificato alcuni elementi dalla produzione pornografica di quel periodo che pensavo fossero validi, e ho cercato di inserirli in Lost Girls. E penso che lo stesso abbia fatto Melinda per la parte grafica. Ha cercato illustratori e disegnatori che le comunicassero qualcosa, in quell’ambito, e ha cercato di portare nel suo lavoro le loro qualità. Occorre essere a conoscenza di quale sia il materiale disponibile sul mercato ma non significa affatto che ci siamo mai preoccupati di guardare ogni film porno prodotto o ogni sito internet o simili [risate]. Non abbiamo neppure una connessione Internet e non ci interessa averne. Siamo gente legata alla stampa e volevamo che Lost Girls riflettesse i valori della letteratura e dell’arte di un periodo storico in cui questi avevano standard e qualità elevate.

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Conosci i lavori di qualche autore erotico italiano?

Sì, conosco diversi autori erotici. Penso che alcuni di loro siano degli eccellenti disegnatori e ci sono state un paio di opere che penso fossero particolarmente riuscite, ma non sono di mio gusto. Non voglio dire che ci sia qualcosa che non va ma semplicemente la maggioranza non è di mio gusto. Anche con Milo Manara che riconosco essere un grandissimo disegnatore (ha collaborato con Hugo Pratt su Un’estate indiana, che penso sia uno dei suoi lavori migliori, probabilmente perché lavorava con Pratt), quando vedo i suoi fumetti erotici, i disegni sono perfetti ma non fanno per me. Le donne mi sembrano sempre la stessa donna con una parrucca diversa, non sembra esserci una specificità nei personaggi femminili e tendono ad apparire come dei manichini erotici: va bene se è il genere di materiali che uno predilige ma io non li ho mai trovati interessanti.

In Guido Crepax riesco a vedere l’eleganza del suo lavoro, ma le sue donne sembrano aver patito la fame, la maggior parte delle volte sembrano figure uscite da un campo di concentramento. So che è il suo stile ma, ai miei occhi, il suo lavoro mi sembra morboso. Come ho detto ammiro l’eccellenza della tecnica di molti di questi autori ma per è difficile trovare interessante la produzione erotica attuale, non vuole essere una critica, semplicemente voglio dire che suppongo non si possa piacere sempre a tutti. Robert Crumb è invece un autore per cui nutro un’ammirazione incondizionata, anche se non so se possa essere classificato tra gli autori erotici. Non so davvero se possa essere classificato in questa categoria ma riesco a ritrovarmi nei suoi lavori: mi sembrano abbiano una dote di umanità mentre molti artisti erotici sono freddi, inumani, almeno secondo la mia percezione. Non voglio togliere nulla alle loro qualità ma c’è qualcosa nell’atmosfera delle loro storie o nella presentazione dei personaggi che mi lascia indifferente.

È risaputo il tuo malcontento sul modo in cui alcuni autori hanno gestito il genere supereroistico nel dopo Watchmen. Pensi che Lost Girls possa subire lo stesso fato?

Io e Melinda abbiamo discusso di quest’aspetto e agli inizi, di tanto in tanto, ci dicevamo: “Non sarebbe bello se, dopo Lost Girls, ci fosse un’ondata di persone che liberassero la loro immaginazione sessuale e vedessero la possibilità di raccontare delle storie pornografiche in modi nuovi e diversi?”, ma… credo che probabilmente tra i due io sia il più cinico, alla luce della mia esperienza con Watchmen, per questo penso che la risposta è che ci potranno essere dei libri che saranno solo delle pallide imitazioni di Lost Girls. Ma come per Watchmen, sono giunto alla conclusione che, qualsiasi libro uscirà seguendone la scia, non potrà diminuire la qualità dell’originale in nessun modo. Dispiace ma sembra che la prima risposta da parte di altri autori sia quella di fare delle imitazioni sbiadite, credo sia inevitabile ma per me non è un grande problema. Per cui è possibile che escano dei libri “ispirati” dal nostro lavoro ma non penso che potranno alterare in alcun modo quello che provo per Lost Girls.

Lo spero. Dovrebbero essere davvero brutti nel caso…

Assolutamente. Dovrebbero essere orribili.

In una recente intervista hai dichiarato: “Mi dispiace ma ora il fumetto sta diventando solo una parte dei miei interessi. Una parte a cui tengo molto e che rispetto profondamente ma sempre una parte”. Cosa dobbiamo aspettarci da Alan Moore nel prossimo futuro?

Al momento, tra le cose a cui sto lavorando c’è anche qualche fumetto. È tutto concentrato sulla terza serie de La Lega degli Straordinari Gentlemen. Kevin O’Neill sta già disegnando il primo volume, il primo numero, perché la storia sarà raccontata in tre albi da 72 pagine ambientati rispettivamente nel 1910, nel 1968 e nel 2008. Kevin è circa a metà del primo e questo è tutto il lavoro fumettistico in cui sono impegnato. Sto lavorando al Bumper Book of Magic insieme a Steve Moore e ad una pletora di artisti incredibili. Conterrà un pizzico di fumetto ma non molto: ci saranno dei testi, racconti, articoli, giochi, puzzle ma poco fumetto. Ci sarà un fumetto umoristico, di una singola tavola, disegnato da Kevin O’Neill che ricorrerà lungo tutto il libro, ma sarà l’unico incluso nel volume.

Il progetto principale su cui sto lavorando è il mio secondo romanzo [il primo romanzo di Moore, La voce del fuoco, è stato pubblicato in Italia da Edizioni BD nel 2006, N.d.T.] che s’intitola Jerusalem ed è tutto incentrato sulla zona in cui sono cresciuto, una piccola zona di Northampton chiamata The Burrows, la più antica della città: oggi è la zona più povera e problematica di Northampton ma nei secoli lì sono accadute delle cose fantastiche e ci sono passati personaggi meravigliosi. Sto cercando di scrivere una sorta di storia immaginaria che comprenderà elementi storici legati a quest’area, episodi accaduti alla mia famiglia e diverse speculazioni sull’arte di vivere, sulla religione.

Si dice che sarà un tomo piuttosto spesso…

Probabilmente saranno circa 750mila parole ossia, secondo i miei calcoli, un paio di migliaia di pagine. Potrebbe uscire in un cofanetto di tre libri o qualcosa del genere, ma è pensato come un volume unico, non sono tre libri, non è Il Signore degli Anelli. Penso che alla fine saranno tre libri che devono essere letti insieme: dubito che riusciremo a pubblicarlo in un unico volume, troppe pagine da mettere insieme. Scrivere Jerusalem prende al momento tutte le mie energie. Sto anche lavorando a delle canzoni con un musicista locale, Joe Brown, è molto giovane ma ha grande talento ed è pieno d’entusiasmo e ci stiamo divertendo un mondo semplicemente a scrivere insieme qualche brano. Ci sono molte cose diverse di cui mi potrei occupare in futuro e i fumetti saranno sicuramente presenti ma non avranno una parte predominante come l’hanno avuta in passato: mi sto divertendo molto a sperimentare con questi nuovi progetti.

LostGirls-3

Trascrizione di Antonio Solinas. Traduzione di smoky man con la supervisione di A. Solinas. Con un ringraziamento a Chris Staros per il supporto.

L’intervista è apparsa su Scuola di Fumetto (n.60, maggio 2008) e Blue magazine (n.189, maggio 2008), entrambe pubblicate Coniglio Editore. La trascrizione in lingua inglese dell’intervista si può leggere qui.

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