Focus Opinioni Dell’impossibilità di ristampare i Classici. Il paradosso Filippo Scòzzari.

Dell’impossibilità di ristampare i Classici. Il paradosso Filippo Scòzzari.

Tra gli estimatori del fumetto italiano – come di molti settori della cultura nazionale –  ricorre spesso una lamentazione: il fumetto nostrano è in crisi perché non ci sono più Autori con la A maiuscola. Segue discussione, con inclusa lista canonica degli Autori scomparsi: Magnus, Pazienza, Buzzelli, Toppi, Tamburini, Jacovitti, Crepax. Certo, capita anche che qualche temerario eccepisca, magari citando i nomi di artisti ancora in vita. Ma capita anche che qualcun altro aggiunga che “no, quello è morto nel 1983 e non se n’è accorto”, sottolineando la pochezza delle opere successive alla data fatidica, stroncandole una a una.

Ma bando al pessimismo, c’è anche chi ricorda come ci siano anche dei giovani che stanno dando bella prova di sé. Segue altra lista. Tuttavia anche la nostrana fumettofilìa – come forse la cinefilìa – non manca di ribattere applicando alla discussione le categorie berselliane (nel senso dello scomparso Edmondo Berselli): la Giovane Promessa deve stare attenta, ponderare ogni mossa, perché è questione di un attimo diventare uno dei Soliti Stronzi, e non riuscire più a raggiungere lo status di Venerato Maestro, di Autore con la A non minuscola. Segue contro-lista.

Ora, la perentorietà apodittica della frase iniziale, per non dire delle liste, è tipica della chiacchiera fumettòfila, di quella rilassatezza tra appassionati cultori che invita a spararle grosse, ed è tale che non merita commenti; ovvero ne meriterebbe troppi, perché la situazione è più complessa, come direbbe un politico a corto di argomenti, e per sviscerarla come merita avremmo bisogno di ben altro tempo e molte più energie, come dicono i pigri. Ciò che qui ci interessa, invece, è rilevare il nome che in quegli slanci tassonomici non viene (quasi) mai citato. C’è infatti in Italia un Maestro che non è affatto Venerato, quanto piuttosto trascurato. Troppo vecchio anagraficamente, e troppo classico negli esiti grafico-narrativi – fin dagli esordi para-fantascientifici – per essere mai stato una Giovane Promessa; troppo appartato, e libero fino all’autolesionismo produttivo, per potere essere mai divenuto uno dei Soliti Stronzi (anche se sul suo caratterino da gatto selvatico fioriscono sapidi gli aneddoti); seminale quando ancora nemmeno si sapeva cosa significasse il termine, ma totalmente senza eredi artistici. Filippo Scòzzari.

Lo ammetto: potrebbe essere solo una mia parziale impressione, ma Scòzzari non viene quasi mai citato quando si elencano i Venerati Maestri. Va però aggiunto che se qualcuno, colto da resipiscenza, lo suggerisse tra gli Autori, quanti lo hanno letto per lo più assentirebbero in modo grave ed entusiasta: Scòzzari è un Classico del fumetto italiano, come negarlo? Certo, capiterebbe di assistere anche alla levata di scudi di qualche barbogio, che considera Scòzzari un vecchio porco affetto da satiriasi e oramai superato; ma costui verrebbe presto zittito e tacciato di essere un papista giovanardiano.

Il vero mistero doloroso è che però più d’uno – forse la maggioranza – Scòzzari non sa nemmeno chi sia. E che nessuno ha più letto nulla di suo da anni, in ogni caso. Qualcuno anzi chiede se è ancora vivo, se fa ancora fumetti. Perché in effetti il dubbio viene. Sì, è vivo, e no, non fa più fumetti, solo illustrazioni e qualche vignetta ogni tanto, ma sempre meno. Adesso scrive libri, e ottiene il medesimo riscontro nelle masse che aveva in precedenza: zero al quoto.

È strano: della sequenza Tamburini-Liberatore-Mattioli-Scòzzari-Pazienza, che sta al fumetto italiano d’autore come – cinefili permettendo – Truffaut-Godard-Rohmer alla nouvelle vague, di quell’irripetibile congrega di talenti che sul finire dei ’70 si radunò per cooptazioni successive sulle smilze pagine della rivista “Cannibale” e poi in maniera definitiva nel 1980 in quella supernova dell’editoria a fumetti che fu “Frigidaire”, di quella sporca miracolosa cinquina che rivitalizzò il fumetto italiano con la sola forza della politique des auteurs, di quei cinque che fecero la rivoluzione l’unico negletto è Scòzzari. E sì che lui la rivoluzione l’ha fatta davvero, siringando qualità letteraria nei testi come nessuno prima mai aveva fatto, almeno in Italia, e rielaborando in chiave personalissima tutte le furbizie grafiche e narrative carpite fin da bimbo durante le sessioni di lettura dei suoi maestri prediletti, Will Eisner e Carl Barks.

Certo, il suo disegno è altalenante, e attraversa tutti i gradi possibili della resa artistica, spaziando dal superlativo di certe tavole realizzate con la cura di un miniatore, quando aveva il tempo per curare come voleva il suo segno  insieme grottesco, sporco e rifinito, fino al “tirato-via-alla-brutta” di quei disegni fatti al volo, appoggiandosi direttamente alla rotativa, alle tre di notte, al momento di andare in stampa, quando si apriva inaspettato un buco nella rivista e il direttore Sparagna a chi poteva telefonare, se non a Scòzzari, per realizzare una storia di una, due, cinque, otto tavole entro subito, che altrimenti “Frigidaire” non esce? Ma la potenza affabulatoria scozzariana, la forza immaginifica della sua prosa e la sua sapienza grafico-narrativa sono tali che, anche quando col disegno sembra tirar via (ma la maggior parte di noi metterebbe orgoglioso la firma anche sotto i suoi schizzi peggiori, intendiamoci), ti inchioda comunque alla pagina.

Un esempio. Pensiamo a La gara di squisitezza, giusto per citare una storia (disegnata benissimo, oltretutto) che è l’epitome della sua poetica: un incontenibile rutilare di invenzioni di ogni genere, che trova il suo culmine nella sfida automobilistica tra lo “squisito” Primo Carnera, al volante di un’auto da lui inventata e alimentata a “energia busonica” (una serie di sferzanti aforismi sull’universo che Carnera sussurra al motore prima del via), e la favolosa Tamara De L’Impicca (notare il nome), alla guida di una vettura dotata di un congegno che trasforma in cavalli vapore l’eccitazione uterina che Tamara prova rimirandosi nello specchietto retrovisore.

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Primo Carnera fa il pieno di energia busonica alla sua auto.

Vince Tamara di un’incollatura, ma Primo ristabilisce presto la propria superiorità sulla rivale, facendole ammettere che per eccitarsi fino al punto di spingere il proprio mezzo alla folle velocità che le ha permesso di arrivare per prima sul traguardo, lei ha dovuto guardare Carnera nello specchietto retrovisore, anziché se stessa. E quindi il vero vincitore è Primo, la cui squisitezza ha spinto a velocità incommensurabili ben due automobili!

La domanda del fumettòfilo – quello non papista, s’intende – potrebbe quindi finalmente risuonare libera e convinta: chi non ristamperebbe simili piccole bombe visive e letterarie? E allora, perché nessuno lo fa? La mia risposta, maturata durante lunghe discussioni tra fumettòfili, è la seguente: perché sì, c’è davvero qualche debolezza sul piano grafico, ma il vero problema è il testo, non il disegno. Un bel paradosso.

Un primo argomento a sfavore del ristampare l’autore bolognese, spesso offerto dagli operatori, è il canonico, brutale, “nessun editore vuole fallire”. In effetti, la storia ha dimostrato che Scòzzari non è propriamente quel che si definisce un Autore di sicuro rendimento, uno di quelli che per mal che ti vada rientri delle spese. Pertanto chi volesse ristamparlo, cercando di minimizzare al contempo le probabilità di incappare in gravi perdite, avrebbe una sola strada davanti a sé: provare a rilanciarlo nel formato che oramai nelle librerie di varia viene associato al fumetto d’Autore 2.0, il graphic novel, in modo che già di primo acchito l’opus scozzariano venga recepito come il grande classico che è, e sperare nel passaparola dei lettori. Secondo alcuni editori, il formato in questione (17 X 24 cm) sarebbe in grado di fare lievitare le vendite di un 30% rispetto al classico cartonato “alla francese” (all’incirca 22 X 29 cm), per il solo fatto di avere le stesse dimensioni di un libro “normale”, oltre che le medesime consistenza e grammatura della carta.

Non staremo qui a discutere se davvero l’adozione del formato graphic novel consenta di raggiungere l’obiettivo, ovvero il pubblico generalista che frequenta le librerie non specializzate, perché la faccenda è complessa. Il punto cruciale del paradosso è che comunque non c’è un solo fumetto di Scòzzari, o quasi, riproducibile in quel formato; le sue opere sono incatenate alle misure ben superiori di Frigidaire (più o meno quelle del cartonato “alla francese”). I suoi testi, a volte debordanti quasi a occupare militarmente ogni spazio libero della pagina, le didascalie che diventano un tessuto connettivo che ingloba le strisce in cui le tavole sono suddivise (impedendone di fatto il rimontaggio), sono spesso caratterizzati da un lettering minuto ai limiti del leggibile già nel formato della pubblicazione originaria. Figuriamoci a comprimere tutto in un formato più piccolo. L’effetto francobollo è assicurato, e la lettura impossibile (basti vedere l’esito ottenuto dal Corriere, riducendo le avventure di Primo Carnera per la collana “100 anni di fumetto italiano”). Ma allora: come ristamparlo in formato graphic novel? Purtroppo non si fa, “impossibile”, come ha concluso un autorevole giornalista durante una di quelle discussione tra fumettòfili, e pace.

Come è possibile, dunque, tornare a leggere questo imprescindibile Autore? Al momento, in realtà, un modo semplice esiste, ed è cliccare qui e ordinare i suoi libri. Da un certo punto di vista, ciò dimostra come Scòzzari abbia venduto talmente poco che gli albi che raccolgono le sue storie, vecchi ormai di trent’anni, sono ancora tutti disponibili nel catalogo on line di “Frigidaire”, nessuno escluso, e sono addirittura i più a buon mercato (quelli di Pazienza-Tamburini-Liberatore-Mattioli costano tutti di più, a volte il doppio, oppure sono esauriti). Di più: un’eventuale ristampa potrebbe costare, ormai, più degli originali da collezione. Un altro paradosso.

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Primo Carnera incontra DíAnnunzio. Notare la grandezza della didascalia.

 

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Il testo cannibalizza ogni spazio possibile.

Post Scriptum.

Per iniziare a leggere Scòzzari consigliamo l’alfa e l’omega della sua produzione: Fango e Ossigeno (gli esordi) e Altri cieli (le opere della maturità).

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