Recensioni Classic Non solo Dylan Dog. Archivi Bonelli 2: Tiziano Sclavi

Non solo Dylan Dog. Archivi Bonelli 2: Tiziano Sclavi

Se si facesse un sondaggio informale tra gli operatori – a vario titolo professionale – del fumetto italiano, per sapere quale sia stato l’autore più importante nel ventennio che va dal 1980 al nuovo millennio, si otterrebbe probabilmente una parcellizzazione totale del voto e l’impossibilità di dichiarare un vincitore certo e condiviso. Del resto, si sa che il risultato di un sondaggio dipende in gran parte da come viene concepita la domanda. E una definizione come “il più importante autore del fumetto italiano”, anche se limitata a un arco temporale non enorme, è così scandalosamente generica che consente di fare quasi qualsiasi nome.

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Cosa accadrebbe allora se la domanda fosse diversa, e si facesse appena più precisa e stringente? Se la ricerca venisse limitata al fumetto seriale da edicola, dichiaratamente (nazional-)popolare? In questo caso è molto probabile che per elencare i candidati alla vittoria finale basterebbero le dita di una mano. E ancora più probabilmente, vincerebbe per distacco Tiziano Sclavi (con Alfredo Castelli e Gianfranco Berardi di rincalzo).

Come Berardi, Sclavi può vantare contemporaneamente una cura certosina della parte letteraria vera e propria delle sue sceneggiature, specie nei dialoghi, e una superiore capacità di organizzare visivamente il racconto piegando alle proprie esigenze il ritmo imposto dalla gabbia bonelliana. Come Castelli, Sclavi riesce a trasformare in abilissimi congegni narrativi di genere gli spunti più disparati che vengono sia dal quotidiano che dall’immaginario collettivo, spesso ribaltando in maniera inattesa l’apparente casualità del racconto.

Contrariamente agli altri due sceneggiatori citati, Sclavi ha chiuso con il fumetto da quindici anni, e con la scrittura tout court da dieci. Eppure, è stato l’autore che meglio ha intercettato lo zeitgeist nel ventennio che dicevamo. Non fosse altro perché ha inventato Dylan Dog, il personaggio che è stato lo spartiacque del fumetto italiano, quello che ha unito successo di pubblico e di critica fino a divenire un vero e proprio fenomeno di costume, con tirature mensili che nel 1993, tra serie inedita e ristampe, arrivarono a sfiorare il milione di copie. Non è dunque una sorpresa che nel secondo volume della collana “Gli archivi Bonelli”, edito da Rizzoli Lizard e meritoriamente dedicato a Sclavi, Dylan Dog la faccia da padrone, con ben tre storie sulle cinque che vi sono contenute.

Memorie dall’invisibile (uscita per la prima volta in edicola nell’aprile 1988 e da allora pluri-ristampata) è la prima, ed è forse l’unica scelta francamente scontata fatta da Michele Ginevra, il curatore del libro, al momento di deciderne il sommario. L’episodio però è un vero e proprio classico che si rilegge sempre con piacere, trovandovi ogni volta qualcosa di nuovo: perfetta è la sceneggiatura, che in una sarabanda di colpi di scena si dipana tra l’amore impossibile di Dylan per una prostituta, un emulo di Jack lo squartatore da fermare, e un uomo che diventa letteralmente invisibile perché nessuno fa mai caso a lui; perfetti sono i disegni di un Giampiero Casertano in stato di grazia, con un segno mai più così definito, lineare, quasi senza peso, abbastanza distante dal tratto pieno e quasi materico di oggi.

Giampiero Casertano
Giampiero Casertano

La seconda storia è l’intelligente riproposta di un altro racconto esemplare, a oltre quindici anni dal suo ultimo avvistamento nel mare delle edicole: Gli orrori di Altroquando (ma la prima edizione è del luglio 1988). Nello spazio infinito, in un Altroquando non meglio specificato, il giullare spaziale Azazelo racconta al suo pluripopputo padrone, il reggitore dell’universo, alcuni casi della vita di Dylan; in questo modo, come recita un’antica profezia, il padrone cadrà in un sonno interminato e Azazelo ne prenderà il posto (il piano è destinato a fallire, ovviamente). All’interno di questa cornice demenziale Sclavi, da vero virtuoso, piazza otto brevi racconti tutti terminanti con un twist, un capovolgimento radicale della prospettiva, alla maniera dei vecchi classici della E.C. Comics. Il genere horror che caratterizza la serie viene declinato in ogni possibile accezione, dallo splatter puro a base di zombi, alla riflessione ironico-esistenziale alla Woody Allen (Patto con il diavolo), al mistery filosofico-nichilista, al grottesco strappalacrime (Ghor, che poi è la riscrittura, con finale diverso e se possibile persino migliore, del celebre Nato d’uomo e di donna di Richard Matheson).

Una simile alternanza di registri narrativi permette al disegnatore, Attilio Micheluzzi, di realizzare quello che forse è il saggio definitivo delle sue immense capacità espressive (morirà di lì a due anni): è una gioia per gli occhi vedere come, nell’arco di poche pagine, si passi da una linea chiara quasi canonica a tavole molto più scure, graffiate e dense di neri; accorgersi che l’estrema sintesi grafica usata per le costruzioni alla Flash Gordon della cornice siderea è l’altra faccia della precisione con cui sono rappresentati gli spazi e le architetture delle moderne città; scoprire che a un Dylan realistico, dal volto scavato e per una volta quasi macho, fa da contrappunto un Azazelo bizzarramente caricaturale e sopra le righe, per finire con una torma di cattivi raffigurati in maniera indifferentemente naturalistica o grottesca, ma sempre dotati di volti sui quali sono ben leggibili le stimmate della mostruosità interiore.

Attilio Micheluzzi
Attilio Micheluzzi

La terza storia è un altro recupero prezioso: Gli inquilini arcani è un trittico di storie a colori in formato alla francese, realizzate originariamente nel 1990-1991 per la rivista Comic Art, e raccolte in volume per l’ultima volta nel 1995. La sottile ragnatela di segni che caratterizza il “battagliano” Corrado Roi si sposa alla perfezione con una vicenda dall’atmosfera claustrofobica, tra il paranoide e l’onirico, che prende ispirazione dal romanzo Le locataire chimérique di Roland Topor (e dal film che ne trasse Roman Polansky, L’inquilino del terzo piano). Sclavi immerge Dylan in un concentrato di orrori condominiali e di piccole meschinità quotidiane, ma il cambio di ritmo narrativo, imposto dall’adozione del grande formato a quattro strisce in luogo delle tre consuete, non viene metabolizzato dallo sceneggiatore (e dal disegnatore) prima del terzo e ultimo episodio, lasciando il sapore amarognolo di un’occasione parzialmente non sfruttata.

Con la quarta storia si passa allo Sclavi extra-Dylan Dog. Ed è una vera sorpresa, ma di quelle brutte: Il tesoro maledetto (pubblicata nel marzo 1982, Zagor n.200). I disegni sono di un Gallieno Ferri che all’inizio degli anni ’80 forse ha già dato il meglio di sé, e che è costretto a disegnare troppo velocemente, a scapito della qualità e della precisione del tratto, per colpa della superproduzione di tavole che gli viene costantemente richiesta; ma se nel formato libretto le imperfezioni e le leggerezze del disegno venivano ridotte e mascherate a sufficienza, nel grande formato de “Gli Archivi Bonelli” esse purtroppo risaltano per quello che sono. Per giunta, e soprattutto, la sceneggiatura scritta da Sclavi è una storia dell’orrore troppo lineare e prevedibile, oltre che stranamente statica e verbosa per i suoi canoni, cosa che certo non aiuta un disegnatore brutalmente dinamico come Ferri. Del resto, il lavoro fatto su Zagor rappresenta forse il punto più basso della carriera di Sclavi – e lui stesso è di questo parere, stando a quel che si legge in appendice, nella bella intervista condotta dal curatore.

In compenso l’ultima storia è, questa sì, una gradita sorpresa: Ufo, pubblicata nel 1984 su Mister No. Il pilota americano trapiantato in Brasile è il più scanzonato degli eroi bonelliani, quello che Sclavi ha sempre sentito più vicino alle sue corde (come rivela nell’intervista già citata). Più che un eroe, infatti, è un anti-eroe, un bastian contrario, come chiarisce programmaticamente il suo soprannome, uno che viene tirato in ballo controvoglia nelle incredibili (dis)avventure che gli tocca vivere.

Ma Mister No rappresenta anche la prima sovversione della narrazione di genere nel fumetto bonelliano: la serie non appartiene a nessun genere preciso, ma li attraversa tutti in un innovativo – almeno per i tempi – amalgama di suggestioni narrative disparate. Passa dall’azione pura al giallo, dall’horror alle storie di guerra, dal dramma carcerario all’intrico spionistico, fino al gioco citazionista e post-moderno che la fa da padrone nelle numerose storie del personaggio scritte da Sclavi, le quali nei ritmi e nei toni quasi anticipano quel Dylan Dog che verrà di lì a poco.

Una prova di ciò è proprio Ufo, della cui trama non va svelato niente, se non che mescola alieni, guerra fredda, pacifismo, indios, astronauti, droghe sciamaniche e dialoghi beffardi, come in questo piccolo esempio: quando il co-protagonista, parlando di Stalin, lo descrive come il “nostro grande padre che vivrà sempre”, la nota in didascalia si incarica di informare il lettore che “Stalin sarebbe morto il giorno dopo, 5 aprile 1953”. A impreziosire la scanzonata vicenda ci sono poi i disegni di Fabio Civitelli. Il suo segno dettagliato e di sconcertante nitidezza, elegante e dinamico, più che mai esaltato dal grande formato, riesce a rendere la narrazione sempre chiara e al contempo spettacolare, specie nelle sequenze mute in cui Sclavi tralascia momentaneamente la consueta gabbia grafica in favore di alcune grandi vignette che occupano due terzi della tavola, e si abbandona totalmente alle capacità scenografiche del disegnatore.

Fabio Civitelli
Fabio Civitelli

La bella antologia sclaviana si conclude con alcuni materiali pressoché inediti: alcune pagine della sceneggiatura originale del primo numero di Dylan Dog L’alba dei morti viventi, la loro versione a matita e quella definitiva. E infine la vera curiosità per fumettòfili: un breve racconto western di cui si conosceva l’esistenza ma che non era mai stato pubblicato finora; scritto da Sclavi negli anni ’70 e disegnato da un giovanissimo Lorenzo Mattotti, è la storia di un cacciatore di scalpi. Dove sta la curiosità? Il protagonista, guarda un po’, come si chiama? Dylan Dog.

Lorenzo Mattotti
Lorenzo Mattotti

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