Recensioni Novità Riccardo Mannelli, inviato speciale nell’orrore italiano

Riccardo Mannelli, inviato speciale nell’orrore italiano

Vivere alla periferia dell’impero – nel mio caso la provincia veneta, ossia quel mitico nord-est già sedicente locomotiva d’Italia prima dell’attuale crisi sistemica – comporta a volte qualche piccolo inconveniente nel campo dell’approvvigionamento culturale. Sarà un problema di distribuzione, o forse i piccoli editori sono poco organizzati, prodighi di annunci, ma lenti nelle uscite, o magari le fumetterie che frequento non sanno farsi valere con editori e distributori. Fatto sta che solo ora, a due mesi dall’uscita, posso ammutolire di meraviglia sfogliando “Fine penna mai”, il volume edito da Mompracem – ovvero da Francesco Coniglio – che raccoglie in ordine cronologico tutti i disegni satirici realizzati da Riccardo Mannelli per “Il Fatto Quotidiano” dal 2010 in poi, compresi quelli apparsi sul defunto inserto domenicale “Il misfatto” (questi ultimi purtroppo enormemente penalizzati dal formato di stampa).

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Bastano poche pagine per capire che Mannelli è un vero rompiballe, come si apostrofa da solo a pagina 15, un satiro totalmente incontrollabile, con una poetica tra l’aspro e il grottesco di cui dava ampia prova già con i suoi reportage nell’orrore italiano, ai tempi dell’indimenticato settimanale di resistenza umana “Cuore”.

Vent’anni fa, su quelle pagine verdoline, Mannelli cannoneggiava alzo zero su tutto e tutti, senza pietà per alcuno, con una particolare attenzione per quella che secondo lui era la vera causa del putrescente (già allora…) sistema politico e partitico: gli elettori, prima ancora che gli eletti.

E allora giù paginate di ritratti alla maniera di George Grosz: borghesi facce da galera eternate in espressioni di stupefacente imbecille arroganza, schiere di potenti, prepotenti e impotenti, aspiranti e non, attorniati da folle di tamarri proto-tronisti e smutandate proto-olgettine, carni frolle esibite a tutto spiano, dialoghi di sublime e rivelatrice volgarità impregnati di tutta la pornografia (sub)culturale dell’epoca.

Per dirla con un’unica parola, nessuna rende meglio l’idea del neologismo che il Giulio Basletti / Ugo Tognazzi di “Romanzo popolare” (regia di Mario Monicelli, 1974) coniava per definire il proprio precipitare nell’imbecillità totale: il coglionismo; una sorta di devoluzione etica che Mannelli raccontava in presa diretta, nel momento in cui da tara privata diventava affezione di  massa. Insomma, il ritratto durissimo di un’Italia sempre piena di gente che pagherebbe per vendersi, per dirla à la Victor Hugo. Ieri come oggi, peraltro.

Forse quei reportage erano troppo duri, per gli standard italici. Stando a quel che scrive Marco Travaglio nella prefazione, Mannelli gli telefonò un giorno per spiegargli che a “Repubblica” si sentiva insoddisfatto, sempre più costretto com’era nel ruolo di semplice illustratore nelle pagine interne. “Mi raccomando, fai il ritratto di Tizio, ma non scriverci niente di tuo”, gli dicevano infatti i tremebondi redattori di via Colombo, evidentemente memori dei suoi eversivi trascorsi su “Cuore” e sulla stessa “Repubblica”. La telefonata si chiudeva in maniera inaspettata, con la richiesta di asilo fatta da Mannelli al piccolo quotidiano di cui Travaglio era ed è vice-direttore. Come se Messi si proponesse al Chievo, sempre per citare la prefazione. Come prevedibile, Mannelli venne subito ingaggiato e lasciato libero di fare tutto quello che voleva, ovviamente in prima pagina.

Per meglio mordere a destra e a manca, Mannelli si è reinventato vignettista, benché sui generis: all’iperrealismo sconcertante del disegno si accoppia splendidamente la cattiveria dei testi, chirurgici nel bastonare i luoghi comuni e le ridicole parole d’ordine del nostro tempo. Non battute che fanno da pendant a un ritratto, ma una compenetrazione totale di testo e immagine, per fissare su carta il ritratto di un’epoca.

Ora questo volume dà finalmente modo di rileggere in un’unica soluzione le fulminanti invenzioni di uno dei satiri più cattivi d’Italia, sottraendole così alla caducità giornaliera connaturata alla pubblicazione su un quotidiano.

A questo proposito, va osservato che buona parte delle vignette di Mannelli hanno molto a che fare con il giornalismo, e non può essere altrimenti. Se infatti la satira è sempre un commento contro il potere, esso può essere esercitato sia in modo puntuale, ovvero su un avvenimento vero e proprio che coinvolge un potente, che in maniera più generale, cioè su una forma che il potere ha assunto (ideologia dominante/tendenza sociale/stigma culturale).

È evidente allora che fare satira su un fatto specifico comporta una scadenza a breve termine, come avviene per la notizia cui si riferisce; per esempio, la vignetta che segue forse non sarà più comprensibile in ogni sua implicazione quando Casaleggio prima o poi sarà dimenticato, assieme alla sua volontà di eterodirigere la pattuglia parlamentare grillina. Ma Mannelli è talmente bravo che in questo caso (e in molti altri) il testo e il disegno sono così perfettamente centrati e sinergici che riescono a sottrarsi al contingente e probabilmente resteranno nel tempo, a prescindere dal fatto che li ha generati.

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Sbeffeggiare un’idea comporta già di base una scadenza più a lungo termine, o nessuna addirittura. È la satira di costume, che può sconfinare nell’aforistica. Come nel caso del maiale sottostante, che ribadisce l’eterna propensione italica per il masochismo: quando si arriva a toccare il fondo non è detto che si debba per forza risalire, si può anche iniziare a scavare, come diceva Freak Antoni.

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In quanto commento, la satira è comunque un punto di vista personale, basato sulla propria visione del mondo e sulla morale che vi è sottesa. Il satiro insomma è un moralista, e in quanto tale deve dare prova di onestà intellettuale, ovvero deve applicare a tutti le stesse categorie di giudizio. Non è possibile, per un satiro, che esistano santuari inaccessibili.

E Mannelli non ha certo riguardi per nessuno. Basti vedere il trattamento equanime riservato a Berlusconi e a D’Alema (e chi dovesse ritenere che Silvio e Massimo siano le due facce della stessa medaglia, e quindi siano bersagli ugualmente facili, si ricordi la ferocia con cui Mannelli ha dipinto la democrazia diretta del MoVimento 5 Stelle).

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Certo, come tanti sono i punti di vista e le convinzioni morali, così molteplici e differenti possono essere le declinazioni possibili della satira: esistono esempi di satira gaglioffa (che commenta fatti falsi spacciandoli per veri, facendone scaturire implicazioni false) e addirittura esempi di satira nazi-fascista (che dileggia non il potere, ma le vittime, facendole passare per false vittime).

La satira insomma fa un po’ quel che vuole, ma qualifica chi la fa: se non vuoi essere un giullare inoffensivo, un puro digestivo della realtà, o peggio ancora un sicario del potere, devi scagliarti contro chi ha più potere di te, con forza e onestà intellettuale. Perché se fai satira nazi-fascista, sei un nazi-fascista, se non altro inconsciamente; se fai satira gaglioffa, sei un mistificatore, o quantomeno un disinformato; se ti scagli con forza esagerata contro gli aspetti di retroguardia del potere, se insomma ti avventi sul fumo e non sull’arrosto, non fai altro che sfottò consolatorio; se poi lo fai a bella posta, allora stai difendendo il potere in maniera surrettizia.

Ecco, di sicuro Mannelli non corre questi pericoli, e per capirlo basta guardare qua sotto e considerare che la vignetta fu pubblicata quando ancora l’uomo di Arcore era al comando del governo (già con la più ampia maggioranza della storia repubblicana); che la sequenza di epiteti apparentemente ingiuriosi dedicati al primo ministro rimanda alla descrizione del sesso maschile fatta da Giuseppe Gioachino Belli ne “Er padre de li santi” (e indirettamente al fascismo nevrotico, maschilista e fallocratico descritto da Carlo Emilio Gadda in “Eros e Priapo”), ma in realtà è nient’altro che una fredda litania derivata dalle cronache dei giornali (quei pochi non dediti al servo encomio); e che la lista è vertiginosamente lanciata verso l’infinito dalla geniale freccetta in basso a destra, lì dove il lettore pensa di trovare la fine, e invece è solo l’inizio.

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Infatti, al commento puro e semplice, quale si può ritrovare nell’editoriale di un quotidiano, la satira aggiunge – questo è il suo specifico – una prospettiva sorprendente che origina la risata; è quello che Freud ne “Il motto di spirito” chiama il ‘perturbante’ (unheimlich), ossia quel processo di ribaltamento che fa balenare improvvisa una verità che confligge con la descrizione del mondo come lo conosciamo fino a quel momento, svelando d’un botto il non-dicibile; l’abbattimento improvviso e non preventivato del tabù (sociale-culturale-religioso, ecc) causa un salto di potenziale emotivo che sprigiona l’energia fino a lì compressa e dà vita a una risata salutare e demistificante. Ingiuriare all’infinito Berlusconi forse è puerile, ma è liberatorio quanto gridare che il re è nudo, perché tutti sanno che quelle cose sono vere, anche (soprattutto!) chi le nega per convenienza.

Ed ecco spiegato perché il Letta qui sotto, che enuncia la solita vuota formula retorica da politique politicienne e agita il pugno, tronfio e trionfante, ma si tradisce con un lapsus linguae, fa sganasciare: perché tutti sanno che si tratta di un cascame della Democrazia Cristiana più vischiosa e che il suo governo sarà il trionfo del nipotismo (degenerazione senile del nepotismo).

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Non è detto però che la satira abbia sempre per effetto un reale scroscio di risa; lo scopo della satira infatti è spesso la “risata verde” di cui scriveva Karl Kraus, lo sgomento  del   ridere-per-non-piangere, il grottesco di Grosz. E qui il cerchio si chiude e si torna al Mannelli inviato speciale nell’orrore italiano.

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Davvero su quest’ultima vignetta c’è poco da ridere, perché quei coglioni siamo noi.

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